Mentre a Nairobi, in Kenia, è in corso l’incontro informale dei capi delegazione dell’INC, il Comitato intergovernativo dell’ONU che sta negoziando il Trattato globale contro l’inquinamento da plastica, un report del Ciel – Center for International Environmental Law prova a svelare le tattiche comunicative che Negano o minimizzano la crisi e mirano a depotenziare l’iniziativa. “The Plastics Plot: The Corporate Disinformation Tactics Behind Plastics Pollution” vuole a scardinare i luoghi comuni – a volte vere e proprie fake news – usate con lo scopo di normalizzare un fenomeno globale che contribuisce a spingere il pianeta oltre i limiti di sostenibilità planetari (planetary boundaries).
Quando non viene negata, e può ancora capitare, la crisi globale dell’inquinamento da plastica non viene portata nel dibattito pubblico come un problema di sovrapproduzione, ma come un problema di cattiva gestione dei rifiuti, comportamenti individuali scorretti e insufficiente innovazione tecnologica. Come nel dibattito sulle fonti fossili responsabili della crisi climatica (che con la crisi della plastica va a braccetto proprio perché la grandissima maggioranza dei polimeri viene prodotta a partire da gas e petrolio) i ragionamenti sulla plastica avvengono in una cornice culturale che non è neutra: deriva invece, afferma il rapporto, da decenni di comunicazione industriale orientata a ritardare regolazioni più incisive, soprattutto quelle sulla riduzione della produzione di plastica.
Si tratta, afferma l’associazione, di “un modello sistematico di disinformazione che influenza il modo in cui l’inquinamento viene definito, compreso, discusso e regolamentato”.
Sono “narrazioni coordinate e amplificate che ritardano l’adozione di misure politiche, distorcono la comprensione dell’opinione pubblica, distolgono l’attenzione dalle soluzioni efficaci e, in ultima analisi, prolungano i danni ai diritti umani, all’ambiente e alla salute causati dall’inquinamento da plastica”. Ricordiamo che, ovviamente, il report affronta il problema alla scala globale, dove la gestione dei rifiuti plastici non è quella di cui facciamo esperienza noi cittadine e cittadini dell’occidente industrializzato – in cui, tuttavia, nonostante le buone pratiche di raccolta e riciclo, la questione non è certo risolta.
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Crisi della plastica e disinformazione
“Settori industriali quali quelli dei combustibili fossili, del tabacco, della plastica e dei prodotti chimici hanno ripetutamente fatto ricorso a tattiche volte a seminare dubbi e diffondere disinformazione al fine di eludere la regolamentazione dei propri prodotti nocivi”, si legge nel documento. Che ricorda come il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite abbia riconosciuto che la disinformazione costituisce un “grave ostacolo” al godimento dei diritti umani e che il suo impatto “non può essere sottovalutato”.
Difficile portare a casa un Trattato globale contro l’inquinamento da plastica degno di questo nome se è lo stesso dibattito pubblico ad essere inquinato. Quindi “individuare, comprendere e smascherare queste strategie e narrazioni non è solo un esercizio accademico; è essenziale per favorire un processo decisionale più efficace, la responsabilità e la giustizia”.
Per questo CIEL fornisce una sorta di guida pratica per identificare ed esorcizzare la disinformazione di chi preme per un tossico business as usual. Una guida basata sugli schemi identificati da Grant Ennis nel suo “Dark PR: How Corporate Disinformation Undermines Our Health and the Environment” che sintetizza decenni di tattiche di disinformazione aziendale, mettendo in luce i modelli strategici utilizzati per plasmare la percezione pubblica e il dibattito politico su prodotti e pratiche dannose.
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Le nove tattiche di disinformazione denunciate da CIEL
Veniamo allora a questa sorta di mappa delle narrazioni industriali che, secondo CIEL, spostano il dibattito dalla domanda centrale — quanta plastica produciamo e perché — verso domande più gestibili per l’industria: come riciclarla, come raccoglierla, come responsabilizzare i cittadini, come aspettare la prossima tecnologia.
Le analisi di CIEL fanno emergere 9 linee strategiche fondamentali, 9 tattiche ricorrenti messe in campo per disinnescare dibattiti e campagne contro l’inquinamento da plastica e la sovrapproduzione che ne è l’origine. Vediamole.
1. Negazionismo: “La plastica non è dannosa”
L’industria, secondo CIEL, tende a minimizzare o contestare i rischi sanitari e ambientali, spesso richiamandosi alla conformità normativa come prova indiretta di sicurezza. “La disinformazione sulla plastica parte dalla negazione. Questo approccio mira a mettere in dubbio l’esistenza, la portata e la gravità dei danni causati dalla plastica. L’industria presenta le prove in modo selettivo, minimizza i rischi e sostiene che la plastica sia sicura, nonostante le crescenti preoccupazioni scientifiche”, si legge.
2. Post-negazionismo: “La plastica è buona”
Quando negare i problemi diventa difficile, la narrazione si sposta sui benefici: dispositivi medici salvavita in plastica, riduzione dello spreco alimentare, leggerezza dei materiali. Ad esempio, “la comunicazione del settore sottolinea sempre più il proprio ruolo nel rendere possibili i sistemi di generazione di energia rinnovabile, dai componenti delle turbine eoliche ai materiali isolanti e leggeri, presentando la plastica come indispensabile per la transizione energetica”. Secondo CIEL, il punto non è negare che alcuni usi sono importanti, sarebbe impossibile sostenerlo, ma mostrare come esempi selezionati oscurino gli impatti complessivi del ciclo di vita dei polimeri.
3. Normalizzazione: “La plastica è ovunque, quindi è inevitabile”
La plastica viene presentata come infrastruttura indispensabile della vita moderna: “La logica è che, se la plastica salva vite umane, riduce le emissioni e rende possibile la società moderna, allora ridurne l’uso diventa poco pratico e persino irresponsabile”. Ma CIEL contesta questa idea ricordando che la diffusione di massa della plastica, legata in primo luogo all’usa e getta, è relativamente recente e che, a fronte di usi necessari, esistono pratiche e sistemi di riuso già sperimentati o storicamente presenti in diverse comunità: “Ad esempio, in India si utilizzano da decenni contenitori metallici riutilizzabili per il cibo di strada, dalla Colombia alla Malesia stanno nascendo nuove imprese dedicate al riutilizzo e molte comunità indigene hanno storicamente adottato e continuano a mantenere pratiche di riutilizzo”.
4. Silver boomerang: false soluzioni che rafforzano il problema
“L’industria promuove attivamente soluzioni alla crisi. Queste soluzioni appaiono spesso ragionevoli, lungimiranti e persino ambiziose. Ma, come un boomerang, la soluzione viene lanciata all’esterno come un passo avanti e alla fine ritorna a sostenere lo status quo”. Nel contesto della plastica, “l’esempio più evidente di questo schema è il riciclaggio”. Abbiamo visto, ad esempio, come questa pratica – virtuosa ed efficace (almeno parzialmente) in Italia ed Europa ma non nel contesto globale – sia stata usata durante i lavori per il trattato sulla plastica come un cavallo di Troia.
“Il riciclaggio della plastica – si legge nel report – non si è dimostrato efficace quanto lo presenta l’industria”. E anche la direttrice esecutiva del programma ambientale dell’ONU (UNEP), Inger Andersen, ha affermato che non sarà sufficiente riciclare per superare la crisi globale della plastica (“Il riciclaggio da solo non basterà a risolvere la crisi dell’inquinamento da plastica: occorre una trasformazione sistemica per realizzare la transizione verso un’economia circolare”).
5. Magia: “La tecnologia futura risolverà tutto”
“Un altro falso approccio su cui fa affidamento l’industria è l’idea che in futuro verrà implementata una nuova tecnologia per risolvere il problema”. Nel caso della plastica, questa idea è che nuove materie plastiche realizzate con materiali rinnovabili e/o biodegradabili e compostabili risolveranno il problema della persistenza della plastica nell’ambiente.
Il rapporto ricorda che molte delle bioplastiche, plastiche biodegradabili e compostabili, richiedono condizioni industriali specifiche per degradarsi, possono contaminare i flussi di riciclo, produrre microplastiche e non eliminare né gli impatti chimici dovuti agli additivi, né quelli climatici (“sebbene possano ridurre alcune emissioni di gas serra associate alla produzione di combustibili fossili, le bioplastiche possono emettere livelli altrettanto elevati al termine del loro ciclo di vita rispetto alle plastiche convenzionali, e possono generare nuove emissioni dovute al cambio di destinazione d’uso dei suoli, all’agricoltura intensiva e ad altri processi associati alle materie prime”).
6. Treatment trap: “Basta gestire meglio i rifiuti”
CIEL non nega l’importanza di raccolta, riciclo e infrastrutture di gestione, ma contesta che il problema possa essere confinato alla sola fase finale. Cleanup, raccolta, incenerimento o waste-to-energy possono così apparire risolutivi, afferma il report, mentre lasciano intatta la crescita della produzione. Il report cita anche il rischio di spostare il peso sui paesi del Sud globale attraverso export di rifiuti e narrazioni sulla “cattiva gestione” locale.
7. Victim blaming: colpa dei consumatori
“Per distogliere l’attenzione dalle cause profonde della crisi della plastica ed eludere le proprie responsabilità, la comunicazione del settore ricorre talvolta a quella che Ennis definisce la strategia del ‘victim blaming’: la colpevolizzazione della vittima. Quando diventa difficile negare la fonte del danno, la responsabilità viene riformulata e, invece di affrontare le questioni relative all’aumento della produzione, alla progettazione dei prodotti e ai processi decisionali aziendali, il problema viene ricondotto al comportamento individuale”. Il report collega questa tattica alle campagne anti-litter: l’inquinamento viene raccontato come risultato di comportamenti individuali irresponsabili, non di scelte industriali, design dei prodotti, sovrapproduzione o carenze regolatorie.
8. “È tutto troppo complesso”
L’industria, secondo CIEL, enfatizza le profonde interconnessioni all’origine del problema — design, chimica, rifiuti, finanza, commercio, tecnologia — fino a rendere difficile individuare priorità ambientali e politiche. La complessità è reale, ricorda l’associazione, ma può essere usata come tattica per frenare decisioni necessarie, in particolare sulle misure a monte. Una dinamica particolarmente evidente nei negoziati internazionali. Ad esempio, nel contesto del Trattato globale sulla plastica, “il mandato del comitato negoziale è quello di elaborare un trattato che copra l’intero ciclo di vita della plastica. Le discussioni spesso abbracciano un’ampia gamma di questioni, dalla progettazione dei prodotti alle sostanze chimiche che destano preoccupazione alla gestione dei rifiuti, al finanziamento e al trasferimento di tecnologia”. Col risultato di perdere di vista le priorità, come i lettori di EconomiaCircolare.com hanno letto, paralizzare i lavori
9. Multifattorialismo: “Facciamo un po’ di tutto”
“Mentre la crisi dell’inquinamento si aggrava, l’industria della plastica sostiene che sia difficile attribuirne la causa a un’unica fonte e che una soluzione univoca (come la riduzione della produzione di plastica) sia troppo semplicistica”. È quello che viene definito l’approccio multifattoriale. La crisi della plastica viene descritta, in modo interessato, come un fenomeno con cause e soluzioni molteplici e combinate — dalle carenti infrastrutture di gestione dei rifiuti, ai comportamenti individuali, alla progettazione dei prodotti — che rendono poco chiari i nessi di causalità e le responsabilità.

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Le raccomandazioni
Denuncia e proposta: nelle raccomandazioni finali, il CIEL sposta il baricentro del discorso dalla gestione dell’inquinamento alla sua prevenzione strutturale. La premessa è che la crisi della plastica non possa essere risolta soltanto migliorando raccolta, riciclo o tecnologie di trattamento: secondo il report, queste misure possono avere un ruolo, ma restano insufficienti se non sono accompagnate da una riduzione drastica della quantità di plastica prodotta a livello globale.
C’è poi un secondo piano di intervento: contrastare la disinformazione non come semplice problema comunicativo, ma come questione di governance ambientale. Secondo il CIEL, le narrazioni industriali che presentano la plastica come inevitabile, sicura, gestibile con il riciclo o destinata a essere “salvata” da tecnologie future non sono soltanto messaggi pubblicitari: incidono sul modo in cui cittadini, media e decisori pubblici percepiscono il problema e, di conseguenza, sulle politiche ritenute praticabili. Per questo il report invita società civile, comunità colpite, ricercatori e istituzioni a riconoscere e dare un nome a queste tattiche, costruendo un vocabolario comune capace di smontare le cornici fuorvianti e riportare l’attenzione sulle cause strutturali della crisi.
Viene poi ricordata la necessità di introdurre salvaguardie più stringenti contro l’influenza delle imprese nei negoziati e nelle politiche pubbliche. E, infine, l’integrità dell’informazione: il CIEL raccomanda di includerla esplicitamente nelle politiche ambientali, trattando l’accesso a informazioni affidabili come una condizione necessaria. Questo significa rafforzare il controllo sulla comunicazione dell’industria, soprattutto nella pubblicità e nei claim ambientali.
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