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giovedì, Maggio 30, 2024

Le priorità Ue sulle materie prime critiche: intervista al prof. Blengini. “La strada è la cooperazione”

Gian Andrea Blengini è professore associato al Politecnico di Torino ed ex consulente della Commissione europea (anche) sul Critical Raw Material Act. A lui abbiamo chiesto di indicarci la visione perseguita dalle istituzioni Ue per un approvvigionamento sicuro e sostenibile. "Finora è mancata la collaborazione internazionale"

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Quando si parla di materie prime critiche e si affronta il tema delle estrazioni minerarie bisogna tenere in conto le enormi differenze tra miniere molto piccole e miniere molto grandi”. Prova a sfatare una concezione molto diffusa Gian Andrea Blengini, professore associato presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture del Politecnico di Torino ed ex consulente della Commissione europea – dal 2013 al 2021 è stato ricercatore senior presso il Joint Research Centre della Commissione Europea dove ha coordinato numerosi progetti sull’economia circolare, sull’analisi del ciclo di vita e sulle materie prime critiche. È a lui che ci siamo rivolti per provare a fare chiarezza sul complesso dibattito sulle materie prime critiche.

Che la transizione ecologica si basa, e si baserà sempre di più, su minerali come il litio, il cobalto e le terre rare, è un argomento ormai sdoganato. Il dibattito, in questo senso, è diventato mainstream, per usare un termine abusato. Ma resta difficile orientarsi nella successiva nebulosa di argomenti fattuali, soprattutto quando erroneamente vengono posti in termini oppositivi: meglio puntare su un ritorno delle estrazioni minerarie o incentivare il riciclo? Meglio puntare tutto sull’elettrico o rivolgersi ai biocarburanti? Meglio tentare la strada dell’autonomia dalla Cina o favorire percorsi di cooperazione? Meglio costruire una crescita energetica basata sulle rinnovabili o allestire una rete fatta di efficienza, risparmio e minore produzione?

Quel che è certo è che sulle materie prime critiche la posizione dell’Unione europea si è rivelata finora debole. Anche dopo la proposta di regolamento da parte della Commissione europea, il Critical Raw Material Act reso noto lo scorso marzo, i 27 Stati membri dell’Unione sembrano muoversi in ordine sparso. Tutti, però, sono consapevoli che è necessario puntare, usando la formula della stessa Commissione, a un “approvvigionamento sicuro, diversificato, conveniente e sostenibile”. È un obiettivo alla portata? E soprattutto: come si ottiene?

La domanda di materie prime critiche sta subendo una crescita esponenziale in Europa. Si dice che ciò sia l’effetto collaterale della transizione ecologica e digitale, mentre il dibattito sui giornali e in politica è incagliato sull’eccessiva dipendenza dalla Cina, che controlla non solo l’estrazione ma anche la trasformazione, e dunque le relative filiere. Come si può superare questo stallo, in cui si parla molto di una maggiore indipendenza degli Stati membri dell’Eu ma poco di una maggiore cooperazione tra di essi? 

La tendenza a diminuire la dipendenza delle materie prime critiche dalle forniture cinesi, ma non solo, è in ogni caso un aspetto molto chiaro nella proposta formulata dalla Commissione europea. Anche perché la dipendenza dall’estero è molto accentuata, e questo è il segnale più evidente che qualcosa è andato storto. Ma prima di arrivare a una maggiore autonomia bisogna comunque avviare il dialogo col resto del mondo, perché nei prossimi anni questo resterà il principale canale per l’approvvigionamento. L’auspicio in questi casi è di una collaborazione vera.

Se fino a questo momento, tanto per fare un caso di scuola, l’Unione europea, ma anche gli Stati Uniti e la Cina, si sono concentrate sull’estrazione del cobalto dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo per lavorarlo in casa, ora l’obiettivo deve essere quello di trasformare il cobalto direttamente in Congo. Questo è il primo elemento: con chi si creano partenariati in giro per il mondo? Per fare cosa? Dal commercio internazionale passerà comunque oltre il 50% delle forniture. Poi c’è l’altro aspetto citato, e cioè l’esigenza di una maggiore cooperazione tra gli stessi Stati dell’Unione europea, che invece finora si sono mossi ciascun per sé. Anche il mandato degli Stati membri alla Commissione è finora molto limitato: Francia e Germania, ad esempio, non sono così convinte a lavorare come gruppo. L’Italia, invece, avrebbe tutto l’interesse a favorire una rete di alleanze.

Quanto può influire una maggiore sinergia tra il pubblico e il privato nelle estrazioni minerarie? Qual è al momento lo stato dell’arte?

In Italia si deve ripartire praticamente da zero, nel senso che è noto che le aziende minerarie metallifere statalizzate sono state chiuse negli anni ‘80. Gli investimenti dunque al momento sono privati, spesso da parte di aziende internazionali, le quali probabilmente potrebbero vedere positivamente un ruolo del pubblico, da intendere come garanzia affinché la parte autorizzativa vada a buon fine in tempi ragionevoli.

Se invece pensiamo a Stati come la Cina lì le aziende nazionali vedono un forte ruolo di guida e di sovvenzioni da parte statale. E se quello della Cina potrebbe sembrare un esempio fuorviante, si può guardare ad esempio al Giappone, dove negli investimenti minerari c’è una forte presenza pubblica, che si assume il rischio ed esce fuori dal progetto non appena questo decolla. Ciò ha garantito una presenza estesa delle aziende giapponesi in giro per il mondo per vari progetti minerari. Io credo che un esempio del genere potrebbe funzionare anche in Italia. Oggi in Europa il privato da solo non se la sente di investire: lo fa in America Latina, in vari Paesi africani, in Cina e in Australia.

A marzo di quest’anno l’Ue ha proposto una riduzione del numero delle materie prime critiche per l’Unione europea, dalle 34 definite quest’anno a 16, in modo da focalizzare sforzi e progetti sui materiali davvero strategici, come a dire che non si potrà essere indipendenti su tutto e allora meglio specializzarsi in alcuni settori o filiere. Ci spiega le caratteristiche di questa proposta?

Nella recente proposta Ue si definiscono per la prima volta le materie strategiche, cioè quelle ritenute ancora più importanti rispetto alle materie prime critiche. A mio parere l’elenco delle materie prime critiche era troppo lungo e questo, associato ad alcune decisioni prese dalla Commissione europea in passato, come quella di pubblicare la lista in ordine alfabetico, non aiuta a dare delle priorità. Negli otto anni in cui sono stato alla Commissione Europea mi sono espresso più volte in questo senso.

Per ovviare a questo problema la Commissione europea ha pensato di creare un sottoelenco, diciamo di materie ancora più critiche, ovvero le materie strategiche, in modo da dare una scala di priorità e definire meglio dove agire e in che modo.

Oltre alle materie strategiche più note – litio, cobalto, terre rare – e quelle di cui si sottovaluta l’importanza, penso per esempio al rame, quali sono quelle da tenere d’occhio?

Certamente tutte quelle che servono per le batterie da autotrazione e per i magneti permanenti, dunque generatori eolici e motori elettrici. Proprio su questi due aspetti – mobilità elettrica ed energie rinnovabili – si focalizzano molti provvedimenti della Commissione europea, non solo il Critical Raw Material Act. Vanno tenuti poi in considerazioni altri fattori: ad esempio le aspettative di crescita della domanda e le previsioni sull’aumento della produzione.

In questo caso il materiale da attenzionare è il rame che lei citava, dato che si parla di aumenti previsti del 50%: qui non si parla di miniere o impianti su piccola scala, che hanno una produzione quasi simbolica, ma di estrazioni minerarie a grande scala e con investimenti enormi, della scala di grandezza di un programma quadro dell’Unione europea. Sta qui il problema, perché ad esempio i limiti di approvvigionamento su metalli come il gallio o il germanio sarebbero colmabili (hanno bisogno di investimenti relativamente bassi), ma sul rame la preoccupazione è maggiore. Il concetto dunque è questo: sfoltire l’elenco fornito dalla Commissione servirebbe a scegliere dove concentrare gli sforzi.

Il tavolo interministeriale sulle materie prime critiche è stato avviato formalmente a gennaio 2021 anche se poi è nato concretamente a settembre 2022 e finora, se non sbaglio, si sono costituiti i tavoli di lavoro e ci sono stati tre incontri. Davvero non si poteva fare di più, considerato che di riconversione alle energie rinnovabili si parla da anni e che anche il PNRR ha destinato fondi e definito progetti ritenuti insufficienti?

Capisco dove vuole arrivare, ma forse non è la lentezza il primo fattore che lascia perplessi. Quella del tavolo interministeriale sulle materie prime critiche è una questione complessa in cui è la modalità fin qui attuata che lascia qualche dubbio, soprattutto sulle priorità che si sono fin qui perseguite. È vero però che negli ultimi mesi c’è stata un’accelerazione. Il tavolo nasce da un’iniziativa fortemente voluta da alcuni funzionari ministeriali, col tempo cresciuta ed estesa a vari servizi, fino al recente allargamento agli Affari Esteri, oltre ai ministeri dell’Ambiente e delle Imprese.

L’ingresso di una componente importante degli Affari Esteri ha portato ora alla costituzione di un quinto gruppo di lavoro sulle collaborazioni internazionali che, inspiegabilmente, almeno dal mio punto di vista, è arrivato solo dopo due anni di lavori. Come se ci si fosse accorti oggi che esiste il resto del mondo. Penso che ci sia un malinteso di fondo sul senso più generale della transizione, che vuol dire appunto passare da uno stato ad un altro. E invece il tavolo è nato focalizzandosi molto sul principio dell’urban mining (le miniere urbane, cioè puntare ad esempio sul riciclo dei RAEE), con una partenza che mi è sembrata poco credibile perché esagera la portata del recupero di materie prime critiche, che essendo state pochissimo utilizzate in passato, sono molto poco presenti, o presenti in quantità minime nei rifiuti che potremmo riciclare oggi o nel prossimo futuro.

Ma quello che possiamo trovare in una soffitta o in una discarica non riuscirà mai a rispondere alle esigenze della transizione, che essendo transizione guarda al futuro, e non al passato. E non lo farà neppure guardare solo alle miniere di casa propria. Molti altri Stati da tempo puntano a collaborazioni e cooperazioni con le miniere fuori dall’Europa.

Davvero dobbiamo rassegnarci all’idea che se vogliamo la transizione dovrà aprirsi necessariamente una nuova stagione mineraria, in Italia e nel resto del mondo?

Bisognerà farlo a breve, e questo sarà uno dei temi caldi dei prossimi anni. A mio avviso però la necessità maggiore è un’altra. Vale a dire che serve riscrivere, o spiegare meglio, l’applicazione del concetto di economia circolare. Quello che non sta emergendo è che l’economia circolare è fondamentale per il modo in cui si usano le materie prime. L’idea che l’economia circolare sia utile soltanto per avere più materie prime critiche è da sradicare, perché contraria al concetto di transizione e incompatibile con i principi della fisica. Mi rendo conto che l’idea di poter chiudere le miniere e riciclare sia una storiella affascinante, spinta spesso da settori industriali e da certa politica, ma la realtà è ben diversa.

Sulle materie prime critiche ci si può avventurare in un paragone con gli inceneritori: così come gli inceneritori vengono a volte confusi con impianti per la produzione di energia, pure se ne recuperano una parte piccola rispetto a quella che abbiamo consumato per generare i rifiuti, credo sia errata anche la proposta secondo la quale recuperare grammi di terre rare dagli hard disk dei computer potrà far decollare la transizione ecologica. Cioè mi pare più un contentino. Per dire: in un hard disk di un computer ci sono 5 grammi di neodinio, per un generatore eolico ne servono 500 chili.

Senza considerare poi il processo molto energivoro dell’industria del riciclo…

Esatto. Se invece già a monte si lavora affinché la produzione delle nuove batterie per auto, ad esempio, sia circolare, nel senso che le stesse batterie possono essere riparate e riutilizzate, quella diventa una strada da perseguire, la vera economia circolare. Ma coi RAEE si potrà ottenere al massimo circa un 15% delle forniture di materie prime critiche, così come auspicato dalla Commissione europea col Critical Raw Material Act, non di più.

Se per qualche metallo questo obiettivo è ampiamente alla portata – penso al cobalto, dove già il riciclo contribuisce con una quota del 20%, peraltro non in Italia, – per altri metalli siamo a zero. E anche per lo stesso cobalto mantenere questa quota del riciclato del 20% in futuro sarà molto difficile, perché aumenterà di molto la richiesta.

Quanto potrebbe impattare sulla richiesta di materie prime critiche la proposta della Commissione, che si trova nel regolamento sull’ecodesign, di stabilire per i prodotti tecnologici un contenuto minimo riciclato? 

L’impatto potrebbe essere significativo. È uno dei contesti in cui i miei ex colleghi della Commissione europea stanno cercando di fornire numeri ragionevoli. Perché a mio parere il punto centrale è questo: alcune proposte sul regolamento vengono dalla politica senza però tenere conto delle possibilità concrete, mentre altre sono più tarate sulla realtà.

Per esempio le richieste sull’utilizzo di litio da riciclo, indicate dal regolamento sulle batterie, sono ad oggi impossibili da rispettare. In ogni provvedimento i numeri devono essere abbastanza alti da essere difficilmente raggiungibili ma comunque raggiungibili. In questo modo si crea un incentivo piuttosto forte.

Ecco, a tal proposito non era lecito attendersi qualcosa di più dal Critical Raw Material Act della Commissione europea sulla produzione in sé, immaginando ad esempio standard e target per incentivare la riduzione e un minor consumo, come richiesto anche dalla neonata coalizione che mette insieme 40 ong a livello europeo?

L’Unione europea sta cercando al momento, con grande fatica e con grandi resistenze, di sostituire l’energia fossile con quella rinnovabile. Stiamo cercando di fare questa sostituzione con tecnologie che usano materiali che sono praticamente nuovi. E quindi anche con l’auspicio di non aumentare il fabbisogno di energia, fattore al quale io non credo molto, la richiesta di questi materiali aumenterà.

E anche se noi pensassimo a una riduzione del 50% del fabbisogno energetico, che mi pare comunque un obiettivo francamente irraggiungibile in questo momento storico, ci sarà comunque un aumento di domanda delle materie prime critiche. Perché bisognerà sostituire centrali a carboni e centrali a gas con nuovi pannelli fotovoltaici e turbine eoliche. In una transizione non c’è verso di diminuire il fabbisogno di metalli, né di ottenerli da processi di riciclo.

Come giudica il fenomeno del deep sea mining? Da una parte c’è la richiesta di moratoria internazionale e dall’altra una possibile corsa al mare… sono possibili vie di mezzo in questo ambito?

Si tratta di una questione aperta. I materiali negli oceani ci sono, così come le tecnologie per estrarli e sfruttarli, che a volte sono state finanziate anche dalla stessa Commissione europea. Io non ho un’opinione personale e abbastanza dati a mia disposizione, di certo non esistono attività umane che non abbiano un impatto ambientale, e ancor di più viene da pensare per quel che riguarda una miniera in fondo al mare, dove il monitoraggio sarebbe ancora più complesso.

Leggi anche: L’estrazione di materie prime critiche si sposta in mare? Greenpeace: “Evitiamo l’errore fatto con le fonti fossili”

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