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Le critiche alle cosiddette semplificazioni contenute nei vari pacchetti Omnibus licenziati dalla Commissione UE si allargano e ora arrivano anche dai Commissari della squadra della presidente Ursula von der Leyen. “Abbiamo la sensazione che non si tratti di semplificazione, ma di una combinazione disordinata di elementi che porta all’incertezza”, ha detto la settimana scorsa Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva per la transizione pulita, giusta e competitiva, durante un evento organizzato dal think tank Bruegel.
Finora le critiche, non poche né irrilevanti, erano arrivate dalle associazioni della società civile, dai sindacati, dalla Mediatrice europea (che ha bocciato l’eccessiva accelerazione delle procedure a scapito della condivisione e delle consultazioni), dalla Banca centrale europea. Mai dall’interno, mai da uno dei Commissari.
Finora ad ora la Commissaria Ribera aveva assistito passiva al lavoro di erosione delle normative ambientali e sociali del secondo esecutivo von der Leyen. Forse nel cambio di rotta ha pesato la scelta, al Parlamento europeo che sta per dare l’ok definitivo, di procedere nella missione Omnibus puntellando la maggioranza coi voti del fianco estremo della destra europea. Per la socialista Ribera questo ha forse rappresentato un segnale d’allarme da non sottovalutare. Oppure sono state le parole della stessa von der Leyen al vertice sulla competitività di Copenaghen del primo ottobre. Nel quale la presidente della Commissione ha sdoganato, forse spinta dalla platea ‘amica’, il termine “deregolamentazione”.
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“Abbiamo bisogno di deregolamentazione”
Ha detto von der Leyen annunciando l’ennesimo pacchetto Omnibus, quello sulla difesa: “Quando parliamo di semplificazione, siamo tutti d’accordo sul fatto che abbiamo bisogno di semplificazione, abbiamo bisogno di deregolamentazione. Ne abbiamo bisogno a livello europeo. In realtà, ne abbiamo bisogno anche a livello nazionale […]. Ma spero che con gli omnibus stiamo dando il buon esempio affinché anche altri possano seguirci”.
All’incontro organizzato da Danish Industry (l’associazione delle imprese danesi) a margine del vertice informale dei capi di governo dell’Unione Europea, la presidente della Commissione ha lamentato che dei sei omnibus licenziati dall’esecutivo, il primo a febbraio, “nessuno è ancora arrivato a destinazione, perché anche i colegislatori devono fare il loro lavoro e devono raggiungere un accordo”. E ha esortato gli industriali danesi: “Invitate i leader dei gruppi politici affinché anche loro possano rendersi conto dell’urgenza della situazione. Naturalmente, possono modificare le nostre proposte. Questa è la democrazia. Ma portate a termine il lavoro. Questo è il punto”.
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Sappiamo che le copie, per quanto eccellente sia la fonte d’ispirazione, non raggiungono mai i livelli degli originali. Entrando a gamba tesa Ribera ha parlato di “un terribile spettacolo politico”. Del fatto che “in troppe occasioni abbiamo la sensazione che non si tratti di semplificazione, ma di [una] combinazione disordinata di elementi che porta all’incertezza”. Anche lei sdogana la parola che finora solo i detrattori avevano impiegato: “La deregolamentazione elimina le misure di salvaguardia, fa ricadere i costi sui cittadini e sui contribuenti, crea incertezza e scoraggia gli investimenti“, ha affermato.
Ha parlato di “una sorta di approccio trumpista contro la stabilità, l’affidabilità e la prevedibilità”. Che “indebolisce i nostri standard. Riduce la credibilità del mercato unico, aumenta le disuguaglianze e le distorsioni”. Insomma non fa bene né alla competitività delle imprese né all’autorevolezza dell’Europa: “Semplificare le regole non significa indebolire le protezioni o rinunciare alla regolamentazione”.
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