Non sono mai stato un grande amante del latte, fin da bambino tentavo ogni trucco possibile per fare colazione in altri modi – spesso senza riuscirci. Eppure latte e formaggi sono cibi centrali nella nostra cultura, italiana e anche “occidentale” (non solo, ovviamente).
L’onnipresenza del latte è una delle prime cose che noti soprattutto quando non puoi mangiarlo. Leggendo le etichette lo troviamo ovunque, in tantissimi cibi che all’apparenza non dovrebbero contenerlo: biscotti, snack, dolci, panificati e così via. Se non ci credete, fate pure una prova la prossima volta che fate spesa.
Eppure questo alimento è diventato un protagonista centrale quando si parla di impatto del cibo, finendo al centro di polemiche, battaglie ideologiche e non solo, ma anche di politiche volte a ridurne la produzione (come vedremo più avanti). Partiamo quindi dal principio.
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Cos’è l’industria del latte oggi
Entriamo nel mondo della produzione del latte. Quando pensiamo a questo alimento, una delle immagini che ci vengono in mente è la mucca in alpeggio, all’aria aperta mentre bruca l’erba, munta a mano, magari da un uomo che siede su uno sgabello di legno con in mano un secchio di latta (forse è colpa di Heidi, o delle varie pubblicità che vediamo sulle confezioni).

Questa immagine racconta solo una piccolissima parte del metodo di produzione del latte, che ancora oggi esiste, ma di fatto è una minuscola verità.
Innanzitutto specifichiamo che quando parliamo di latte, automaticamente intendiamo latte di vacca (o mucca), anche se in realtà in commercio ne trovate che provengono da altri animali (capra e pecora, ma anche dai cammelli). Questo fraintendimento dipende dal fatto che è quello che più consumiamo a livello globale.
La produzione di latte di vacca nel mondo sta crescendo sempre di più, parliamo di circa 992 milioni di tonnellate prodotte l’anno scorso (85% in più rispetto a solo 30 anni fa). I paesi che ne producono di più sono gli Stati Uniti in testa, poi l’India, la Russia e la Germania. E la quasi totalità delle mucche allevate per la produzione di latte non vive al pascolo, ma in stalle industriali, quindi in veri e propri allevamenti intensivi.
Questo significa che sono animali selezionati geneticamente per produrre sempre più latte, che vivono in stalle da cui non escono mai e l’unica erba che vedono è il fieno che viene dato nelle mangiatoie. Per la produzione di latte è necessario che la mucca venga ingravidata (ora questa operazione avviene artificialmente), e non appena nasce il vitello questo viene separato così che tutto il latte prodotto dalla vacca va nella produzione.
I vitelli sono quindi nutriti con latte artificiale e, se femmine diventeranno mucche da latte, se maschi invece verrano macellati a pochi mesi per produrre carne di vitello. Dopo il parto le vacche sono munte un paio di volte al giorno, con sistemi industriali e automatizzati. A causa di tutto questo le mucche negli allevamenti intensivi, che quindi fanno un vitello all’anno, dopo 4 o 5 anni diventano poco produttive, e vengono quindi mandate al macello – in natura, una mucca potrebbe arrivare anche fino a 20 anni. E tutto ciò è la ordinarietà legalizzata, anche in Italia, senza poi considerare le varie violenze e irregolarità che diverse inchieste negli allevamenti ci mostrano.
Ma le criticità della produzione del latte non riguardano solo gli animali, ma anche l’impatto che questo prodotto ha sull’ambiente.
L’impatto ambientale della produzione del latte
Parlare di dati è sempre complicato, ma per capire l’impatto dell’industria del latte è interessante partire da una ricerca dell’Institute for Agriculture and Trade Policy (IATP), secondo la quale l’inquinamento prodotto dalle tredici più grandi aziende del settore lattiero-caseario al mondo supererebbe addirittura quello dei principali giganti dei combustibili fossili.
Ma come inquina la produzione di latte? In primo luogo perché, come sappiamo, le vacche emettono grandi quantità di metano attraverso la ruminazione e la digestione. E il metano, sebbene rimanga in atmosfera circa una ventina di anni, ha un potere climalterante superiore di circa 85 volte alla CO2. Oltre a questo c’è il problema delle deiezioni, quindi feci e urina, e del fertilizzante usato per la coltivazione dei mangimi.
Quando l’urina dei bovini si mescola alle feci, viene rilasciata nell’aria l’ammoniaca, un gas che, ricadendo sotto forma di pioggia sul terreno, rende il terreno troppo acido. Questo processo, chiamato acidificazione, danneggia il pH naturale del suolo, con ricadute su biodiversità e fertilità del terreno. Le deiezioni prodotte dai bovini negli allevamenti intensivi sono spesso troppe, e queste vengono usate nei campi come concimi. Il problema è che il terreno non riesce ad assorbire tutto quell’azoto contenuto, che finisce quindi per “scivolare” nelle falde acquifere o direttamente nei fiumi. E anche questo è un problema.
C’è poi il confronto con le bevande vegetali. Grazie a un celebre studio pubblicato su Science, sappiamo che il latte di vacca risulta quello con un impatto ambientale maggiore. Se prendiamo come riferimento la produzione di un solo litro di latte, il latte vaccino emette circa 3,2 kg di emissioni di CO2, mentre le alternative vegetali oscillano tra lo 0,7 e l’1,2 kg: produrre un solo bicchiere di latte di mucca inquina quanto produrne tre di latte di soia o d’avena.
Anche per il consumo di suolo il latte di mucca svetta in testa: per un litro servono ben 9 metri quadrati di terreno; per le alternative vegetali, ne basta meno di uno (tra gli 0,3 e gli 0,8 metri quadrati). Bere un bicchiere di latte vaccino al giorno per un anno richiede circa 650 metri quadrati di terra, l’equivalente di oltre due campi da tennis.
Passiamo poi all’acqua. Se per un litro di latte di soia servono appena 28 litri d’acqua e per quello d’avena 48, il latte di mucca ne richiede ben 628. Persino il latte di mandorla, che tra i vegetali consuma più acqua, con i suoi 371 litri consuma comunque quasi la metà rispetto alla controparte animale.
La scelta dell’Olanda: contributi economici per ridurre gli animali negli allevamenti
Ed è proprio interessante vedere cosa sta per succedere nei Paesi Bassi, un paese che vuole provare a intervenire su questa filiera le cui criticità non mancano. Proprio in questi giorni, la Commissione Europea ha dato il via libera a un piano olandese da 615,7 milioni di euro il cui obiettivo è pagare gli allevatori affinché riducano il numero delle proprie mucche.
I Paesi Bassi vivono da anni una vera e proprio “crisi dell’azoto“. Avendo un’altissima densità di allevamenti per il latte più alta al mondo, le emissioni di ammoniaca hanno raggiunto livelli tali da provocare un vero stallo giuridico: i tribunali hanno bloccato la costruzione di case e infrastrutture perché i limiti di inquinamento del suolo (l’acidificazione) erano già stati ampiamente superati. Questo ha creato una grande polarizzazione all’interno della società olandese, in cui è nato anche un partito che rappresenta gli interessi di allevatori e agricoltori (il BBB). Insomma, l’argomento è molto caldo.
In questo contesto, lo Stato offrirà sovvenzioni agli allevatori che decideranno, volontariamente, di ridurre la propria mandria per almeno tre anni. Non si tratta di chiudere le aziende, ma di passare a un modello “estensivo”: meno capi, più spazio, meno emissioni. Lo Stato coprirà fino al 100% dei costi e delle perdite di reddito, arrivando a pagare circa 1.600 euro per ogni vacca “in meno”, a patto che l’allevatore rinunci definitivamente ai propri diritti di produzione (i cosiddetti diritti sui fosfati). L’obiettivo è eliminare circa 64 mila animali.
Vedremo ora come evolverà questa misura, e che impatto avrà sulle emissioni, ma è una notizia che segna un passo di marcia nel panorama europeo.

Un po’ opposto di quello che succede invece in Italia, dove il governo sembra molto focalizzato a una difesa sempre maggior di questo settore. Sempre pochi giorni fa, infatti, il MASAF ha annunciato che il DDL “Tutela agroalimentare”, voluto dal ministro Lollobrigida, è legge. E tra le varie novità, abbiamo una stretta sulle sanzioni sulla nominazione delle alternative vegetali al latte. In realtà, che non si potesse scrivere “latte di soia” sulla confezione era già assodato da anni a livello europeo; la vera novità italiana sta nell’aver introdotto un sistema sanzionatorio autonomo che va molto oltre i regolamenti UE. La legge ora punta a colpire anche le cosiddette “formulazioni negative”: espressioni come “non-latte”, “senza burro” o “alternativa vegetale al formaggio” potrebbero finire nel mirino, nonostante siano nate proprio per aiutare il consumatore a distinguere i prodotti.
Le conseguenze per chi non si adegua sono pesanti. Le multe partono da un minimo di 4.000 euro e possono arrivare fino a 32.000 euro, ma per le aziende più grandi la sanzione può toccare il 3% del fatturato, con un tetto massimo di 100.000 euro.
Solo il tempo potrà dirci quale delle due scelte politiche sarà un bene o un male per la collettività.
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