sabato 14 Marzo 2026

Perché l’economia circolare può ridurre le emissioni

Secondo l’incrocio di oltre 460 studi pubblicati tra il 2020 e il 2025, le azioni circolari potrebbero contribuire fino a una riduzione media globale delle emissioni di gas serra del 33%. Il potenziale più elevato? Una migliore gestione dei rifiuti. Ma serve comunque una combinazione di misure a monte e a valle

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Redazione EconomiaCircolare.com

L’economia circolare non è più solo una strategia ambientale per ridurre i rifiuti: è sempre più riconosciuta come una leva fondamentale per la mitigazione dei cambiamenti climatici. A confermarlo è un nuovo briefing basato sulla relazione tecnica 2026 dell’European Topic Centre on Circular Economy and Resource Efficiency (ETC CE), che analizza 131 pubblicazioni scientifiche selezionate tra oltre 460 studi pubblicati tra il 2020 e il marzo 2025.

Il report è stato diffuso dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, si intitola Assessing the climate mitigation potential of circular economy e, come promette il titolo, vuole valutare il potenziale di mitigazione dell’economia circolare. Di fronte a un mondo estrattivista che tenta di preservare il proprio dominio, la strada scelta da chi sostiene l’economia circolare è di mostrarne i vantaggi competitivi in merito a un’applicazione su larga scala. Che poi, come vedremo, è la stessa scelta intrapresa da tempo dall’Unione Europea. 

Secondo la letteratura aggregata, le azioni di economia circolare potrebbero contribuire a una riduzione media globale delle emissioni di gas serra del 33%, rispetto a scenari “business as usual”. Una stima teorica, ma indicativa del ruolo strategico delle politiche circolari nel raggiungimento degli obiettivi climatici internazionali.

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Le iniziative Ue per ridurre le emissioni con l’economia circolare

Il crescente riconoscimento del legame tra circolarità e clima si riflette nelle principali iniziative politiche europee e internazionali, tra cui vanno citate perlomeno il Clean Industrial Deal, lanciato lo scorso, e il nuovo Circular Economy Act, atteso per la fine di quest’anno. Più in generale l’UE è consapevole che bisogna rafforzare la transizione verso l’economia circolare, come hanno sostenuto peraltro negli anni l’analisi della Corte dei conti europea, i report dell’ Agenzia europea dell’ambiente (EEA), e i rapporti di Mario Draghi sulla competitività europea e di Enrico Letta sul futuro del mercato unico. Le norme finora attuate, come ad esempio il Piano d’azione per l’economia circolare del 2020, si sono rivelate insufficienti.

E negli ultimi anni, come ci hanno insegnato le vicende della direttiva SUP e della Plastic Tax, sono anzi state ostacolate da potenti gruppi di interesse e direttamente da alcuni Stati membri, come ad esempio l’Italia. Ecco perché negli ultimi anni ha preso piede l’ipotesi, avanzata da Draghi e Letta e sposata dalla Commissione, che la decarbonizzazione deve essere abbinata alla competitività per prevenire la deindustrializzazione, individuando nell’economia circolare uno strumento fondamentale per ridurre i costi delle materie prime per le industrie ad alta intensità energetica e ridurre la dipendenza dai Paesi terzi, in particolare dalla Cina, per le materie prime essenziali.

La comunità scientifica d’altra parte, è sempre più allineata su un punto chiave: per centrare gli obiettivi climatici globali non basta intervenire sull’energia. È necessario ridurre anche la domanda di materie prime, responsabili di circa il 55% delle emissioni globali di gas serra, incluse quelle legate a cibo e combustibili fossili.

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Dove l’economia circolare incide di più: analisi per settore

Lo studio distingue tra riduzioni relative (misurate in percentuale, %) e riduzioni assolute (misurate in gigatonnellate di anidride carbonica equivalente, Gt CO₂e) entro il 2050. Queste sono le riduzioni relative medie per settore:

  • gestione dei rifiuti: -52% (range 9–88%);
  • edilizia e costruzioni: -48% (15–99%);
  • trasporti e mobilità: -28% (4–57%);
  • industria: -26% (5–61%);
  • agricoltura: -24% (2–87%).

La gestione dei rifiuti emerge come il settore con il potenziale percentuale più elevato. Tuttavia, in termini assoluti, le emissioni complessive del comparto sono inferiori rispetto ad altri settori. Quando si considerano le riduzioni in gigatonnellate di CO₂ equivalente entro il 2050, cambia la gerarchia e in testa va l’agricoltura, associata ai sistemi alimentari, seguita poi dall’edilizia e dai trasporti. In particolare il cambiamento delle diete verso modelli prevalentemente vegetali potrebbe ridurre fino a 6 Gt CO₂e l’anno a livello globale, mentre l’agricoltura rigenerativa contribuirebbe per ulteriori 2,5 Gt CO₂e.

bluewashing acqua agricoltura

Le misure di economia circolare, inoltre, si distribuiscono lungo l’intero ciclo di vita del prodotto. Il 26% degli studi analizzati dall’Agenzia Europea dell’Ambiente dà parecchia importanza all’ecodesign, alla sostituzione dei materiali e all’alleggerimento dei prodotti come misura da adottare prima dell’uso: in questo caso il potenziale medio di riduzione delle emissioni di gas serra è del 39%. Durante l’uso del prodotto il potenziale medio di riduzione resta pressoché invariato, intorno al 40%, grazie alle pratiche circolari del riutilizzo, della riparazione e dell’estensione della vita utile. Dove si concentrano in particolare gli studi analizzati dall’AEA è comunque dopo l’uso del prodotto, attraverso le pratiche del riciclaggio, della raccolta differenziata, e della riduzione delle discariche. Secondo le analisi dell’Agenzia Europea dell’Ambiente è ancora qui che si raggiunge un potenziale medio molto alto per quel che riguarda la riduzione delle emissioni, che si attesta intorno al 60%, con punte addirittura del 78% per il trattamento differenziato dei rifiuti.

La letteratura evidenzia tuttavia una sovra-rappresentazione delle misure “a valle” (fine vita), mentre le strategie a monte e lato domanda risultano meno esplorate, nonostante mostrino un elevato potenziale.

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Cambiamenti comportamentali: più efficaci delle sole soluzioni tecniche?

Un dato rilevante emerso dalla revisione è che le misure sul lato della domanda — mobilità condivisa, consumo sostenibile, riduzione dello spazio abitativo — potrebbero offrire un potenziale di mitigazione superiore rispetto alle sole soluzioni tecniche come il riciclaggio. Tuttavia il numero limitato di studi globali rende difficile un confronto diretto e suggerisce cautela nell’interpretazione. Inoltre le differenze tra studi sono marcate: in molte categorie, la stima più alta supera di oltre tre volte quella più bassa.

Le variabili che incidono maggiormente sono:

  • metodo analitico (LCA, MFA, EEIO, approcci ibridi)
  • ipotesi di scenario
  • baseline di riferimento
  • orizzonte temporale
  • copertura geografica
  • definizione di “misura circolare”

La trasparenza metodologica emerge quindi come un elemento cruciale per migliorare la comparabilità e l’affidabilità delle stime.

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Economia circolare e clima: le lezioni chiave

Dalla revisione emergono cinque messaggi strategici:

  1. la gestione dei rifiuti è un punto di partenza immediato, ma non sufficiente.
  2. Edilizia e sistemi alimentari sono i settori con maggiore leva climatica.

  3. Occorre ridurre l’uso di materiali ad alta intensità carbonica, come metalli e materie prime energivore.
  4. La combinazione di misure a monte, a valle e lato domanda offre il massimo potenziale.

  5. Servono quadri metodologici armonizzati per rendere comparabili le valutazioni.

Per concludere: negli ultimi cinque anni, la ricerca scientifica ha consolidato prove robuste sul contributo dell’economia circolare alla mitigazione climatica. Non si tratta di una soluzione alternativa alla decarbonizzazione energetica, ma di un pilastro complementare e indispensabile.

Ridurre la domanda di materiali, ripensare i modelli di consumo e intervenire lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti può diventare uno dei principali acceleratori della transizione climatica globale.

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