“How to Feed the Planet”, il documentario che svela le storture sul nostro sistema alimentare

Abbiamo intervistato Francesco De Augustinis, regista di “How to Feed the Planet”, il nuovo documentario d'inchiesta uscito nelle sale a giugno 2026 che svela alcuni meccanismi oscuri, l'insostenibilità e le problematiche che pochi conoscono legate al nostro sistema alimentare

Lorenzo Bertolesi
Lorenzo Bertolesi
Autore e attivista con base a Milano. Ha una laurea in filosofia con una tesi (vincitrice di una borsa di studio) nell'ambito "Human-animals studies". Lavora nella comunicazione digitale da anni, principalmente per diverse ONG come ufficio stampa, copywriter e occupandosi della gestione dei social. Ora è un freelance che, insieme al collettivo Biquette, si occupa di comunicazione digitale per progetti ad impatto sociale. Addicted di Guinness e concerti (soprattutto punk), nel tempo libero viaggia con il suo furgoncino hippie camperizzato insieme alla cagnolina Polly

Quando un’inchiesta giornalistica arriva al cinema è sempre una buona notizia. In particolare, quando riguarda il nostro sistema alimentare – e le sue inevitabili storture – credo che la sua diffusione sia fondamentale. Questo vale ancor di più se l’opera mette a nudo meccanismi che pochissimi, persino tra gli addetti ai lavori, conoscono davvero. Il cibo è una cosa comune e quotidiana, qualcosa che tocchiamo con mano almeno tre volte al giorno ogni volta che ci sediamo a tavola. Proprio qui sta il paradosso che più mi affascina – perché tutte e tutti ci abbiamo a che fare, ma sappiamo sempre meno di come viene realmente prodotto all’interno di un sistema globale complesso e ricco di contraddizioni.

Per questo trovo molto interessante How to Feed the Planet (Come nutrire il Pianeta), il nuovo lungometraggio indipendente del giornalista Francesco De Augustinis, distribuito da Nfilm e arrivato nelle sale cinematografiche a giugno 2026.

Il documentario si sviluppa a partire da un interrogativo cruciale per il nostro futuro: aumentare la produzione delle risorse alimentari è davvero la scelta migliore per sfamare una popolazione globale in costante crescita? Da questa domanda centrale si snoda un viaggio nel tempo e nello spazio che parte dall’Italia e tocca l’Ucraina e tutta l’UE, l’Argentina e la Repubblica Democratica del Congo, svelando l’impatto ambientale e sociale del nostro sistema alimentare, il lavoro di lobby dell’agribusiness e tanto altro.

Con questa opera, De Augustinis continua il prezioso lavoro del progetto indipendente ONE EARTH, iniziato nel 2019. Chi segue i temi della transizione ecologica e dei sistemi alimentari conosce bene il rigore delle sue indagini precedenti: da “One Earth – Tutto è connesso” (2019), focalizzato sull’impatto devastante della zootecnia e della deforestazione tropicale, passando per il corto “Dying Lochs” sulle criticità e l’altissima mortalità negli allevamenti di salmone scozzese, fino ad arrivare a “Until the End of the World” (2024), una potente denuncia sul lato oscuro dell’acquacoltura globale e sulla crisi della pesca di sussistenza in Senegal provocata dall’industria dei mangimi. Su questi due, in particolare, avevamo già fatto un’intervista all’autore qui.

Il documentario, dopo essere stato presentato in anteprima ad aprile al Festival delle Terre di Roma, è attualmente in tour nei cinema. Le date e le sale sono in costante aggiornamento sul sito ufficiale del film.

Anche per quest’opera lo abbiamo intervistato, facendoci raccontare alcune delle storie che compongono l’indagine. Senza fare eccessivi spoiler, quelle che seguono sono tracce capaci di svelare meccanismi e retroscena che pochissimi conoscono: piccoli ma significativi indizi che, speriamo, vi spingano ad andare al cinema a vedere il film.

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Nel tuo documentario mostri come il settore dell’acquacoltura sia fortemente spinto dall’Unione Europea, analizzando il caso simbolo di Malta. Cosa hai scoperto e come racconti questa realtà nel film?

Questo aspetto del film si riallaccia in realtà al mio lavoro precedente, che era un verticale focalizzato proprio sugli allevamenti intensivi in mare. Con quel documentario avevamo mostrato come le strutture ittiche replichino esattamente gli stessi identici problemi degli allevamenti terrestri, dalle criticità sul benessere animale all’inquinamento locale, con l’unica differenza che tutto avviene sott’acqua e quindi risulta meno visibile.

In How to Feed the Planet riprendiamo il tema perché Malta rappresenta un caso scuola emblematico di come le risorse alimentari non vengano usate per nutrire le persone, ma per nutrire un’industria. Quella del tonno rosso a Malta è a tutti gli effetti una produzione industriale. Spesso viene considerata una storia virtuosa perché le quote di pesca hanno permesso il ripristino della specie nel Mediterraneo. Ma qual è il destino di questo pesce? Il tonno viene pescato in Italia, in Spagna e in tutto il bacino del Mediterraneo, e poi trasportato a Malta all’interno di enormi vasche trascinate in mare. Lì si concentra la maggior parte degli impianti di ingrasso ed è lì che si attiva la logica industriale.

Tenere animali selvatici confinati in quelle gabbie per mesi solleva pesanti problemi di natura etica e di benessere animale, ma è dal punto di vista dell’efficienza delle risorse che il sistema si rivela totalmente irrazionale. Negli impianti di Malta il tonno viene ingrassato sensibilmente per aumentarne il peso e il valore commerciale, con l’obiettivo di esportarlo quasi interamente in Giappone per il mercato del sushi e del sashimi, dove il taglio molto grasso è particolarmente quotato. Per ottenere questo ingrasso si utilizza pesce selvatico, con rapporti di conversione allucinanti: parliamo di una forbice che va, nei casi considerati più virtuosi, da 10 chili di pesce selvatico per ottenere un aumento di peso di un solo chilo, fino a raggiungere i 25 chili nei contesti peggiori. Per di più, al momento della lavorazione si prelevano solo i filetti e una parte consistente del tonno viene direttamente scartata e buttata sul posto.

In un momento storico caratterizzato da sovrappesca e scarsità di risorse, sottrarre una quantità simile di pesce selvatico per alimentare un’industria orientata al puro profitto dimostra il nostro passaggio da una gestione locale ed ecosistemica a una logica di pura commodity. Spesso ci sentiamo ripetere che il pesce è il re della dieta mediterranea, ma quello che consumiamo abitualmente – a partire dal tonno in scatola – è un prodotto industriale che con quel modello non ha nulla a che fare. Le stesse flotte europee stanno pescando massicciamente negli altri oceani, come quello Indiano, dove gli stock ittici sono ormai in forte sofferenza per il sovrasfruttamento. Di Mediterraneo, in ciò che mangiamo, è rimasto davvero poco.

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Factory Farms. Credit: “How to Feed the Planet”

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Il potenziale economico di questo settore sta spingendo anche l’Italia a muoversi in questa direzione? C’è un reale supporto da parte delle istituzioni europee?

Sì, i flussi di denaro che orbitano intorno a questo business sono talmente massicci che gli allevamenti stanno crescendo rapidamente in Spagna, e l’Italia stessa sta registrando una forte spinta per aprire nuovi impianti di ingrasso del tonno sul proprio territorio. Finora il nostro Paese ha incontrato maggiori difficoltà operative, principalmente perché l’installazione di queste gabbie genera un forte inquinamento locale – un problema che a Malta è già evidentissimo. In Italia i progetti principali fanno capo a Cetara e Salerno, in Costiera Amalfitana, dove si concentrano le principali flotte di pescherecci dedicate alla cattura del tonno. Nonostante i problemi ambientali, i progetti sono in piedi perché la nicchia economica è estremamente redditizia.

L’Unione Europea sovvenziona direttamente queste operazioni considerandole virtuose. Viene alimentato uno storytelling secondo cui l’allevamento di pesce ridurrebbe lo sforzo di pesca globale e garantirebbe la sostenibilità delle risorse. La realtà scientifica dice il contrario: noi alleviamo quasi esclusivamente specie carnivore, che consumano molta più materia prima di quanta ne producano. Definire questo modello “sostenibile” è solo un modo per delocalizzare il problema: si riduce nominalmente la pressione sulla pesca nel Mediterraneo, ma si sposta lo sforzo estrattivo in altre aree del mondo, dove il pesce selvatico viene trasformato in mangime o in commodity per gli impianti di ingrasso. Non è più cibo, è mangime per l’industria.

Nel documentario affronti anche la retorica e il marketing che oggi circondano la “Dieta Mediterranea”, evidenziando il contrasto con i modelli scientifici come la Planetary Health Diet. Cosa è rimasto del concetto originale e perché le alternative vengono attaccate in modo così coordinato?

Questo è l’aspetto del film che ci tocca più da vicino e che dovrebbe imporci una riflessione profonda. L’Italia è considerata un punto di riferimento globale in virtù di una dieta mediterranea che è stata codificata decenni fa. Quel modello originale possiede teoricamente tutte le caratteristiche per essere una soluzione chiave: è una dieta ecosistemica basata sulla stagionalità, sul chilometro zero, sul consumo prevalente di ortaggi e verdure fresche, e su uno stile di vita rurale, comunitario e all’aria aperta tipico della nostra penisola di qualche generazione fa. Questi sono i veri cardini della sostenibilità alimentare.

Il problema fondamentale è che ciò che ci viene propinato quotidianamente oggi sotto il brand di “dieta mediterranea” è l’esatto opposto. Il concetto è diventato una mossa di marketing, un monopolio commerciale appannaggio di filiere industriali che producono prosciutto, parmigiano e derivati.

Invece di recuperare i valori di quei sistemi alimentari aggiornandoli con gli strumenti dell’agroecologia o valorizzando le produzioni locali virtuose che pure esistono in Italia, ci fossilizziamo sulla promozione dell’export di un sistema agroindustriale estrattivo. Abbiamo trasformato un patrimonio in una bugia, in un fake.

Questo cortocircuito annulla la nostra consapevolezza e la nostra libertà di scelta individuale. Ci culliamo nell’illusione di non avere un problema perché “noi seguiamo la dieta mediterranea”, convincendoci che i modelli insostenibili e i fast food riguardino solo gli americani. Ma i dati dicono che appena il 5% degli italiani segue davvero la vera dieta mediterranea. Il nostro pane quotidiano è ormai fatto di carne e pesce consumati ogni giorno, prodotti ultraprocessati, salumi, formaggi, farine raffinate e salmone: alimenti che nel modello originale avevano un ruolo marginale o pari a zero. Siamo pienamente immersi nelle dinamiche del takeaway, del fast food e dei format all you can eat, che ci allontanano sistematicamente dalla nostra identità alimentare.

Quando la scienza propone alternative solide come la Planetary Health Diet – che muove le proprie ricerche proprio dalle virtù delle diete tradizionali ed ecosistemiche – scatta un attacco coordinato e strutturato da parte dell’industria. Questo modello scientifico prevede una drastica riduzione del consumo di carne, il ridimensionamento netto dei cibi processati da supermercato e l’abbattimento degli zuccheri. Parliamo di colpire i settori più potenti e capitalizzati del mercato globale. In Italia l’agroalimentare rappresenta una fetta gigantesca del nostro export e fa direttamente la politica: l’industria e i grandi produttori siedono ai tavoli istituzionali e i governi ne eseguono le linee.

Non stupisce quindi che il dibattito scientifico sia sistematicamente inquinato da lobby fortissime che investono in comunicazione, indottrinamento e disinformazione. Gli esempi sono infiniti: basti pensare alla piramide rovesciata recentemente caldeggiata dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti sotto diretta dettatura dei produttori di carne, o alla costante presenza sui nostri media di nutrizionisti o pseudo-tali che promuovono la necessità di consumare proteine animali quotidianamente. L’industria sa perfettamente come orientare i flussi informativi per difendere i propri asset.

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Cereal production. Credit: “How to Feed the Planet”

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Un altro capitolo complesso del documentario riguarda l’Ucraina. In che modo la filiera agroalimentare e l’agribusiness si intrecciano con le dinamiche geopolitiche?

Il film analizza la vicenda ucraina proprio per dimostrare come la produzione alimentare metta lo zampino nelle tensioni internazionali e nelle origini dei conflitti. A livello globale le risorse per sfamare la popolazione ci sarebbero, ma se preferiamo utilizzarle per alimentare l’industria zootecnica, quella alimentare o il settore dei biocarburanti anziché le persone, i beni diventano scarsi per tutti. In questo scenario, i grandi player internazionali ragionano secondo una logica predatoria: accaparrarsi le risorse strategiche e lasciare che gli altri si arrangino, generando impatti devastanti e tensioni geopolitiche.

Fino a quindici anni fa l’Ucraina disponeva di imponenti superfici agricole sottoutilizzate e di un quadro normativo rigido che vietava la vendita di terreni a investitori stranieri. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria corsa alla terra da parte dell’agribusiness occidentale, in particolare statunitense ed europeo, con l’obiettivo di trasformare il Paese nel “granaio d’Europa”. Grandi istituzioni finanziarie per la cooperazione e lo sviluppo hanno condizionato i loro investimenti all’apertura dei mercati fondiari. Ho intervistato produttori agricoli italiani che descrivevano l’Ucraina di quegli anni come una vera e propria corsa all’oro, una gara ad accaparrarsi i terreni in affitto per essere in prima linea non appena fosse diventato legale acquistarli, delocalizzando lì le produzioni.

Già dieci anni fa gran parte del grano per la nostra pasta o del mais e dei semi oleosi per la mangimistica industriale proveniva da quelle rotte commerciali. Questa massiccia avanzata dell’agribusiness ha di fatto accelerato l’occidentalizzazione economica del Paese, allineandone le normative a un modello liberista. Non si può dire che questo abbia creato da solo il conflitto, ma la corsa alle risorse agricole e l’avvicinamento economico hanno indubbiamente giocato un ruolo chiave nel determinare le forti tensioni con la Russia. È la dimostrazione simbolica di come l’accaparramento delle risorse altrui si trasformi in una miccia per la guerra.

Di fronte a questo scenario critico, qual è il messaggio finale del film? Quali sono le soluzioni pratiche e da che parte dobbiamo schierarci?

Il messaggio finale è fortemente positivo: le soluzioni esistono e sono a portata di mano. L’Italia, ironicamente, si trova geograficamente e culturalmente nel cuore della soluzione e dovrebbe guidare questa transizione con entusiasmo e convinzione politica, anziché assecondare linee miopi e industriali. Dobbiamo lavorare città per città, comunità per comunità, per costruire sistemi alimentari virtuosi basati sulla vera dieta mediterranea e sulle filiere agroecologiche locali, capaci di farsi copiare dal resto del mondo.

Tuttavia, How to Feed the Planet vuole lanciare un messaggio netto sulla natura di queste soluzioni. E cioè che non verranno calate dall’alto. Dobbiamo adottarle a livello personale, nei gruppi d’acquisto, nei quartieri e nelle città, per poi imporle politicamente ai decisori. La mia posizione può sembrare allarmista, ma credo che la questione non sia più semplicemente cosa possiamo fare, ma da che parte vogliamo stare.

Io credo che la risposta sta nel superamento dell’individualismo attraverso la dimensione comunitaria. Le scelte del singolo devono essere sempre pensate come azioni di gruppo, come tessere di una comunità. Nel momento in cui usciamo dalla logica atomizzata dell’individuo, cambiano i parametri: se capisco che l’acquisto online compulsivo è vantaggioso per me ma distrugge il tessuto sociale e l’impiego del mio vicino di casa, posso decidere consapevolmente di accettare un minore vantaggio personale pur di sostenere la mia comunità. E dobbiamo stare attenti a dove fissiamo i confini di questa comunità: se la mia comunità prospera ma in Congo si consumano conflitti e malnutrizione per mantenere i nostri standard energetici e alimentari, allora quel sistema non è accettabile.

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Credit: “How to Feed the Planet”

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