Sento Michele Priori, direttore generale di Cobat Tessile, alla vigilia del divieto di distruzione dei prodotti tessili invenduti (valido inizialmente solo per le grandi aziende). Direttore, il divieto parte il 19 luglio, domenica prossima: sono tante le imprese del consorzio che usavano questa pratica? O avevano già avviato soluzioni alternative?
Il divieto rappresenta un passaggio importante nell’attuazione della strategia europea per un tessile più circolare e responsabile. Va però chiarito che la distruzione dell’invenduto non ha mai rappresentato una pratica generalizzata nel sistema produttivo italiano, caratterizzato da un’elevata qualità delle produzioni e da una forte propensione alla valorizzazione dei materiali. Si tratta di un fenomeno che ha interessato principalmente specifici segmenti del mercato, legati a elevate rotazioni di prodotto o a particolari modelli distributivi.
Molte delle imprese che aderiscono a Cobat Tessile avevano già avviato percorsi di gestione alternativa dell’invenduto, anche anticipando l’evoluzione normativa. Il recupero attraverso il riutilizzo, la donazione, il ricondizionamento e, quando queste opzioni non sono praticabili, il riciclo delle fibre e delle materie prime sono pratiche sempre più diffuse. La vera sfida oggi non è semplicemente evitare la distruzione dei prodotti, ma garantire che ogni flusso sia gestito secondo criteri di tracciabilità, efficienza e massima valorizzazione delle risorse.
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Le imprese sono in difficoltà in questa fase di transizione?
Più che di difficoltà, parlerei di una fase di profonda riorganizzazione industriale. Il divieto introduce un cambio di paradigma: l’invenduto non può più essere considerato un costo da eliminare, ma una risorsa da reinserire all’interno della filiera attraverso processi strutturati di economia circolare.
Naturalmente questo comporta investimenti, nuovi modelli organizzativi e una maggiore integrazione tra produttori, distributori, operatori logistici e soggetti specializzati nel recupero. Le criticità riguardano soprattutto la necessità di sviluppare infrastrutture adeguate, standard condivisi per la classificazione dei prodotti e sistemi di tracciabilità che consentano di documentare correttamente il destino dei beni. Per le piccole e medie imprese, che rappresentano l’ossatura del tessile italiano, il supporto di una filiera organizzata diventa quindi un elemento essenziale per affrontare questa trasformazione.
Come si stanno muovendo per essere conformi alla normativa?
Le aziende stanno intervenendo su più livelli. Da un lato stanno ripensando la gestione delle eccedenze lungo tutto il ciclo produttivo e distributivo, con una pianificazione più attenta delle produzioni e degli stock. Dall’altro stanno costruendo partnership con operatori qualificati in grado di assicurare il riutilizzo, il ricondizionamento e il riciclo dei prodotti secondo procedure conformi alle nuove disposizioni.
Parallelamente cresce l’attenzione verso la tracciabilità dei flussi, che rappresenta uno degli elementi centrali del nuovo quadro normativo europeo. Disporre di dati affidabili sui quantitativi gestiti, sulle destinazioni dei materiali e sulle operazioni effettuate sarà sempre più determinante, non solo ai fini della conformità normativa, ma anche per rispondere alle richieste di trasparenza provenienti dal mercato, dagli investitori e dai consumatori. In questo contesto, la gestione dell’invenduto diventa parte integrante delle strategie ESG e della competitività delle imprese.
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Cosa fate voi come consorzio per aiutarle?
Cobat Tessile nasce proprio con l’obiettivo di costruire una filiera nazionale capace di trasformare gli obblighi normativi in opportunità industriali. Il nostro ruolo non si limita alla gestione operativa dei flussi, ma consiste nell’offrire alle imprese un modello organizzato, scalabile e trasparente per la gestione dei prodotti tessili e dei materiali a fine vita.
Supportiamo le aziende attraverso servizi che garantiscono la raccolta, la selezione, la tracciabilità e l’avvio alle migliori soluzioni di recupero disponibili, privilegiando sempre le opzioni a più alto valore aggiunto nella gerarchia europea dei rifiuti. Allo stesso tempo mettiamo a disposizione competenze tecniche e normative per accompagnare le imprese nell’adeguamento ai nuovi obblighi, favorendo la corretta interpretazione delle disposizioni e la costruzione di processi conformi.
Il divieto di distruzione dell’invenduto è solo uno dei tasselli della più ampia transizione verso la responsabilità estesa del produttore (EPR) e verso un sistema tessile pienamente circolare. Per questo riteniamo fondamentale lavorare già oggi alla costruzione di una filiera integrata che metta in rete produttori, distributori, riciclatori e istituzioni. Solo attraverso un approccio sistemico sarà possibile trasformare un obbligo regolatorio in un vantaggio competitivo per il Made in Italy, aumentando il recupero di materia, riducendo gli sprechi e creando nuovo valore economico e ambientale.
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