02L’aumento del prezzo del petrolio ha dato un sollievo temporaneo ai riciclatori europei, rendendo meno competitiva la plastica vergine. Ma, avverte Recycling Europe Plastics, “la guerra non è un modello di business”: il riciclo della plastica resta fragile, stretto tra domanda insufficiente, costi produttivi alti, concorrenza delle importazioni e perdita di capacità industriale. E non può vivere di crisi petrolifere. Recycling Europe Plastics – ramo dedicato alla plastica di Recycling Europe, già EuRIC, federazione europea che rappresenta imprese e federazioni attive nella raccolta, nel riciclo e nel commercio di materie prime riciclate – ha pubblicato una nota per ricordare che il riciclo europeo della plastica è ancora in sofferenza e chiedere interventi urgenti per rafforzare la domanda di plastica riciclata made in UE. Sullo sfondo, il Circular Economy Act atteso entro l’anno.
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“Un sollievo che non è una ripresa”
L’associazione industriale fa riferimento all’aumento dei prezzi del petrolio registrato nel primo trimestre dell’anno, spinto dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Per qualche settimana, infatti, la dinamica dei prezzi ha modificato gli equilibri del mercato: la plastica vergine, legata alle materie prime fossili, è diventata più costosa; quella riciclata ha ritrovato un margine di competitività. Ma, scrive Recycling Europe Plastics, “questo miglioramento temporaneo non può essere scambiato per una ripresa”.
I problemi strutturali dell’industria europea del riciclo “restano pienamente irrisolti”. La competitività delle plastiche riciclate continua infatti a essere “strutturalmente legata ai prezzi dei combustibili fossili”, rendendo il settore esposto a ogni nuova oscillazione del mercato petrolifero. Ma un settore strategico per gli obiettivi ambientali e di competitività europei non può dipendere da guerre, shock energetici o tensioni internazionali, si legge
I numeri di una crisi non più negabile
Il contesto è quello di una crisi ormai esplicita e largamente riconosciuta. Che in Italia, come raccontato da EconomiaCircolare.com, non riguarda più soltanto la redditività degli impianti: sta risalendo lungo l’intera filiera, fino alla raccolta differenziata.
L’associazione europea descrive un “drammatico rallentamento” della transizione verso un sistema circolare delle plastiche. La produzione di plastiche post-consumo riciclate meccanicamente è crollata dal +40% registrato tra il 2020 e il 2022 ad appena un +3,9% tra il 2022 e il 2024. Una quota crescente dei rifiuti plastici europei viene già riciclata fuori dall’Europa: il 12,4% nel 2024. Il dato più preoccupante riguarda la capacità industriale di riciclo, di fatto un’infrastruttura essenziale per raggiungere gli obiettivi fissati dalla normativa. Recycling Europe Plastics avverte che, “senza un intervento immediato”, l’Europa rischia di perdere ulteriore capacità strategica di riciclo, dopo aver già perso un milione di tonnellate di capacità di riciclo della plastica tra il 2023 e il 2025.
È una contraddizione che pesa sull’intera strategia circolare dell’Unione: da un lato Bruxelles chiede più riciclo, più contenuto riciclato, più autonomia sulle materie prime seconde; dall’altro rischia di perdere gli impianti necessari a produrre quei materiali.
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Quando l’export sarà vietato, dove andrà la plastica?
A rendere più urgente la questione c’è una scadenza precisa: dal 21 novembre 2026 nell’Unione europea sarà vietata l’esportazione di tutti i rifiuti plastici verso Paesi non OCSE. Già dal 21 maggio le esportazioni di rifiuti plastici sono soggette alla procedura di notifica e consenso preventivo. L’obiettivo è evitare che i rifiuti europei vengano trasferiti verso Paesi che non hanno standard o capacità adeguate per gestirli in modo ambientalmente corretto.
La misura va quindi nella direzione di una maggiore responsabilità ambientale dell’Europa. Ma, come sottolinea Recycling Europe Plastics, se non sarà accompagnata da investimenti e domanda interna, la chiusura degli sbocchi esterni potrà produrre un effetto paradosso. “Senza un forte impegno a favore delle materie plastiche riciclate ‘Made in Europe’ e senza investimenti sufficienti lungo l’intera catena del valore circolare delle materie plastiche in Europa, comprese le infrastrutture di raccolta, cernita e riciclaggio, l’UE rischia un forte aumento delle operazioni di smaltimento in discarica e di incenerimento”. Non privo di conseguenze economiche: “Anche i costi della gestione dei rifiuti di plastica aumenteranno drasticamente per le autorità locali, i detentori dei rifiuti e i soggetti responsabili della responsabilità estesa del produttore (EPR)”.
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Il mercato da solo non basta: le misure proposte da Recycling Europe Plastics
“Rafforzare la domanda di plastiche riciclate europee deve diventare una priorità politica immediata”, si legge nel documento. Non basta raccogliere di più, né fissare obiettivi generali di riciclo: occorre rendere stabile, trasparente e conveniente l’impiego della materia prima seconda.
Da qui il pacchetto di misure proposto dall’associazione:
- Stimolare la domanda di materie plastiche riciclate “Made in Europe” attraverso:
- L’attuazione di norme obbligatorie sul contenuto riciclato con preferenza europea;
- La definizione di clausole speculari rigorose, relative alla qualità e alle certificazioni, da applicare a materiali e beni importati;
- La generalizzazione dell’eco-modulazione dei contributi relativi alla Responsabilità Estesa del Produttore (EPR);
- Il rafforzamento dei requisiti degli appalti pubblici verdi (GPP);
- Affrontare l’aumento dei costi operativi ed energetici;
- Adottare con urgenza criteri end-of-waste europei (EoW) per la plastica;
- Introdurre misure di “IVA verde”, quindi più bassa di quella ordinaria, sui prodotti realizzati con plastica riciclata;
- Semplificare e accelerare le procedure di autorizzazione per i progetti di riciclaggio.
Il cuore delle soluzioni proposte è costruire una domanda ampia e stabile. Senza domanda, il riciclato resta materiale potenzialmente utile ma economicamente penalizzato.
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