Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un video social di un’allevatrice di Coldiretti che attaccava il nuovo report di Greenpeace “Padania Avvelenata” e i relativi articoli di giornali che lo avevano rilanciato con titoli molto d’impatto.
La prima cosa che ho pensato è stata “davvero è possibile negare, o meglio minimizzare, il fatto che in questo territorio l’allevamento ha un impatto devastante?”. Quello di Greenpeace è solo l’ultimo dei tanti report che certificano quanto la produzione di carne e derivati sia impattante sulla salute pubblica e sull’ambiente.
Il mio secondo pensiero è stato un allarme nel cervello che ormai conosco molto bene. Mi sono ricordato quanto lavoro di comunicazione, lobby e pressione l’industria è in grado di fare.
Sappiamo che l’industria della carne si muove seguendo alcuni schemi volti a difendere la propria immagine in termini ambientali. È successo in passato, è successo nelle ultime COP e sempre più inchieste e studi mostrano che ci sia un vero e proprio modus operandi, che viene anche dalle grandi aziende petrolifere. Proprio recentemente, sono usciti due studi a cui credo sia molto importante prestare attenzione.

Padania Avvelenata: alcuni dati preoccupanti
Prima di vedere questi studi, forse vale la pena anche dare alcuni dati contenuti nel report di Greenpeace, pubblicato a maggio del 2026, giusto per capire perché ha scatenato l’ira di Coldiretti.
Ormai lo sappiamo che la quasi totalità degli allevamenti intensivi in Italia si trovano nel nord, in particolare nella Pianura Padana – un territorio che, per la sua conformazione già è problematico per il ricircolo d’aria. in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vivono circa il 60% dei bovini e degli avicoli (quindi polli e galline principalmente) e oltre l’80% dei suini.
Ed è chiaro che una così alta concentrazione ha degli effetti concreti. A livello numerico, il report, realizzato con il supporto dell’Università di Siena, ha quantificato che le emissioni annuali di ammoniaca di tutti questi allevamenti è di 162,7 mila tonnellate, mentre sono oltre 12 mila le tonnellate di CO2 equivalente. Se l’ammoniaca è diminuita del 2,6% rispetto al 2017, la CO2 equivalente è invece aumentata del 6,5%. In poche parole, non c’è stato nessuna misura di riduzione delle emissioni – anzi.
Solo il settore dei bovini (quindi latte e carne) è responsabile da solo del 65% delle emissioni di ammoniaca e dell’84% di gas serra nel settore zootecnico.
Ci sono poi province, come Brescia, Cremona e Mantova, dove i livelli sono molto preoccupanti. Per capirci, gli allevamenti della sola provincia di Brescia sono responsabili del 14,9% delle emissioni zootecniche di ammoniaca e del 15,3% di quelle dei gas serra in tutta la Pianura Padana.

Il Comune con le più alte emissioni di ammoniaca è Fossano (provincia di Cuneo), poi Reggio Emilia e Montichiari (provincia di Brescia). E la classifica con le maggiori emissioni di gas serra vede in testa Reggio Emilia, seguito da Fossano e Parma.
E queste sostanze sono estremamente dannose. Da un lato l’ammoniaca prodotta dagli animali allevati (oltre che dai fertilizzanti) è la seconda causa di formazione di PM2.5 in Italia. Una sostanza che causa oltre 40 mila morti nel nostro Paese. Senza considerare poi il metano emesso, che ha un potere 80 volte più impattante della CO2 in atmosfera.
Il report è pieno di altri dati interessanti e d’impatto, vi consiglio di sfogliarlo tutto. Il punto però qui che mi preme sottolineare è invece la strategia dell’industria. Questa, di fronte a tutti questi dati, si attivano per mettere in discussione i dati, contestando e negando l’evidenza.
Ma come sappiamo, questo è un loro lavoro di strategia e ci sono due nuovi studi che ci mostrano esattamente come lavora questa filiera.
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Le più grandi aziende di carne e latticini fanno greenwashing
Il termine greenwashing non è una novità ormai, tutte e tutti sappiamo cosa significa. Anche perché abbiamo imparato a conoscerlo, grazie ai tanti claim pubblicitari delle aziende e al continuo lavoro di smascheramento che viene fatto. Abbiamo già raccontato come l’industria della carne non sia nuova nel fare affermazioni di questo tipo, (per esempio in questo articolo).
Ma un nuovo studio pubblicato su PLOS Climate e condotto da Maya Bach e Jennifer Jacquet dell’Università di Miami, ci permette di vedere le cose nel loro complesso.
Questa ricerca ha dimostrato che il 98% delle dichiarazioni fatte dalle 33 più grandi aziende di carne e latticini potrebbe essere classificato come greenwashing. Stiamo parlando dei più grandi colossi del settore, da miliardi di euro di fatturato, come JBS, Tyson Foods ma anche Danone, Nestlé.
Le due studiose hanno analizzato i claim e le dichiarazioni ambientali fatte dalle aziende sui loro siti web, nei loro bilanci di sostenibilità, ed è emerso che quasi tutte (esattamente 1213 su 1233) potrebbero essere classificate come contenenti indicatori di greenwashing.
Parliamo di dichiarazioni ambientali prive di qualsiasi prova, con un impatto minimo oppure promesse future senza un piano preciso né valutazioni fatte da scienziati indipendenti.
Guardiamo qualche numero per capire le cose nel dettaglio. Il 68% delle afferma si concentrava su tematiche climatiche – e questo ci fa capire come la crisi climatica sia l’obiettivo delle comunicazioni aziendali, che hanno capito cosa preoccupa il pubblico.
Nel 38% dei casi erano claim di “future-washing” (quindi, promesse di raggiungere il net-zero in anni futuri). E le aziende hanno fornito prove a sostegno dei propri impegni solo per il 29% delle frasi, e solo in 3 occasioni le dichiarazioni erano supportate da studi accademici indipendenti.
Ma andiamo nel concreto e proviamo a vedere quali sono i progetti che queste aziende definiscono “sostenibili”. Alcune di queste riguardano miglioramenti nei siti di produzione, come la sostituzione di caldaie, l’aggiunta di pannelli solari. Insomma, tutte azioni che rientrano nelle scelte considerate a favore del clima. Ovviamente è bene considerare che tutte queste scelte hanno la funzione, come mostra la ricerca, di distogliere l’attenzione dalle principali fonti inquinanti di queste aziende, cioè l’allevamento di milioni di animali – o forse molti di più – ogni anno.
C’è poi forse un caso però estremamente significativo, e riguarda un progetto di Arla Foods, la quarta azienda di latte al mondo. Ha lanciato un “progetto pilota di agricoltura rigenerativa” in 24 aziende agricole. Apparentemente una cosa positiva. Il punto è che Arla Foods, come rivela sempre la ricerca dell’Università di Miami, ha una cooperativa di oltre 12 mila allevatori. Capite anche voi che il progetto “sostenibile” rappresenta solo lo 0,002% delle loro attività. Ma il punto è sempre lo stesso: distrarre l’attenzione dalle vere problematiche inquinanti di queste aziende.
Ancora una volta, sappiamo che le aziende di carne hanno imparato dalle “migliori”, cioè le aziende fossili. E non è un caso scoprire che molte delle aziende analizzate nello studio sono anche parzialmente di proprietà di BlackRock, una società di investimento americana e il più grande fondo di investimento al mondo. Sembra esserci un legame preciso: uno studio su 69 compagnie petrolifere americane ha dimostrato che quelle in cui BlackRock ha quote di proprietà tendono a promettere più facilmente di raggiungere le “emissioni zero”.
Il motivo per cui anche le aziende che producono carne e latticini hanno iniziato a farlo è semplice. Dopo anni di ignoranza sul tema, ormai l’impatto della produzione di carne e latticini sul clima è sempre più noto. E per questo anche queste aziende hanno iniziato a fare claim che promettono “la neutralità climatica”, ma sono false promesse.
E infatti solo nel 2024 hanno fatto scalpore due cause legali affrontate da JBS e Tyson Foods, nate proprio da affermazioni non verificate sulla riduzione del proprio impatto climatico. JBS, portata in giudizio per marketing ingannevole in merito alla sua promessa di raggiugnere il net-zero nel 2040, ha patteggiato per 1,1 milioni di dollari. Tyson Food invece, senza ammettere colpe, ha accettato di smettere di fare affermazioni ambientalii, se non quando non sono supportate da studi indipendenti.
L’effetto di tutto questo è grandissimo, purtroppo, e ricade sul bene collettivo. Perché al posto di investire in azioni concrete per ridurre le emissioni, queste aziende lavorano su false soluzioni, continuando però a inquinare ed aggravare la crisi climatica. Il problema è poi che, anche se falsi, molte volte questi claim hanno l’effetto desiderato: e così consumatrici e consumatori credono che queste industrie siano rispettose dell’ambiente, che stanno attivamente lavorando per fare qualcosa, anche se in realtà che continuino a pensare solo ai loro profitti.
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L’industria della carne sovvenziona anche studi accademici
Le false promesse di questa industria non riguardano solo l’ambiente, ma anche la salute. Sempre una nuova analisi effettuata dagli esperti di salute pubblica dell’Università del Queensland ha analizzato ben 500 studi nutrizionali. La ricerca ha accertato che 80 di questi studi, che avevano ricevuto finanziamenti o erano stati scritti da ricercatori legati al settore della carne, promuovevano i benefici nutrizionali e per la salute del consumo di carne.
Facendo qualche calcolo, la ricerca dimostra come gli studi accademici finanziati o supportati dall’industria hanno una probabilità 16 volte maggiore di giungere a conclusioni positive sugli impatti della carne sulla salute rispetto alle ricerche indipendenti.
Solo il 9% degli studi indipendenti ha tratto conclusioni positive sugli impatti della carne sulla salute, rispetto al 69% di quelli legati all’industria. Il resto delle ricerche indipendenti hanno mostrato come il consumo di carne causa danni alla salute, tra cui diabete, cancro e malattie cardiovascolari.
Il problema però non è solo che l’industria della carne influenza gli studi accademici per portare acqua al proprio mulino. Infatti sempre la ricerca, mostra come quasi un quinto di tutti gli studi esaminati non forniva informazioni sul fatto che l’industria della carne avesse finanziato la ricerca o fosse legata a qualcuno degli autori.
Questi dati si aggiungono a un secondo articolo scientifico pubblicato a giugno 2025, il quale ha rilevato che l’industria aveva finanziato decine di studi clinici volti a verificare se la carne rossa non lavorata provochi malattie cardiache. Gli studi legati al settore avevano una probabilità quattro volte maggiore di raggiungere conclusioni favorevoli o neutre sul consumo di carne rispetto ai rapporti indipendenti.
Non è la prima prima volta che succede una cosa del genere. Anche il recente scandalo delle nuove linee guida USA ci ha mostrato qualcosa di simile, come abbiamo raccontato qui. Sempre un’inchiesta del Guardian e DeSmog ha dimostrato che alcuni lobbisti dell’industria della carne avevano lanciato una campagna per screditare alcune ricerche indipendenti che dimostravano i benefici della riduzione del consumo di carne, sia da un punto di vista ambientale che della salute.
Proprio come nel caso del greenwashing, anche in quest’ambito quindi è difficile non riconoscere un modus operandi specifico da parte di questa industria.
E sempre proprio come nel caso del greenwashing, purtroppo sappiamo che gli studi scientifici orientano comunque le idee delle persone, soprattutto nel considerare la carne un alimento non così dannoso come invece è.
Ecco perché, di fronte a questo lavoro preciso e puntuale da parte dell’industria, è fondamentale anche un lavoro di inchiesta e di svelamento delle loro false promesse.
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