Economia circolare, per la BEI i conti non tornano

La Banca Europea per gli Investimenti stima un buco da 82 miliardi l’anno per la transizione europea. Il settore più esposto è l’edilizia, segue quello delle batterie. Ma il problema non è solo trovare nuovi capitali: è smettere di finanziare, direttamente o indirettamente, il modello lineare

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

La politica europea ha ben chiaro che ormai la transizione circolare è un pezzo delle politiche industriali, non un capitolo minore delle politiche ambientali. Eppure nel nuovo rapporto della Banca Europea per gli Investimenti e della Commissione europea, “Transitioning to a circular economy: Closing the investment gap in Europe”, è ben evidente il gap tra le dichiarazioni di intenti e investimenti reali. Gli investimenti annui nell’economia circolare dell’Unione sono arrivati a circa 120 miliardi di euro, ma per avanzare davvero entro il 2040 servirebbero altri 82 miliardi l’anno, pari a un aumento del 68% rispetto ai livelli attuali.

Il rapporto stima che il 93% degli investimenti circolari arriva dal settore privato, mentre la quota pubblica resta minoritaria e allo stesso tempo i finanziamenti europei per la circolarità pesano circa l’1% sia del bilancio UE sia del totale dei finanziamenti BEI. Una quota ancora fortemente minoritaria per tenere invece i ritmi di crescita che servirebbero per rispettare i parametri sopracitati. Il punto critico è che il mercato si muove dove vede ritorni rapidi e rischi leggibili, mentre la circolarità richiede spesso tempi lunghi, coordinamento di filiera, infrastrutture condivise e regole capaci di cambiare i prezzi relativi tra materie vergini e materie seconde.

La contraddizione emerge con chiarezza se si guarda a dove si concentra il gap. Secondo BEI e Commissione, i maggiori fabbisogni riguardano due fasi decisive: la progettazione circolare, che vale il 34% del divario, e il fine vita dei prodotti, che ne vale il 27%. In altre parole, l’Europa continua a spendere troppo poco nel momento in cui si dovrebbero decidere durata, riparabilità, modularità, uso di materie riciclate e possibilità reale di recupero dei prodotti. 

Leggi anche: Consumi circolari, come passare dalle buone intenzioni alla pratica concreta

Perché la finanza non supporta adegutamente l’economia circolare?

Il settore più esposto è l’edilizia, con un fabbisogno stimato di 18 miliardi di euro l’anno. Seguono batterie e veicoli, con 10 miliardi, tessile con 6 miliardi, elettronica e ICT con 5 miliardi, plastica con 2 miliardi e sistema cibo-acqua-nutrienti con 1 miliardo. È una mappa politica prima ancora che finanziaria. Costruzioni, mobilità, moda, digitale e imballaggi sono settori che organizzano consumi di massa, filiere globali e grandi interessi industriali. Chiedere più circolarità significa intervenire sul modo in cui si produce valore, non solo su come si smaltiscono gli scarti.

intelligenza artificiale edilizia

Qui si innesta il secondo nodo: il rischio. La piattaforma europea per il finanziamento dell’economia circolare riconosce che finanziare questi progetti “non è banale”, perché imprese e investitori si scontrano soprattutto con la percezione e la valutazione dei rischi. Per decenni il sistema finanziario ha saputo prezzare miniere, estrazione, produzione lineare, logistica globale e consumo rapido. Fatica invece a valutare modelli basati su riparazione, riuso, prodotto come servizio, simbiosi industriale, tracciabilità dei materiali. Non perché siano marginali in sé, ma perché il quadro regolatorio e fiscale continua spesso a rendere più semplice il vecchio modello.

La Corte dei conti europea lo aveva già detto con toni netti: c’è solo evidenza limitata che i Piani d’azione UE sull’economia circolare abbiano influenzato le attività degli Stati membri, e nel periodo 2014-2020 i fondi europei sono stati usati soprattutto per la gestione dei rifiuti, non per il design circolare dei prodotti e dei processi produttivi. È forse la critica più dura all’impianto europeo: molta governance, molti documenti, molti indicatori, ma ancora scarsa capacità di orientare la spesa pubblica verso la prevenzione.

Anche l’Agenzia europea dell’ambiente invita a evitare facili ottimismi. Nel 2023 il tasso di circolarità europeo era all’11,8%, superiore a quello di molte altre aree del mondo ma sostanzialmente lento nei progressi; ogni europeo consuma circa 14 tonnellate di materiali l’anno e genera 5 tonnellate di rifiuti. L’Europa ricicla quasi metà dei rifiuti prodotti, ma questo non basta a definire un’economia circolare. Se l’uso complessivo di materiali resta alto si migliora la gestione dello scarto, ma non si mette davvero in discussione la quantità di risorse estratte, trasformate, trasportate e consumate.

Leggi anche: Stravolgere l’economia per salvare l’umanità. Insieme

Non è soltanto una questione di convenienza ma di rapporti di forza

Il quadro globale è ancora più severo. Il Circularity Gap Report 2025 parla di una circolarità mondiale che continua a muoversi nella direzione sbagliata, nonostante l’aumento dell’attenzione pubblica e delle pratiche di riciclo. Secondo i dati riportati dal Guardian sul rapporto, solo il 6,9% dei materiali usati ogni anno dall’economia globale proviene da fonti riciclate, mentre il consumo complessivo di materiali ha raggiunto circa 106 miliardi di tonnellate l’anno. Il messaggio è questo: non esiste economia circolare senza riduzione della domanda di materia. 

Per questo la finanza “verde” va giudicata non solo dalla quantità di capitali mobilitati, ma dalla qualità della trasformazione che produce. La Ellen MacArthur Foundation sostiene che la circolarità può ridurre rischi, rafforzare la resilienza dei portafogli e contribuire agli obiettivi net zero; segnala inoltre che dal 2019 circa 350 miliardi di dollari di finanziamenti e investimenti sono stati dedicati all’economia circolare. Sono segnali utili, ma non sufficienti. Se la finanza circolare diventa una nuova etichetta per prodotti ESG (Environmental, Social, Governance) poco verificabili, il rischio è replicare ciò che è già accaduto con una parte della finanza climatica: grandi annunci, metriche opache, impatti difficili da misurare.

Business Circularity e ESG

La questione delle metriche è centrale. La BEI, nella sua guida all’economia circolare, insiste su finanziamento, consulenza e sensibilizzazione come leve per sostenere la transizione. Ma senza criteri comuni, senza dati affidabili e senza obblighi di rendicontazione comparabili, il mercato continuerà a premiare ciò che capisce meglio: impianti, volumi, asset fisici, rendimenti attesi. C’è poi un tema di giustizia globale. La Banca mondiale ricorda che l’economia lineare “take-make-waste” consuma oltre 100 miliardi di tonnellate di materie prime l’anno e scarta circa 90 miliardi di tonnellate di materiali come rifiuti. 

L’OCSE aggiunge un altro elemento: senza nuove politiche, l’uso globale di materiali potrebbe passare da 89 a 167 gigatonnellate entro il 2060. Questo significa che la circolarità non può essere trattata come un settore economico tra gli altri. È una politica di riduzione della pressione materiale dell’economia. Richiede fiscalità, appalti pubblici, standard minimi di contenuto riciclato, diritto alla riparazione, responsabilità estesa del produttore, divieti mirati contro prodotti usa e getta e sostegno alle infrastrutture locali di riuso e manutenzione e soprattutto: abbassamento della produzione. 

Il prossimo Circular Economy Act europeo sarà quindi un passaggio decisivo. La Commissione lo presenta come uno strumento per accelerare la transizione, creare un mercato unico delle materie prime seconde e rafforzare l’offerta di materiali riciclati di qualità. Ma il banco di prova sarà politico: il nuovo quadro normativo servirà a cambiare davvero le convenienze economiche o si limiterà ad accompagnare il mercato dove il mercato voleva già andare?

Il rapporto BEI-Commissione ha il merito di riportare la discussione su un terreno concreto: quanti soldi servono, dove servono, quali settori sono prioritari, quali barriere frenano gli investimenti. Ma la sua lettura più utile è quella meno rassicurante. L’Europa non è ferma perché non conosce l’economia circolare. È lenta perché la conosce, ma continua a finanziare un sistema che rende conveniente l’opposto: estrarre, produrre, vendere, sostituire, buttare. Se poi a questo aggiungiamo l’economia di guerra e il riarmo globale… 

Leggi anche: Il marketing può “spingere” la circolarità? La guida della Fondazione MacArthur

© Riproduzione riservata  

spot_img

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie