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lunedì, Febbraio 26, 2024

Quei brand “green” che inondano il mondo di plastica

Nel report della Changing Markets Foundation la lista delle aziende che praticano greenwashing come tattica per distrarre e ingannare i consumatori, continuando a trarre profitto da vecchi sistemi di produzione e consumo

Nicoletta Fascetti Leon
Nicoletta Fascetti Leon
Giornalista pubblicista, allevata nella carta stampata. Formata in comunicazione alla Sapienza, in giornalismo alla Scuola Lelio Basso, in diritti umani all’E.ma (European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation) di Venezia. Ha lavorato a Ginevra e New York nella delegazione UE alle Nazioni Unite. Vive a Roma e da nove anni si occupa di comunicazione ambientale e progetti di sostenibilità

È l’inquinante più conosciuto, il materiale più discusso, il packaging più comune, il rifiuto più odioso e insalubre. In tempo di vacanze e week end al mare, lo ritroviamo facilmente in acqua, come sulla spiaggia. Parliamo della plastica.

La riconosciamo colpevole dell’inquinamento degli oceani, ma continuiamo ad acquistarla, utilizzarla e buttarla via. Incoraggiati qualche volta dalle pratiche sleali di greenwashing di alcuni noti brand. Lo sostiene il report della Changing Markets Foundation, che punta il dito su grandi marchi come Nestle, Coca-Cola, Unilever, H&M, Ikea, che con i propri claim ci “illudono” che i nostri consumi possano invertire la rotta e risolvere il problema dell’inquinamento da plastica, quando invece non è così.

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Cola-Cola campione di greenwashing

Sul sito web della fondazione dedicato al tema, Greenwash, che ti accoglie con tanto di sottofondo sonoro di lavatrice in azione, si trovano i nomi delle aziende accusate di pubblicizzare prodotti o servizi “ecologici” o “riciclati”, col solo obiettivo di distrarci, forviarci e farci continuare a consumare. Tra i tanti spicca il cattivo esempio della Coca-Cola con ben tre iniziative a suo carico. La corporation della bevanda più famosa al mondo è accusata di sbandierare il suo impegno, per esempio, pubblicizzando una bottiglia prodotta con il 25% di rifiuti plastici recuperati dal mare, mentre è ritenuta, ironicamente, il più grande inquinatore di plastica marina al mondo – il titolo assegnato da Break free Plastc’s brand audit è vinto da Coca-Cola da quattro anni di fila. Ancora peggio, secondo Greenwash, mentre il marketing del brand batte sulla lotta alla plastica, la sua lobby continua a fare pressioni contro iniziative legislative a favore del sistema di reso su cauzione, in Spagna e in altri paesi, ritenuto invece un vero strumento di riduzione dei rifiuti.

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 La bevanda della discordia

Eppure l’azienda americana lo scorso febbraio ha annunciato di voler rendere riutilizzabile il 25% dei suoi imballaggi per bevande entro il 2030. La notizia, accolta con moderata soddisfazione dalle associazioni ambientaliste, sembrerebbe un primo passo di inversione di tendenza, considerato che attualmente – secondo i dati forniti da Coca-Cola – più del 50% delle proprie vendite in oltre 20 mercati è rappresentato da bevande in bottiglie di vetro a in PET riutilizzabili. C’è poi l’iniziativa aziendale World Without Waste, lanciata nel 2018, che punta, tra le altre cose, a raccogliere l’equivalente degli imballaggi per bevande immessi al consumo entro il 2030. C’è da ricordare, tuttavia, che solo nel 2021 sono stati recuperati dall’ambiente 20mila imballaggi a marchio Coca-Cola. L’azienda è inoltre recentemente al centro di proteste, proprio nel nostro paese – nello stabilimento produttivo di Nogara (VR) – in merito allo sfruttamento della risorsa idrica, in tempi di razionamenti a causa della siccità.

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La lista nera di greenwash

Ma Coca-Cola non sarebbe la sola cattiva maestra. Nella lista nera stilata dalla Changing Markets Foundation compaiono più di una trentina di aziende che dichiarano di utilizzare nei propri prodotti plastica “recuperata dall’oceano” o “riciclabile”, quale tangibile prova del proprio impegno, mentre è considerato null’altro che comune greenwashing. C’è Ikea con la sua linea di prodotti creata con le reti da pesca recuperate dal mare che, secondo l’analisi del team Greenwash, non solo è un prodotto non riciclabile, ma contribuisce al “mito” che per combattere il problema creato dai nostri consumi dobbiamo continuare a consumare. Unilever, Nestlé, Pepsico, Mars UK e Mendelez International sono i cinque brand protagonisti dell’iniziativa “Flexible Plastic Fund”. Si tratta di un fondo per incentivare il riciclo in Inghilterra della così detta plastica soft, ossia quella flessibile di buste e pellicole. Un’iniziativa apparentemente lodevole che, secondo Greenwash, non fa altro che spostare l’attenzione dal vero problema. Le cinque aziende sono infatti grandi inquinatrici da plastica, e non è certo con un piccolo fondo per riciclare la plastica flessibile che risolveranno il problema che contribuiscono a creare.

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Capitalismo resiliente

Il report “Talking trash. The corporate playbook of false solutions to plastic crisis”, pubblicato sul sito, parte da un assunto piuttosto semplice. I responsabili dell’inondazione del mondo da inquinamento da plastica sono aziende di combustibili fossili e di beni di consumo, produttori di imballaggi e rivenditori. Anche se oggi si impegnano a risolvere il problema con iniziative volontarie di riciclo, il loro unico interesse è difendere i propri profitti. Non è un caso che indipendentemente dalla maggiore consapevolezza dei problemi che causa, la produzione della plastica è alle stelle e si prevede che raddoppierà entro il 2030. Pertanto, per le grandi multinazionali la Corporate Social Responsability (CSR), così come le campagne di marketing forvianti, sono pure e semplici tattiche, che non fanno altro che dare prova della grande capacità di resilienza del capitalismo.

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Fast sustainable fashion?

E fin qui ci siamo limitati al solo capitolo che coinvolge il settore della plastica. C’è un’intera sessione di Greenwash, con tanto di report dedicato, che mette sotto accusa il così detto sustainable fashion con una lista di circa sessanta aziende incriminate di greenwashing, mentre presto sarà pubblicato il capitolo dedicato al cibo. Tra le accuse più comuni c’è quella di usare schemi di recupero dei capi usati, come fa per esempio H&M, che ci illudono di contribuire a “chiudere il cerchio” dei nostri consumi, riportando in negozio i nostri vecchi indumenti a fronte di un voucher che ci permetterà di comprarne di nuovi. Nella realtà dei fatti solo lo 0,1% dell’abbigliamento viene riciclato a livello globale per diventare nuovo abbigliamento. Il resto finisce in discarica.

Le bottiglie devono tornare bottiglie

E non è tutto. Quando, pensando di fare cosa buona, scegliamo un capo di abbigliamento che contiene plastica riciclata, spesso si tratta di PET proveniente dalle bottiglie. Secondo Greenwash, non è una saggia idea. Quella plastica, infatti, utilizzata insieme ad altri materiali, non sarà facile da riciclare nuovamente, mentre il miglior modo di chiudere il cerchio di una bottiglia di plastica è farla ritornare ad essere una bottiglia di plastica. La Changing Markets Foundation ci invita ad aprire bene occhi e mente per valutare criticamente le tante iniziative green delle aziende. Anche se non è sempre detto che vogliano truffarci, è molto importante capire qual è il reale impatto dei loro claim.

Di chi è la responsabilità della crisi

Se è vero che le nostre scelte sono importanti, secondo il team di Greenwash, è sbagliato scaricare la responsabilità della crisi della plastica sui consumatori, né si può contare sulle iniziative volontarie delle aziende. Il perpetrarsi dell’inquinamento da plastica in tutto il mondo è una prova sufficiente per dimostrare che l’approccio volontario ha fallito. La marea della dispersione della plastica deve essere arginata alla fonte, attraverso una legislazione efficace per la sua riduzione assoluta, tramite il riuso e la raccolta obbligatoria. A riecheggiare l’allarme c’è anche Greenpaece che ha lanciato nel nostro paese una petizione per chiedere alle aziende leader del mercato di ridurre drasticamente il ricorso a bottiglie in plastica monouso e adottare sistemi di vendita basati sull’impiego di contenitori riutilizzabili. In ultima analisi, chi introduce la plastica nel mercato è il principale responsabile che questa non finisca dispersa nell’ambiente.

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