Mentre il mondo continua a contare razzi, vittime dei bombardamenti e edifici distrutti a Gaza, accanto alla catastrofe umanitaria cresce nell’ombra una silenziosa catastrofe ambientale: una catastrofe che nessun cessate il fuoco arresterà e nessuna interruzione della macchina bellica potrà fermare.
È la crisi della “terra avvelenata”: milioni di tonnellate di rifiuti mescolati con macerie, materiali solidi e avanzi di cibo si accumulano formando un composto chimico complesso che rende il concetto di “riciclo” non solo complicato, ma prossimo all’impossibile, mettendo a rischio il futuro della vita su queste terre.
La geografia delle macerie
A confermare la drammaticità della situazione è Yahya AL-Sarraj, sindaco di Gaza, che ha dichiarato a EconomiaCircolare.com: “L’analisi del suolo è diventata per noi un lusso perché ci sono questioni più urgenti: come sopravvivere, come preservare la vita, come prevenire le malattie”. Questa urgenza quotidiana si scontra con numeri senza precedenti: durante una visita sul campo a Gaza nell’ottobre 2025, il rappresentante dell’UNDP Jacko Cilliers ha rivelato che il volume delle macerie oscillava già tra 55 e 60 milioni di tonnellate definendolo “una sfida enorme”.
Ma con il proseguire della guerra le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi ai Progetti (UNOPS), aggiornate a gennaio 2026, indicano che la soglia dei 60 milioni di tonnellate è stata ampiamente superata. La situazione è ancor più grave perché queste macerie non sono semplici detriti inerti: sono saturate da 1,5 milioni di tonnellate di fibre di amianto cancerogene e mescolate con altre 400.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani e domestici accumulati in discariche abusive tra le tende e prevenire i quartieri residenziali, trasformando Gaza in un focolaio epidemico in continua espansione.
L’amianto mescolato alle macerie rappresenta il principale ostacolo a qualsiasi futuro sforzo: le operazioni tradizionali di spazzamento o riciclaggio frammenterebbero inevitabilmente questo materiale, disperdendo le sue fibre cancerogene nell’aria. Una minaccia diretta per la salute della popolazione e delle squadre di addetti alla gestione dei rifiuti. La presenza di milioni di tonnellate di macerie miste a rifiuti organici e solidi, in condizioni di carenza di ossigeno, trasforma questi siti in fonti di emissioni di gas tossici e incendi sotterranei incontrollabili, facendo delle rovine di Gaza un campo minato ambientale. Spiega il direttore dell’Ufficio per i rifiuti e l’acciaio di Khan Younis: “L’esplosione di ordigni bellici e la presenza di sostanze tossiche non analizzabili (a causa del blocco israeliano sui macchinari di rilevamento) portano a una sola conclusione tecnica: in queste condizioni, qualsiasi tentativo convenzionale di ricostruzione o rimozione dei detriti diventa un rischio sanitario incalcolabile per la popolazione e per i lavoratori”.
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Macerie miste a residui contaminati: una trappola chimica
La sfida maggiore non risiede soltanto nel volume delle macerie, bensì nella totale perdita della capacità di selezione. L’accumulo di rifiuti in discariche limitate e inadeguate – in aree abusive tra i civili sfollati, nei mercati e nelle piazze aperte – unito al controllo militare israeliano sulle zone orientali contenenti diverse discariche principali, tra cui quella di Jahor Al-Deek a est di Gaza e quella di Al-Fukhkhari a sud-est di Khan Younis, ha generato una condizione di contaminazione incrociata. Sul piano tecnico, ciò significa che le macerie non sono più utilizzabili per la pavimentazione stradale o l’edilizia, poiché sono ormai contaminate biologicamente e chimicamente.
Le macerie di Gaza oggi non sono semplici detriti inerti riciclabili, bensì un composto complesso contenente residui di vernici, sostanze chimiche, plastica bruciata, cavi elettrici in rame, residui di materiali isolanti, rifiuti medici e ordigni inesplosi. Quando questi detriti si mescolano con i rifiuti organici domestici in condizioni di alte temperature e sotto la pressione dei materiali stessi, si producono reazioni chimiche invisibili che generano gas e liquidi tossici – il cosiddetto “percolato”, che trattiene sostanze chimiche e biologiche pericolose – che distrugge la fertilità del suolo ed elimina i microrganismi in esso presenti. Questa miscela ha portato all’assenza totale di capacità di selezione: materiali che in condizioni normali potrebbero essere separati per il riciclo sono ora così contaminati che nessuna futura operazione di riciclo potrebbe affrontare questo composto biologicamente e chimicamente interconnesso. “Non stiamo affrontando solo tonnellate di macerie, stiamo affrontando una bomba chimica a orologeria: più a lungo viene lasciata, più qualsiasi tentativo di ripristinare l’equilibrio ambientale diventa impossibile nel breve termine” dice a EconomiaCircolare.com l’Ingegner Omar Matar, direttore della Salute ambientale del Comune di Khan Younis, a Sud di Gaza.
Matar descrive una realtà ancora più dura: i residenti si sono visti costretti a riutilizzare i rifiuti autonomamente in modo del tutto improvvisato. “La gente prende la carta per accendere il fuoco per cucinare, e i contenitori di plastica vuoti: tutto ciò che può essere riutilizzato. Quello che non può essere riutilizzato resta nelle discariche. Al punto che le persone esauriscono i rifiuti fino all’ultima goccia”.
Comuni senza macchinari di fronte alla catastrofe
Il sindaco di Gaza, Yahya Al-Sarraj, ha rivelato la portata dell’incapacità operativa dei Comuni con cifre allarmanti: oltre l’85% dei macchinari comunali è andato distrutto, e ciò che rimane è fatiscente, privo di manutenzione ordinaria, olio motore e pezzi di ricambio. “Un litro d’olio che costava tre dollari ora è introvabile”.
Secondo i dati pubblicati dai Comuni della Striscia di Gaza e dal Consiglio per la Gestione dei Rifiuti Solidi nel febbraio 2026 (gli ultimi disponibili al momento della stesura di questo articolo), il sistema di igiene pubblica opera a meno del 15% della propria capacità originale prebellica. Il targeting deliberato e il blocco all’ingresso dei pezzi di ricambio hanno messo definitivamente fuori servizio oltre 120 veicoli e compattatori di rifiuti. Le capacità si limitano a un numero esiguo di camion fatiscenti privi dei requisiti minimi di sicurezza ambientale.
Questo deficit numerico e operativo si aggrava giorno dopo giorno con il proseguire dell’assedio totale. Le autorità israeliane impediscono da anni – e più di recente con crescente intensità – l’ingresso di mezzi pesanti, frantumatori e moderni compattatori, trasformando il compito dei comuni da ‘gestori dei rifiuti’ a meri osservatori del loro accumulo caotico. Con la perdita totale del controllo sulle discariche centrali strategiche, nella Striscia si sono diffuse oltre 140 discariche abusive all’interno dei quartieri densamente popolati dagli sfollati.
La catastrofe si completa con una grave carenza di carburante: Al-Sarraj ha confermato che i comuni non ricevono più del 10% del fabbisogno giornaliero di gasolio necessario al funzionamento del sistema, rendendo quasi ferme le operazioni di trasporto e smaltimento. Di fronte a questo deficit, i comuni sono stati costretti a ricorrere ad alternative come i carri trainati da animali, che però coprono solo una frazione irrisoria del fabbisogno reale. “Le confermo: i macchinari dei comuni di Gaza sono quasi tutti distrutti, tutti fuori servizio. Veicoli per la raccolta rifiuti, macchinari pesanti, attrezzature, camion, bulldozer… Tutti fuori servizio! Inoltre, questi macchinari hanno oltre 15-20 anni. L’esercito israeliano ha deliberatamente preso di mira non solo i depositi comunali, ma anche tutti i centri di manutenzione, tutti distrutti” ci dice il direttore per la Salute ambientale del comune di Khan Younis.

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Il percolato contamina la falda: la morte verticale
La catastrofe a Gaza non si ferma alla superficie. Si estende verticalmente, sopra e sotto terra, colpendo la risorsa più preziosa: le acque sotterranee. L’enorme pressione meccanica generata da oltre 61 milioni di tonnellate di macerie agisce come un fattore di ‘pressione chimica’, comprimendo rifiuti organici mescolati con rifiuti medici e residui di esplosivi, producendo percolato.
Questo liquido penetra a 20-30 metri di profondità nel suolo sabbioso e poroso di Gaza, trasportando metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio, sostanze altamente tossiche impossibili da eliminare con i normali processi di depurazione. Secondo i dati OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) aggiornati a luglio 2025, l’80% delle infrastrutture idriche e fognarie della Striscia si trova in aree sotto controllo militare israeliano, tra cui 97 impianti di desalinizzazione su 121, circa l’80%, oltre al 90% dei serbatoi idrici e al 77% dei pozzi sotterranei.
Al-Sarraj ha confermato che l’impianto di desalinizzazione dell’acqua marina, che in precedenza copriva il 10% del fabbisogno della Striscia, “è stato completamente fermato a seguito della sua deliberata distruzione” da parte dell’esercito israeliano. Le forniture idriche di provenienza israeliana, pari al 20% del fabbisogno della popolazione, sono state interrotte per lunghi periodi. Quanto ai pozzi sotterranei, Al-Sarraj ha osservato che la grande maggioranza rimane distrutta e quelli ancora operativi producono acqua ad alta salinità a causa del pompaggio eccessivo che accelera l‘intrusione marina nella falda: un problema «che potrebbe richiedere molti anni per essere risolto».
Uno studio pubblicato sull’American Journal of Public Health (AJPH) nel numero speciale del luglio 2025 ha rivelato che la distruzione dell’88% dei pozzi e di tutti gli impianti di desalinizzazione ha comportato una riduzione del 94% dell’acqua disponibile rispetto ai livelli prebellici, costringendo fino al 70% della popolazione di Gaza a consumare acqua contaminata o ad alta salinità.
Il sindaco ha inoltre rivelato che l’occupazione ha deliberatamente distrutto tutti i laboratori della Striscia – quelli del Comune di Gaza, dell’Autorità per le Acque Costiere e delle università palestinesi, senza eccezione – rendendo quasi impossibile effettuare analisi accurate del suolo o delle acque sotterranee. “Non sappiamo cosa sia successo alle acque sotterranee nelle aree di accumulo dei rifiuti”. L’unica soluzione praticabile dopo la fine della guerra, secondo il sindaco, sarebbe “fare completo affidamento sugli impianti di desalinizzazione dell’acqua marina e chiudere tutti i pozzi finché non sia ripristinata la vita nella falda acquifera”. Soluzione che tuttavia rimane sulla carta finché l’assedio persiste e l’accesso alle discariche orientali è bloccato.
Il settore agricolo: dall’autosufficienza al collasso totale
Macerie, rifiuti, percolato: questa contaminazione microbiologica e chimica significa che la terra di Gaza ha perso definitivamente i suoi ‘filtri naturali’. Gli studi ambientali del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) indicano che i terreni agricoli e la vegetazione, che ha subito la perdita del 97% delle colture arboree e il totale stravolgimento della struttura del suolo, sono diventati hotspot di bioaccumulo: un processo mediante il quale le piante assorbono le tossine chimiche dal suolo e le immagazzinano nei loro frutti, vanificando qualsiasi piano futuro per la sicurezza alimentare.
L’ingegner Matar ci ha confermato che le aree orientali del governatorato meridionale — che un tempo costituivano il granaio dell’intera Striscia di Gaza — sono state in larga misura convertite in zone di sfollamento, con la parte restante sotto controllo militare israeliano. Ciò ha comportato la perdita delle terre agricole e l’impedimento di qualsiasi tentativo di recuperarle. “Le quantità d’acqua necessarie per l’agricoltura non sono disponibili; non riusciamo a fornire nemmeno 7 litri al giorno pro capite per bere e lavarsi, figuriamoci per l’agricoltura che ne richiede quantità ben maggiori”.
La Striscia di Gaza prima della guerra raggiungeva l’autosufficienza alimentare per quanto riguarda gli ortaggi e addirittura esportava prodotti come fragole e pomodori. Oggi dipende interamente dalle importazioni esterne a prezzi inimmaginabili. In un’intervista con Nael Saqr, un venditore nel sud di Gaza, questi ha affermato che ”Il prezzo di un chilogrammo di pomodori un tempo era inferiore a mezzo euro, ma oggi è schizzato tra i 7 e i 10 euro al chilogrammo”. Oggi la Striscia di Gaza dipende interamente da costose importazioni dall’estero. Una singola insalata può costare più di 80 euro. Il settore della pesca è fermo da oltre mille giorni e il bestiame, bovini, ovini e pollame, è praticamente scomparso.

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L’esercito delle tenebre che aggredisce gli sfollati
C’è poi un altro indicatore allarmante della gravità della catastrofe epidemica imminente: il sindaco ha raccontato che i roditori, in particolare i topi, sono diventati aggressivi, attaccando i bambini nel sonno. Finora sono stati segnalati solo cinque o sei casi ufficiali, ma è probabile che molti altri non siano stati ancora riferiti. “Il problema maggiore è la proliferazione di insetti e roditori, il cui numero è aumentato enormemente” dice il primo cittadino di Gaza. “L’esercito israeliano impedisce deliberatamente l’ingresso dei pesticidi necessari per combattere questi parassiti. E questo dilemma continua a crescere a causa dell’accumulo di rifiuti tra le comunità sfollate in aree inadatte all’abitazione o alla raccolta dei rifiuti, favorendo la diffusione di parassiti pericolosi”.
Tra l’incapacità istituzionale e l’imperativo dell’intervento internazionale
Ciò che la Striscia di Gaza sta vivendo oggi – l’accumulo di decine e decine di milioni di tonnellate di rifiuti e macerie avvelenate – non è una crisi ambientale passeggera. È un vero e proprio test dell’efficacia delle leggi e delle convenzioni internazionali sulla protezione ambientale nelle zone di conflitto. L’impossibilità tecnica della raccolta, del corretto trattamento e del riciclo dei rifiuti è il diretto risultato della dipendenza politica e dell’incapacità istituzionale internazionale di imporre corridoi ambientali sicuri che consentano non solo la cura delle persone, ma anche l’ingresso di macchinari pesanti e tecnologie di trattamento avanzate. Le testimonianze dei funzionari locali confermano che tutti gli appelli alle istituzioni internazionali – inclusi UNDP, UNICEF e Croce Rossa – per l’apertura di corridoi sicuri al fine di trasportare i rifiuti dalle comunità residenziali alle discariche sono rimasti senza risposta. Il sindaco di Gaza sintetizza in una frase qual è la strategia degli israeliani: “Cercano di costringere la gente a una pura lotta per la sopravvivenza, impedendo loro di migliorare la situazione o di costruirsi un futuro”.
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