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mercoledì, Aprile 17, 2024

Plastica: il Global Commitment è un mezzo fallimento

I marchi responsabili del 20% del packaging prodotto a livello globale disattendono le loro promesse. Deludono i progressi sulla riciclabilità e riduzione di plastica vergine. Volontà di abbandonare il monouso ancora inesistente

Simone Fant
Simone Fant
Simone Fant è giornalista professionista. Ha lavorato per Sky Sport, Mediaset e AIPS (Association internationale de la presse sportive). Si occupa di economia circolare e ambiente collaborando con Economia Circolare.com, Materia Rinnovabile e Life Gate.

“Gli alunni mostrano piccoli miglioramenti ma siamo ancora lontani dalla sufficienza”. No, non siamo a scuola. Ma è il giudizio parafrasato che trapela dal report della Ellen MacArthur Foundation sui progressi dei maggiori brand nell’affrontare l’inquinamento da plastiche. Dal report Global Commitment 2022, prodotto in collaborazione con l’UNEP, emerge come alcuni obiettivi non potranno essere raggiunti entro il 2025. Visti i dati negativi sulla riduzione di plastica vergine e la transizione verso modelli circolari ancora inesistente, ci si chiede se questi impegni volontari non siano solo un altro mezzo per fare greenwashing.

Tra piccoli progressi e target irraggiungibili

Il target più lontano sembra quello relativo a rendere il proprio imballaggio riutilizzabile, riciclabili o compostabile al 100%. Il paper sostiene che una delle ragioni principali per cui il target non verrà centrato è che gli imballaggi in plastica flessibile – come bustine e pellicole-  rappresentano un ostacolo al processo di riciclo.

“L’impegno globale continua a fornire una trasparenza senza precedenti su come le grandi aziende stanno affrontando la crisi dell’inquinamento da plastica – ha dichiarato Sander Defruyt, responsabile della Plastics Initiative della Ellen MacArthur Foundation -. Gli ultimi risultati dimostrano la necessità di aumentare urgentemente gli sforzi, sia da parte delle imprese che dei governi”.

Anche se il contenuto riciclato negli imballaggi in plastica è raddoppiato negli ultimi tre anni, la maggior parte dei brand sono molto lontani dal raggiungere i loro target. Infatti la quota del 4,8% di contenuto riciclato post-consumo registrata nel 2018 è salita al 10% lo scorso anno, ma la Ellen MacArthur Foundation ricorda a marchi e rivenditori che devono continuare ad apportare miglioramenti “esponenziali” per raggiungere il 26% entro il 2025.

Il 59% delle aziende firmatarie ha ridotto l’uso di plastica vergine, ma l’uso complessivo di plastica vergine nel 2021 è tornato ai livelli del 2018 con un aumento del 2,5% rispetto al 2020. Sostanzialmente il beneficio di quei pochi brand che riducono l’utilizzo di plastica vergine viene annullato da coloro che hanno target troppo bassi, già raggiunti, e che hanno aumentato significativamente le loro quote.

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La cenerentola del riutilizzo e il totem del monouso

Visto che la quantità di packaging riutilizzabile è sceso a una media dell’1,2%, il report critica il fatto che il 42% dei firmatari del Global Commitment non ha introdotto alcun modello di riutilizzo nelle proprie strategie di confezionamento.

Ci sono 380 esempi di modifiche compiute ai packaging problematici da riciclare o non necessari. Di questi però solo nel 22% dei casi è stato pensato un cambiamento radicale nel design del prodotto per evitare imballaggi monouso. Per il restante 78% è stato sostituito solamente il materiale (da plastica a cartone).

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Promossi e bocciati

Grazie alla cartina consultabile nel report possiamo visualizzare agilmente le performance di ogni singolo brand e i loro target. Trattandosi di impegni assunti per eliminare l’inquinamento da plastiche, il settore beverage è sempre l’osservato speciale.

Pepsi, che nel 2020 aveva raggiunto il discutibile obbiettivo di riduzione di plastica vergine del 5%, nel 2021 ha invertito la rotta con un +5%. Anche Coca Cola, nonostante il fatto che tutto il suo packaging sia riciclabile (99,9%), non è riuscita a diminuire l’uso di plastica vergine (+3%). “Dal report emerge un clamoroso fallimento – commenta Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia– le aziende non riescono a rompere la loro dipendenza dagli imballaggi monouso. Sarà altamente improbabile che raggiungano i loro obbiettivi, e per i cittadini questo non è più tollerabile visto l’inquinamento che provocano. Mi chiedo se abbia ancora senso questo Global Commitment”.

 

Per quanto riguarda il settore food, Mars si è impegnata ad aumentare il contenuto riciclato dei propri imballaggi del 30% entro il 2025, tuttavia la percentuale è ancora ferma allo zero. Mars come altre, è forse vittima e colpevole di un packaging flessibile che non permette una riciclabilità scalabile. “Gli imballaggi flessibili vanno a finire nel plastic mix, materiale di basso valore che non vale la pena riciclare – spiega Ungherese- . Sono materiali eterogenei usati per il monouso. Le plastiche rigide invece si riciclano molto più facilmente”. Nel settore della cosmesi Unilever ha compiuto buoni progressi nel contenuto riciclato dei propri prodotti (+17%), come l’Orèal che raggiunge il 21% con l’obbiettivo del 50 entro il 2025.

“La trasparenza fornita dal Global Commitment ci aiuta a capire quanto sia grande il divario che dobbiamo ancora colmare – ha detto Inger Andersen, direttore esecutivo dell’UNEP – siamo lieti di vedere che altri 34 governi nazionali e subnazionali in diversi continenti si sono impegnati ad aderire al Global Commitment all’inizio del 2022”.

Aderire al Global Commitment è solo un primo – non sufficiente – passo per cambiare la rotta di un modello di business inquinante e sprecone. Servirebbero obbiettivi vincolanti, ma in questo caso la Ellen MacArthur Foundation può fare ben poco.
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