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sabato, Aprile 20, 2024

End of waste rifiuti costruzione e demolizione: il ministero ci ripensa

Con una nota diffusa alla vigilia dell’entrata in vigore del provvedimento che regola la cessazione della qualifica di rifiuto (end of waste) per i rifiuti da costruzione e demolizione, il ministero dell’Ambiente annuncia, dopo mesi di critiche arrivate da più fronti, di essere già al lavoro su un “tagliando”

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, un passato nell’associazionismo e nella ricerca non profit, collabora con diverse testate

Appena entrato in vigore e già bisognoso di un ‘tagliando’. È lo stesso ministero dell’Ambiente, già ministero della Transizione ecologica, ad affermarlo, alla vigilia dell’entrata in vigore dell’end of waste per i rifiuti da costruzione e demolizione: “Entra in vigore domani [oggi, per chi legge] la nuova disciplina sulla qualifica di rifiuto inerte da attività di costruzione e demolizione e altri rifiuti di origine minerale. E’ quanto prevede il decreto n.152 del 27 settembre 2022, con il quale il Ministero della Transizione Ecologica mette in campo un primo importante intervento per lo sviluppo circolare del settore delle costruzioni, in linea con gli obiettivi strategici previsti dal Piano europeo d’azione e dalla strategia nazionale approvata in ambito PNRR”. Il decreto citato contiene il “Regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione e di altri rifiuti inerti di origine minerale”, appunto un decreto cosiddetto end of waste (EoW).

Dopo mesi di dubbi, polemiche e allarmi del mondo produttivo e delle istituzioni (vedi oltre), l’annuncio: “I tecnici del dicastero, secondo gli indirizzi del ministro Gilberto Pichetto, stanno già lavorando con il supporto di ISPRA ed ISS, per acquisire gli elementi tecnici necessari, sotto il profilo ambientale e sanitario, con l’obiettivo di valutare eventuali aggiornamenti al provvedimento, prima del termine di 180 giorni dall’entrata in vigore previsto dalla norma” (le imprese sono tenute infatti ad adeguarsi dal primo gennaio 2023).

Il parere del Consiglio di Stato

Un primo motivo ‘istituzionale’ di riflessione sul testo lo ha fornito il parere consultivo fornito lo scorso 10 maggio dal Consiglio di Stato. Nel parere non vengono sollevati rilievi sulla legittimità dello schema di decreto, ma una serie di osservazioni sulla “adeguatezza delle soluzioni prescelte rispetto alle finalità indicate dal legislatore”. Il tema posto dai giudici è l’equilibrio tra l’obiettivo della norma – favorire un impiego crescente dei materiali ottenuti dal riciclo di questa tipologia di rifiuti – e la sacrosanta tutela della salute pubblica.

I parametri stabiliti per gli aggregati inerti da riciclo, in particolare quelli relativi ai limiti di concentrazione per cloruri e solfati, secondo i giudici potrebbero avere “un’incidenza non marginale sull’efficacia applicativa della nuova disciplina”. Infatti “pur trattandosi di parametri che hanno una potenziale incidenza sulla salute umana e sull’ambiente, per i quali, dunque, appare ragionevole assumere posizioni di assoluta prudenza, resta aperta l’esigenza di un’attenta valutazione, da parte dell’Amministrazione, degli effetti concreti di tali limiti prudenziali sull’efficacia del meccanismo di economia circolare attivato dalla presente regolamentazione affinché siano scongiurati effetti di forte riduzione dei quantitativi di rifiuti del genere in trattazione effettivamente avviati al recupero“. Con i limiti indicati, avvertiva il Consigli di Stato, ci potrebbe essere il rischio che invece di favorire il mercato lo si affossi: meno riciclo più discarica.

Leggi anche: La gestione dei rifiuti da C&D è veramente circolare?

L’allarme della filiera

A seguito del parere del Consiglio di Stato, l’associazione nazionale dei produttori di aggregati riciclati, ANPAR, ha chiesto di rivedere lo schema di decreto predisposto dall’allora ministero della Transizione ecologica “in base alla logica di proporzionalità tra il mezzo ed il fine che il Consiglio di Stato ha fatto propria, e in particolare che siano rivisti i limiti dei parametri soprattutto in funzione della destinazione d’uso a cui i materiali che hanno cessato di essere rifiuti sono destinati, anche in linea con le scelte adottate da altri Paesi europei”.

In assenza di risposte, il 29 giugno scorso è arrivato il comunicato stampa: “Da gennaio impianti chiusi e intera filiera bloccata”. Firmata da ANPAR (Assoambiente), ANEPLA (Associazione Nazionale Estrattori Produttori Lapidei e Affini) e Nadeco (Associazione Nazionale Demolizione ed Economia Circolare per le Costruzioni) la nota denuncia che “la normativa sui rifiuti da costruzione e demolizione in arrivo rischia di passare alla storia non come l’atteso Decreto End of Waste per i materiali inerti, ma come il Decreto che sancirà la fine delle attività che consentono ogni anno di riciclare circa 40 milioni di tonnellate di questi rifiuti”. Infatti, prosegue il comunicato, “se non si porrà rimedio tempestivamente a quanto oggi previsto nello schema di decreto inviato alla Commissione europea, da gennaio del prossimo anno gli impianti del settore resteranno chiusi e si bloccheranno le attività di riciclo e di riutilizzo in tutta la filiera, oggi ancor più strategica in considerazione del piano di opere straordinarie che prenderanno avvio con il PNRR”.

I criteri per i controlli

A determinare la situazione di allarme sono soprattutto i criteri fissati per i controlli da effettuare sui prodotti delle lavorazioni, indicati nelle tabelle allegate al decreto, e in particolare i valori di concentrazione limite di solventi e idrocarburi policiclici aromatici (IPA).

“La presenza negli aggregati di recupero di IPA o del cromo esavalente è legata principalmente a costituenti dei rifiuti in ingresso al processo di recupero (che quindi si ritrovano necessariamente negli aggregati riciclati), come il conglomerato bituminoso o il cemento”, sostengono le tre associazioni. I relativi limiti di concentrazione che il futuro decreto end of waste per i rifiuti da costruzione e demolizione imporrebbe “sono stati evidentemente ricavati dalla tabella relativa agli usi dei suoli sottoposti a bonifica destinati a zone residenziali o a verde – ipotizzano le tre associazioni –:  ma, anche qualora si intendesse impropriamente ‘assimilare’ i prodotti riciclati ai suoli, questi valori non corrispondono affatto all’impiego prevalente degli aggregati riciclati, che sono utilizzati per oltre il 90% in opere infrastrutturali (in rilevati, sottofondi, etc.). Anche volendo seguire la logica di assimilazione ai suoli, quindi, per tali usi dovrebbero essere fissati limiti molto più elevati, prendendo a riferimento la tabella relativa alle aree industriali/commerciali”.

Leggi anche: Riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione: buone pratiche per salvaguardare il paesaggio

Asticella troppo in alto?

Come ha spiegato il Laboratorio REF Ricerche siamo di fronte ad un paradosso: “L’aver scelto di alzare eccessivamente in alto l’asticella del principio di precauzione e della tutela ambientale ha quale unico risultato quello di disincentivare ulteriormente la produzione e l’impiego degli aggregati riciclati. Un tipico esempio di eterogenesi dei fini concretizzatosi nel mondo dei rifiuti. Forse in nessun altro caso come per i rifiuti C&D, le contraddizioni e i paradossi rinnovano il conflitto tra il mondo dei rifiuti e il mondo dei materiali”.

“L’errore di fondo – secondo ANPAR – è che il regolamento non opera alcuna distinzione in base agli usi a cui gli aggregati sono destinati, in contrasto con le norme di prodotto UNI che ne regolano gli impieghi”. Prevedendo conseguenze molto pesanti per il settore: “Circa l’80% dei rifiuti inerti, oggi recuperati, dovrà trovare destino in discarica (circa 32 milioni di tonnellate di rifiuti inerti non pericolosi), senza contare l’impatto occupazionale, con migliaia di addetti che perderanno il loro impiego, e quello economico, con centinaia di milioni di fatturato persi nella filiera del riciclo”.

Per questi motivi ANPAR ha chiesto che venisse “da subito avviato un tavolo ministeriale per la verifica dei criteri di monitoraggio”. Richiesta accettata, dunque. “Accogliamo con favore questo inizio di un nuovo corso – commenta a EconomiaCircolare.com Paolo Barberi, presidente ANPAR – e auspichiamo che possa favorire una riapertura di un confronto aperto e impostato su basi scientifiche tra il ministero con le proprie strutture tecniche e il mondo imprenditoriale rappresentato dalle Associazioni di categoria. ANPAR conferma la propria disponibilità a dare un contributo concreto e costruttivo al confronto”.

Leggi anche: End of waste Costruzione e demolizione in Gazzetta ufficiale. Riciclatori: “De profundis per il settore”

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