Colonizzare la luna per salvare il pianeta: l’ultima idea dei tecnologi-miliardari

Per Jeff Bezos, il patron di Amazon, l’unica soluzione per conciliare crescita economica e tutela dell’ambiente è spostare l’industria sulla Luna. A ben pensarci, colonizzare nuovi pianeti da “depredare” non è un’idea nuova, ma è impossibile. Non esiste un pianeta B, bisogna salvare l’unico che abbiamo

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

“There is no planet B” (non c’è un pianeta di riserva) è da anni uno degli slogan più ricorrenti nelle proteste ambientaliste. Il messaggio è chiaro: non possiamo distruggere e depredare questo pianeta perché è l’unico che abbiamo. Lo ha spiegato bene il professor Mike Berners-Lee (qui la sua intervista ad EconomiaCircolare.com) nel suo libro No planet B (edito in Italia per il Saggiatore). Anche se riuscissimo a ipotizzare un viaggio spaziale, non ci sarebbero per centinaia di anni le condizioni tecnologiche e l’energia sufficiente per farlo. Senza contare i tempi dello spostamento e le enormi difficoltà legate a colonizzare un nuovo pianeta.

Eppure, ciclicamente, torna l’idea tecno-futuristica di cercare nello Spazio le risorse che stiamo progressivamente esaurendo sulla Terra. L’ultimo a rilanciarla è stato Jeff Bezos. Il fondatore di Amazon ha sostenuto che, per conciliare crescita economica e tutela dell’ambiente, l’umanità dovrebbe trasferire sulla Luna le attività industriali più inquinanti e sfruttare il satellite come fonte di materie prime per il nostro pianeta. Ricavare materie prime critiche dallo spazio può sembrare allettante di fronte alla scarsità di risorse, ma allo stesso tempo avrebbe un impatto ambientale considerevole, basti pensare ad esempio ai lanci spaziali aggiuntivi che andrebbero realizzati per colonizzare nuovi mondi.

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Gli ultimi 500 anni di storia: è davvero possibile tornare indietro?

Soprattutto, si tratta di replicare all’infinito l’istinto predatorio che ha accompagnato lo sviluppo umano e che ci ha portato all’attuale collasso climatico e alla perenne esigenza di risorse naturali da sfruttare. Nel passato, l’uomo è sempre stato in grado di espandersi mentre si sviluppava, ma ora all’improvviso e quantomeno per il futuro prossimo, ci siamo resi conto che non possiamo più farlo. Un dato sintomatico di questo percorso è stata la crescita costante nell’utilizzo dell’energia nella storia dell’umanità. Per farlo, però, sono state consumate risorse naturali e si è generato inquinamento.

Accanto a questo processo – e certamente grazie alla superiore disponibilità di energia – la popolazione terrestre è cresciuta in maniera esponenziale, aumentando ulteriormente il consumo di risorse, la pressione sugli ecosistemi e l’impatto sul pianeta Terra. Si è arrivati così, sostiene Berners-Lee alla sindrome da “grande popolazione, piccolo pianeta”. un tema che si inserisce pienamente in quello che ormai in maniera diffusa viene definito Antropocene: l’epoca in cui il potere dell’uomo è la fonte dominante di cambiamenti dell’ecosistema.

Colonizzare nuovi pianetiIl problema è che la capacità rigenerativa della Terra è rimasta sostanzialmente invariata, come dimostra il progressivo anticipo dell’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità esaurisce le risorse che il pianeta è in grado di rigenerare nell’arco di un anno. La risposta più razionale sarebbe ridurre i consumi e gli impatti, mettendo in discussione il paradigma di una crescita economica infinita. Ma i principali alfieri di quel paradigma, a partire dai miliardari della Silicon Valley, sperano in una strada diversa: affidare alla tecnologia la soluzione del problema.

Non per limitare gli impatti, ma addirittura trasferirsi su un altro pianeta quando il nostro sarà reso invivibile a causa dei cambiamenti climatici (ergo, sfruttarlo fino all’ultima goccia) oppure colonizzare altri pianeti da utilizzare come riserve di materiali o luoghi “vergine” dove esportare gli impatti, come ventilato da Bezos. Che infatti alla retorica futuristica affianca quella utopica del “ritorno alle origini”: “Il nostro pianeta-giardino può tornare alle condizioni precedenti alla rivoluzione industriale”, ha dichiarato Bezos. Insomma godere dei benefici per l’umanità portati dal progresso sulla qualità della vita e ritrovare allo stesso tempo “l’innocenza perduta”.

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I viaggi spaziali: perché è impossibile colonizzare altri pianeti

Ma gli impatti sulla Terra sono reali e vanno affrontati nel qui e ora, come ripetono da anni gli scienziati lanciando allarmi. Nel suo libro Berners-Lee dimostra come “alcune considerazioni elementari di fisica ci inducono ad accantonare l’idea” di viaggi intergalattici per colonizzare altri mondi. Il pianeta più vicino che potrebbe avere caratteristiche ragionevolmente simili a quelle della Terra, spiega, è Proxima Centauri B. Si trova alla distanza di “appena” quattro anni luce, il che significa circa quarant’anni viaggiando “solo” a un decimo della velocità della luce (30.000 chilometri al secondo) per raggiungerlo.

Senza contare la quantità di energia necessaria: “L’approvvigionamento energetico quotidiano dell’intera umanità equivale più o meno all’energia cinetica che serve per far viaggiare 50 persone, ciascuna con un peso di 70 kg, a una tale velocità”, calcola Berners-Lee. Inoltre, servirebbe dell’energia aggiuntiva per muovere l’astronave e da immagazzinare per rallentare al termine di un viaggio fatto 30.000 km al secondo. Infine, avere riserve di acqua e cibo per quarant’anni e l’attrezzatura indispensabile per il viaggio.

Conclude l’autore: “Evidentemente tutta questa discussione è frutto di fantasia, ma i miei semplici calcoli chiariscono che i viaggi interstellari non sono un’alternativa a una vita sostenibile sulla Terra. Star Trek era fiction. Come oggi, anche nel prossimo futuro non saremo in grado di viaggiare a ‘velocità curvatura’ o attraverso un ‘cunicolo spaziotemporale’, e probabilmente non lo saremo mai”. Ha poco senso parlarne, allora, se non come argomento di discussione tra amici.

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Space economy

Tra prospettive reali e interessi economici (ancora più reali)

Eppure negli ultimi anni, le élite tecnologiche sono state conquistate dall’ideologia del “lungotermismo”, interessata al futuro dell’umanità tra migliaia di anni e al destino della nostra specie nello Spazio. Adesso Jeff Bezos fa, però, una proposta apparentemente più “pragmatica”: il satellite terrestre si raggiunge in tre giorni e mezzo di viaggio, a differenza di Marte, per cui ci vogliono due anni. E la sua gravità ridotta la trasforma in una tappa di sosta fondamentale.

Dopodiché, la superficie lunare, bombardata per quattro miliardi e mezzo di anni da meteoriti, contiene praticamente tutti i minerali necessari a costruire infrastrutture nello spazio. Il ghiaccio d’acqua lunare, potrebbe essere trasformato in ossigeno liquido, uno dei principali propellenti per i viaggi nello spazio profondo, e lanciato in orbita a una frazione del costo necessario per portarlo dalla Terra. Naturalmente si tratta di un “primo passo fondamentale” per proseguire oltre e colonizzare altri pianeti.

La ricchezza delle civiltà, ha sostenuto Bezos richiamandosi all’ottimismo “lungotermista”, è sempre stata trainata dall’invenzione, dall’aratro di 6000 anni fa alla macchina a vapore, e il momento attuale è l’epoca con il maggior numero di opportunità nella storia dell’umanità. In questo senso Bezos ha colto l’occasione anche per parlare di Prometheus, la sua società di intelligenza artificiale cofondata lo scorso anno, che ha descritto come uno strumento per comprimere i cicli di progettazione con l’obiettivo di accelerare i maniera drastica l’innovazione.

Ed è forse questo il vero tema: la spinta all’economia che può dare la ricerca sui viaggi spaziali e i tentativi di colonizzare nuovi pianeti. Bezos è anche il fondatore di Blue Origin, società creata per gettare le basi per future operazioni di volo spaziale umano. La space economy, infatti, vale oggi a livello globale 469 miliardi di dollari, con previsioni di crescita percentuale a due cifre per i prossimi decenni e le ricadute vanno ben oltre il settore spaziale in senso stretto e investono l’agricoltura, la gestione delle risorse naturali e i trasporti. Gli impatti ambientali sono considerevoli, ma anche le prospettive di business.

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