Dall’11 gennaio sono diventate operative le nuove linee guida dell’Autorità bancaria europea (EBA) sulla gestione dei rischi ambientali, sociali e di governance. Le linee guida, pubblicate dall’EBA un anno fa, stabiliscono requisiti per le istituzioni per l’identificazione, la misurazione, la gestione e il monitoraggio dei rischi ESG. Il rischio ESG (acronimo di Environmental, Social, Governance) calcola il rischio derivante da fattori riconducibili a problematiche ambientali, sociali e di governance, che abbiano impatto sulle performance dei titoli di un fondo comune d’investimento.
Le linee guida dell’EBA definiscono i requisiti sui processi interni e sulle disposizioni di gestione dei rischi ESG che le istituzioni creditizie devono avere in atto in conformità con la Direttiva UE sui requisiti patrimoniali (CRD6), contribuendo così alla sicurezza e alla solidità del sistema finanziario mentre l’Unione europea si dirige verso un’economia più sostenibile.
Il documento diffuso dall’EBA specifica, inoltre, il contenuto dei piani da predisporre da parte delle istituzioni creditizie al fine di monitorare e affrontare i rischi finanziari derivanti dai fattori ESG, inclusi quelli che sorgono dal processo di adeguamento verso l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica nell’UE entro il 2050. Questi piani dovranno essere coerenti con i piani di transizione predisposti o divulgati dalle istituzioni pubbliche ai sensi di altre normative europee.
Il cambiamento climatico, il degrado ambientale, le questioni sociali e altri fattori ambientali, sociali e di governance stanno ponendo sfide considerevoli per l’economia che incidono sul settore finanziario. Il profilo di rischio e il modello di business delle istituzioni creditizie possono essere influenzati dai rischi ESG, in particolare dai rischi ambientali attraverso i fattori di rischio legati alla transizione e ai rischi fisici.
Per garantire la sicurezza e la solidità delle istituzioni creditizie nel breve, medio e lungo termine, perciò, le linee guida introducono un quadro articolato di standard minimi, metodologie di riferimento e strumenti di supporto che gli enti creditizi devono adottare per identificare, misurare, gestire e monitorare i rischi ESG nel breve, medio e lungo periodo. In particolare, stabiliscono principi per testare la resilienza finanziaria, il capitale e la liquidità di un’istituzione agli shock legati agli ESG, e per valutare la solidità del modello di business rispetto a scenari plausibili di transizione climatica nell’UE entro il 2050.
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Ambito di applicazione, calendario di attuazione
Le linee guida si applicano agli enti soggetti alla direttiva CRD, con un approccio proporzionato alla dimensione e complessità degli operatori. Per gli enti diversi da quelli piccoli e non complessi l’operatività è prevista dall’11 gennaio 2026, mentre per gli enti di minori dimensioni il termine è fissato all’11 gennaio 2027. Il calendario riflette la volontà dell’EBA di garantire una progressiva convergenza delle prassi di vigilanza, tenendo conto delle diverse capacità operative degli intermediari finanziari.
Il documento ribadisce inoltre che i rischi ESG non costituiscono una categoria separata, ma agiscono trasversalmente su tutte le tradizionali tipologie di rischio finanziario. Fattori ambientali, sociali e di governance possono infatti modificare o amplificare il profilo di rischio di credito, mercato, liquidità, operativo, reputazionale e di concentrazione. Per questo si incoraggiano le banche ad adottare una visione integrata, per cogliere pienamente l’impatto dei rischi ESG sulla redditività, sulla solvibilità e sulla sostenibilità del modello di business nel tempo.
La valutazione della rilevanza dei rischi ESG
Il punto di partenza dell’intero impianto metodologico è la valutazione della rilevanza dei rischi ESG. Gli enti creditizi devono effettuare periodicamente una valutazione strutturata che consenta di individuare quali fattori ESG siano finanziariamente rilevanti per il proprio modello di business e profilo di rischio. Tale valutazione deve essere aggiornata almeno annualmente – o con frequenza biennale per gli enti piccoli e non complessi – e rivista ogniqualvolta intervengano cambiamenti significativi nel contesto operativo o normativo. La valutazione della rilevanza deve coprire un orizzonte temporale esteso, includendo non solo il breve e medio termine, ma anche una prospettiva di lungo periodo di almeno dieci anni.
Per quanto riguarda i rischi ambientali, il report richiede un’analisi approfondita sia dei rischi di transizione sia dei rischi fisici. I primi includono l’impatto potenziale di cambiamenti normativi, tecnologici e di mercato legati alla transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. I secondi riguardano l’esposizione a eventi climatici estremi, al degrado degli ecosistemi, alla perdita di biodiversità e alla riduzione dei servizi ecosistemici. Le banche devono considerare, tra l’altro, l’esposizione dei propri portafogli a settori ad alta intensità di emissioni, il grado di allineamento delle controparti agli obiettivi climatici vigenti, la localizzazione geografica degli attivi e la vulnerabilità delle garanzie fisiche ai rischi ambientali.
Qualità dei dati ESG: dalla raccolta alla misurazione
Un’ampia sezione del report è dedicata ai processi di raccolta e gestione dei dati ESG. L’EBA chiede agli enti di dotarsi di sistemi robusti per individuare, raccogliere e analizzare i dati necessari a supportare la gestione dei rischi ESG. Le banche devono fare leva sia su dati interni sia su fonti esterne, incluse le informazioni di sostenibilità comunicate dalle controparti nell’ambito della rendicontazione europea. In presenza di dati incompleti, è ammesso l’uso di stime e proxy, purché documentate e accompagnate da un piano di progressivo miglioramento della qualità informativa.
Per le grandi imprese finanziate, le linee guida indicano un set informativo particolarmente articolato, che include emissioni di gas serra, dipendenza dai combustibili fossili, consumo di energia e acqua, piani di transizione, impatti sociali lungo la catena del valore e adesione a standard internazionali in materia di diritti umani e governance.
Sul piano metodologico, il report richiede un approccio multilivello. Le banche dovrebbero combinare metodologie basate sull’esposizione per ottenere una visione a breve termine del modo in cui i rischi ESG incidono sul profilo di rischio e sulla redditività delle rispettive controparti con analisi settoriali e di portafoglio, strumenti di allineamento climatico e analisi di scenario per valutare la resilienza degli enti su orizzonti di lungo periodo.
I fattori ESG devono essere riflessi nei sistemi di rating interni e nella valutazione delle garanzie, influenzando direttamente le decisioni di concessione del credito. A livello di portafoglio, le banche sono chiamate a mappare le concentrazioni di rischio ESG e a valutare il grado di allineamento dei portafogli ai percorsi di decarbonizzazione coerenti con gli obiettivi europei.
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Integrazione dei rischi ESG nella strategia e nella propensione al rischio
Sul piano strategico, le banche sono chiamate a incorporare i rischi ESG nello sviluppo dei modelli di business e delle strategie aziendali, valutando come la transizione climatica, i rischi fisici e i cambiamenti normativi possano incidere sulla redditività, sulle fonti di ricavo e sulla sostenibilità complessiva nel tempo. Le decisioni strategiche dovrebbero poggiare su analisi prospettiche, come scenari climatici, stress test e valutazioni di allineamento dei portafogli.
Un ruolo centrale è attribuito alla definizione della propensione al rischio, che deve includere in modo esplicito i rischi ESG attraverso limiti, indicatori chiave e meccanismi di monitoraggio. Per questo, spiega l’EBA, la cultura del rischio e i controlli interni rappresentano un elemento centrale: gli organi di gestione e il personale devono ricevere formazione continua sui rischi ESG, mentre la struttura delle tre linee di difesa assicura l’effettiva identificazione, gestione, supervisione e audit dei rischi. La prima linea valuta e monitora i rischi ESG nelle attività operative, la seconda garantisce supervisione e conformità normativa, e la terza verifica in modo indipendente l’efficacia del quadro di governance e dei sistemi di controllo interni.
Liquidità, capitale e rischi finanziari
Un altro elemento centrale riguarda l’integrazione dei rischi ESG nei processi di valutazione dell’adeguatezza del capitale interno (ICAAP) e, per i rischi ambientali, anche nei processi di valutazione dell’adeguatezza della liquidità interna (ILAAP). Le banche devono valutare se e in che misura i rischi ESG richiedano coperture patrimoniali, tenendo conto delle diverse maturità metodologiche tra rischi ambientali, sociali e di governance. Devono stimare il fabbisogno di capitale interno e liquidità per le esposizioni più vulnerabili, utilizzando analisi prospettiche, stress test climatici e scenari avversi, e documentare la propensione al rischio, le soglie e i limiti adottati. La complessità dei processi deve riflettere la dimensione e la struttura dell’ente. Per quanto riguarda le categorie di rischio finanziario, gli enti devono considerare l’impatto dei rischi ESG su credito, mercato, liquidità, operazioni e reputazione.
Infine, un’attenzione specifica, è riservata ai rischi reputazionali e di condotta, in particolare al pericolo di greenwashing. Le banche sono chiamate a un monitoraggio costante e a garantire che la comunicazione relativa alla sostenibilità sia corretta, chiara e non fuorviante e che le dichiarazioni di sostenibilità siano accurate, comprovate e aggiornate, forniscano un’equa rappresentazione del profilo generale dell’ente o del profilo del prodotto e siano presentate in modo comprensibile.
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