Packaging alimentare, la sfida della plastica riciclata secondo la FAO

Uno studio pubblicato dalla FAO, l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, evidenzia i rischi legati al crescente impiego di plastica riciclata negli imballaggi alimentari. Il Comitato Codex sui contaminanti negli alimenti ha aperto la discussione

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

Gli imballaggi alimentari svolgono un ruolo importante, ma non sono neutri né dal punto di vista ambientale né da quello della salute delle persone. In particolare quelli in plastica. Oltre alle preoccupazioni relative ai packaging food contact realizzati con polimeri vergini (food contact materials-FCMs), il riciclo e l’uso di bioplastiche pongono ulteriori questioni. Che sono al centro di uno studio tecnico pubblicato dalla FAO: Food safety implications of recycled plastics and alternative food contact materials.

Imballaggi in plastica per alimenti, il contesto

I materiali a contatto con gli alimenti sono una componente rilevante della filiera agroalimentare, ricordano gli autori: contribuiscono a proteggere i prodotti, ne allungano la conservazione e aiutano a ridurre gli sprechi. Non si tratta di un settore marginale: “Più di due terzi di tutti i materiali da imballaggio prodotti” vanno al comparto food and beverage. Ma proprio il successo degli imballaggi alimentari, soprattutto quando realizzati in plastica, ha alimentato una delle principali emergenze ambientali contemporanee: la crisi globale della plastica, per arginare la quale l’ONU lavora – con scarso successo finora, a causa delle lobby industriali – ad un trattato per gestire e ridurre questa forma pervasiva di inquinamento. La produzione di materiali a contatto con gli alimenti da plastiche tradizionali, si legge nel documento, “ha contribuito a una vera e propria epidemia globale di rifiuti di plastica”. Da qui la spinta ad aumentare i tassi di raccolta e riciclo e a studiare materiali alternativi.

Tuttavia, sottolinea lo studio, “il loro impiego negli imballaggi alimentari solleva importanti questioni relative alla sicurezza”. Il rapporto esamina infatti “gli aspetti chiave da considerare in materia di sicurezza alimentare” per i FCM riciclati: “evidenzia i rischi chimici associati alle plastiche riciclate, tra cui la migrazione di contaminanti, le sostanze aggiunte intenzionalmente o non intenzionalmente e i composti sconosciuti. Oltre alla migrazione chimica, preoccupazioni emergenti, quali la presenza di micro e nanoplastiche negli alimenti, complicano ulteriormente il processo decisionale normativo”.

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Se il riciclo può introdurre nuovi rischi

L’aumento del riciclo delle plastiche destinate al packaging alimentare apre, come accennato, un fronte delicato: quello della possibile contaminazione chimica: “I rischi chimici possono insorgere quando i flussi di rifiuti plastici sono gestiti in modo inadeguato, con conseguente mescolanza di plastiche destinate o meno a venire a contatto con gli alimenti, materiali di imballaggio alimentare sottoposti a un uso improprio dopo il consumo e la contaminazione non intenzionale di sostanze (cosiddette NIAS) durante il riciclaggio”.

 Il documento richiama studi che hanno osservato, in diversi materiali plastici riciclati, incluso il packaging alimentare, “il rilascio di sostanze chimiche nocive”. Come EconomiaCircolare.com ha raccontato, non si tratta ovviamente di un fatto che interessa i soli polimeri riciclati: il leaking (perdita) delle sostanze chimiche usate come additivi nelle plastiche interessa anche quelle vergini. Tra le sostanze migrate dal packaging agli alimenti “metalli, ritardanti di fiamma bromurati, inquinanti organici persistenti (POP) e ftalati”, spesso rilevati “in quantità maggiori rispetto alla plastica vergine”, a causa di un effetto accumulo durante i processi di riciclo. Il confronto con le plastiche vergini è uno degli elementi più critici: il riciclo può ridurre l’impatto ambientale e quello climatico, ma non può prescindere da riflessioni sulla composizione chimica finale del materiale.

La questione non riguarda soltanto le sostanze ‘ereditate’ dalla plastica vergine e quelle entrate a contatto in modo casuale, ma anche quelle usate per conferire al polimero riciclato le proprietà richieste: “Anche i prodotti della decomposizione e di reazione delle sostanze aggiunte intenzionalmente (IAS), quali tensioattivi, rivestimenti, lubrificanti, antiossidanti, stabilizzatori termici e biocidi, possono essere soggetti a migrazione da una varietà di materie plastiche riciclate, compresi i materiali a contatto con gli alimenti”.

Per limitare questi effetti, i processi di riciclo si basano in genere su procedure severe, a partire dalla “pulizia approfondita dei rifiuti plastici post-consumo”. Un passaggio essenziale è anche l’uso di “sostituti chimici progettati per dimostrare l’efficace rimozione di una vasta gamma di sostanze chimiche”, cioè sostanze modello impiegate per verificare l’efficacia del processo di decontaminazione.

Valutare il rischio quando i dati tossicologici sono incompleti

Uno dei problemi più complessi riguarda le sostanze (sono probabilmente la gran parte) per cui mancano dati tossicologici completi o per le quali la struttura chimica non è pienamente identificata. In questi casi, il documento pubblicato dalla FAO richiama strumenti di valutazione pragmatici: i “limiti specifici di migrazione delle sostanze chimiche” possono essere utilizzati per valutare le sostanze migranti identificate, anche quando le informazioni sui pericoli sono limitate.

Per le sostanze con struttura chimica non identificata, il testo indica il ricorso ad un “approccio basato sulla soglia di preoccupazione tossicologica (TTC)” come una soluzione per valutare le diverse sostanze che possono migrare negli alimenti da plastiche vergini e riciclate. Un approccio da utilizzare “quando i dati sulla tossicità sono limitati o non facilmente reperibili” e infatti già adottato da diverse autorità regolatorie per materiali a contatto con alimenti, aromi, cosmetici, prodotti di consumo e impurità nei farmaci.

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Bioplastiche: opportunità ambientale, ma non assenza di rischio

Accanto al riciclo, come evidente lasciando scorrere lo sguardo tra gli scaffali dei supermarket, cresce l’interesse per materiali alternativi come le bioplastiche. Tuttavia, il documento mette in guardia da una lettura semplificata: bio-based non significa automaticamente sicuro o privo di criticità. Le bioplastiche, infatti, “possono presentare rischi chimici specifici legati sia alla provenienza della materia prima sia alle proprietà intrinseche del materiale biologico di partenza”. La sicurezza dipende quindi dalla materia prima utilizzata, dal processo produttivo e dalle caratteristiche chimiche del materiale finale.

Microplastiche e nanoplastiche 

Il documento dedica attenzione anche all’esposizione a microplastiche e nanoplastiche attraverso alimenti e bevande. Il tema è al centro del dibattito scientifico e regolatorio, ma resta caratterizzato da significative lacune conoscitive. L’esposizione alle micro e nanoplastiche presenti negli alimenti e nelle bevande, dovuta all’alterazione degli imballaggi, “è un tema che suscita grande preoccupazione nell’opinione pubblica. Diversi fattori, tra cui la mancanza di metodi analitici convalidati per il rilevamento e l’identificazione delle micro e nanoparticelle, hanno finora impedito alle autorità di regolamentazione di individuare un rischio chiaro per la salute umana derivante dalle micro e nanoplastiche”. Il testo definisce questo tema “un settore in rapida evoluzione”, nel quale la ricerca dovrà colmare i vuoti di dati ancora esistenti. Le microplastiche, viene precisato, “non sono una caratteristica esclusiva della plastica riciclata”, ma possono essere “un possibile esito delle pratiche di riciclaggio fisico della plastica”. Anche per questo, il riciclo deve essere accompagnato da standard, metodi di analisi e criteri di sicurezza condivisi.

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Verso linee guida internazionali

A causa dei limiti della ricerca e della pressione delle lobby, il quadro regolatorio appare frammentato. Il documento segnala “l’assenza di norme armonizzate a livello globale volte a garantire la sicurezza delle materie plastiche riciclate utilizzate negli imballaggi alimentari” (ma lo stesso si potrebbe dire per alcune sostanze presenti nelle plastiche vergini). È proprio questa mancanza di standard globali a spingere la commissione Codex Alimentarius – l’organismo intergovernativo istituito nel 1963 da FAO e Organizzazione mondiale della sanità proprio per proteggere la salute dei consumatori – ad aprire una riflessione internazionale sul tema.

La commissione ha chiesto ai Paesi membri se una guida sugli “aspetti relativi alla sicurezza alimentare delle materie plastiche riciclate” fosse utile e, in caso positivo, di condividere informazioni sui programmi nazionali e sulle pratiche attuali. Il riscontro, si legge, è stato significativo: il testo parla infatti di “ampio interesse nel portare avanti questo lavoro”.

La commissione Codex ha quindi concordato di preparare un “discussion paper” (documento da cui avviare la discussione) per la sua diciannovesima sessione del Codex Committee on Contaminants in Foods (CCCF19 – Comitato del Codex sui contaminanti negli alimenti) in programma dal 19 al 23 ottobre di quest’anno. “Se la proposta verrà approvata – affermano gli autori – le linee guida verteranno sugli aspetti relativi alla sicurezza alimentare connessi all’uso della plastica riciclata, in particolare sul rischio di contaminazione degli alimenti, e sul loro utilizzo sicuro negli imballaggi alimentari”.

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