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mercoledì, Giugno 19, 2024

Le buone pratiche di economia circolare sono replicabili? Le indicazioni del rapporto UNI

Il recente rapporto tecnico dell'Ente Italiano di Normazione ha raccolto e analizzato 41 buone pratiche di economia circolare, individuandone le caratteristiche principali. Tra i benefici più importanti c'è la rivitalizzazione dei territori, all'insegna della coopetizione

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Redazione EconomiaCircolare.com

La famiglia di norme dedicate all’economia circolare da parte dell’Ente Italiano di Normazione (UNI) si allarga: dopo la pubblicazione della norma UNI/TS 11820 sulla misurazione della circolarità, da poco è stato reso accessibile il rapporto tecnico UNI/TR 11821 “Raccolta ed analisi di buone pratiche di economia circolare”. In esso sono raccolte 41 buone pratiche di economia circolare, selezionate e analizzate con lo scopo di evidenziarne i punti di forza e le criticità.

Il webinar che si è svolto il 13 aprile 2023, organizzato da UNI e EconomiaCircolare.com,  ne ha illustrato le finalità e i contenuti. L’incontro, consultabile online, ha posto le basi per quello che sarà il prosieguo della norma, con lo scopo di rendere replicabili e scalabili le buone pratiche che, per essere realmente efficaci, dovranno ora essere messe a sistema. Da modello di riferimento a pratiche condivise a livello industriale: come è possibile estendere l’economia circolare a ogni settore produttivo?

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A chi interessano le buone pratiche di economia circolare? Alle istituzioni

Le 41 buone pratiche di economia circolare contenute nel rapporto UNI sono pronte all’uso, come ha dichiarato il presidente UNI Giuseppe Rossi, pur con qualche inevitabile adattamento. Lo scopo poi è quello di allargare lo sguardo a livello internazionale. La misurazione della circolarità si fa infatti sempre più necessaria, specie per le piccole e medie imprese, anche per via delle precise richieste da parte dell’Unione europea. Le norme UNI diventano dunque un utilissimo vademecum, specie perché le buone pratiche sia in Italia che nel resto dell’Europa vengono misurate con parametri diversi, e invece, come è noto, per capirsi serve una lingua comune.

“Pur non essendo normata negli aspetti più capillari, in Italia l’economia circolare è già ampiamente diffusa” ha affermato Carlo Brondi, coordinatore del gruppo di lavoro UNI sui problemi specifici dell’economia circolare. Non ci si sorprende dunque nel constatare che il rapporto tecnico sulle buone pratiche, d’altra parte, non si rivolge soltanto, appunto, agli stakeholder tecnici (organizzazioni, progettisti, costruttori di apparecchi e laboratori, fabbricanti di prodotti e sistemi) ma anche agli stakeholder istituzionali (enti, pubbliche amministrazioni, cooperative e ong). Perché conoscere ciò che si è mosso, in assenza spesso di leggi e decreti attuativi, è indispensabile per conoscere i problemi delle singole filiere e le soluzioni messe in campo da aziende e start-up.

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Come si fa a diventare (e a restare) una buona pratica

Le buone pratiche di economia circolare non si somigliano sempre. Alcune possono essere sbilanciate su un versante, ad esempio l’innovazione tecnologica, altre sugli impatti sociali o sull’efficienza delle risorse. Quel che importa, in ogni caso, è che dopo lo spunto iniziale si possa prosperare nel mercato: troppo spesso, infatti, alcune promettenti startup di economia circolare sono rimaste tali o hanno comunque faticato a uscire dalla nicchia. È un discorso che vale per tanti altri settori, certamente, ma che, almeno in Italia, caratterizza ancora una discreta fetta dell’economia circolare.

Secondo Claudio Brondi, tuttavia, l’importanza delle buone pratiche di economia circolare resta fondamentale anche per l’economia lineare. Innanzitutto perché spinge all’utilizzo delle risorse improduttive, “forse la caratteristica principe di tutte le buone pratiche che abbiamo esaminato nel rapporto tecnico UNI”; a seguire poi l’efficienza nella trasformazione delle risorse nonché la creazione di una gerarchia che porta poi alla sostituzione degli approvvigionamenti critici.

Le buone pratiche di economia circolare, spiega ancora Brondi, agiscono da attrattori culturali, nel senso che ridefiniscono i modelli organizzativi, rappresentando allo stesso tempo un trasferimento di conoscenze dalle imprese al territorio. In questo modo l’innovazione si estende e diventa sia sistemica che localizzata sui singoli flussi.

Tra i benefici più importanti delle buone pratiche di economia circolare c’è la rivitalizzazione dei territori: in attesa che possano diventare scalabili, gli esempi riportati dal rapporto tecnico UNI hanno consentito una maggiore coesione sociale. Si fa poi notare il dato che tutte le buone pratiche hanno un’elevata propensione alla replicabilità, sia nello stesso settore che in altri. In più in questo ambito l’aspetto brevettuale non costituisce una barriera consistente. Per dirla ancora con Brondi, insomma, “il modello dell’economia circolare è un modello di coopetizione”.

Leggi anche: La transizione delle città verso la sostenibilità, il contributo di UNI

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