Fino a qualche anno fa le industrie della difesa, almeno in Europa, scontavano una certa diffidenza nella percezione comune. Soprattutto difesa e ambiente erano due settori distinti e separati. Oggi, invece, le aziende della difesa europea guidano i mercati finanziari, attraggono capitali ESG e si candidano a diventare il nuovo motore industriale del continente.
Dall’italiana Leonardo alla tedesca Rheinmetall, sono sempre più protagoniste del dibattito pubblico. Prima la guerra in Ucraina e poi la guerra in Iran hanno ribaltato gerarchie economiche, narrazioni pubbliche e criteri etici degli investimenti: il settore degli armamenti, un tempo escluso dai fondi green, viene ora presentato come un pilastro della sicurezza europea e, paradossalmente, della sostenibilità.
Quando a fine aprile il Stockholm International Peace Research Institute ha annunciato che la spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 quota 2.887 miliardi di dollari — il livello più alto mai registrato — la notizia ha fatto il giro del mondo. Un dato colpisce più degli altri: le spese militari aumentano ininterrottamente da undici anni consecutivi e l’Europa ha registrato l’incremento più marcato, con un +14% nell’ultimo anno.
L’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 ha accelerato un processo di riarmo senza precedenti. Che non riguarda solo Mosca e Kiev: l’intero continente europeo ha avviato una corsa agli armamenti che sta ridisegnando le priorità economiche e industriali dell’Unione. Già, ma con quali effetti?
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Le aziende della difesa dominano i mercati
I bilanci delle imprese belliche sono pieni di commesse e gli investitori premiano il comparto. Lo sottolinea in un recente articolo sul portale del Toda Peace Institute il professore Herbert Wulf, esperto di relazioni internazionali e tra le altre cose ex direttore del Bonn International Center for Conflict Studies (BICC).
I media finanziari parlano ormai apertamente di “top performer” riferendosi ai grandi gruppi della difesa europea, fa notare Wulf, e i numeri confermano questa trasformazione. Tra le principali aziende del settore, Rolls-Royce e Rheinmetall guidano la corsa con rialzi azionari superiori al 1.000% dal 2022. Otto delle dieci maggiori società europee della difesa hanno sovraperformato nettamente l’EURO STOXX 50, il principale indice della zona euro.
Persino l’attuale genocidio in Palestina perpetrato da Israele e la guerra scatenata dagli Stati Uniti (e ancora Israele) in Medioriente non hanno modificato il quadro generale: il comparto della difesa continua a essere percepito come uno dei più redditizi e strategici per il futuro europeo.

Dalla sostenibilità alla “finanza armata”
La vera novità, però, riguarda la finanza sostenibile. Negli ultimi anni gli investimenti ESG — Environmental, Social and Governance — diretti verso l’industria bellica sono cresciuti rapidamente. Secondo un’indagine pubblicata da Voxeurop, nel 2025 i capitali “green” destinati alle aziende della difesa supereranno i 50 miliardi di euro.
Una svolta che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. I criteri ESG nascono infatti per orientare i capitali verso attività attente all’ambiente, alla giustizia sociale e alla buona governance aziendale. Storicamente alcuni settori – armamenti, combustibili fossili e industrie altamente impattanti – venivano esclusi dai portafogli sostenibili.
Oggi quei confini si stanno rapidamente dissolvendo. Lo abbiamo visto nella vicenda della tassonomia europea, con l’inserimento del gas e del nucleare, lo stiamo vedendo in diretta con le aziende della difesa.
Come cambia la narrativa della guerra sostenibile
Dietro questa trasformazione, sottolinea il prof. Herbert Wulf, agiscono tre attori principali: l’industria della difesa, la Commissione europea e il settore finanziario.
Già prima dell’invasione russa dell’Ucraina, le lobby del comparto militare contestavano l’esclusione dagli investimenti sostenibili. Nell’ottobre 2021, l’Aerospace, Security and Defence Industries Association of Europe sosteneva l’esistenza di un “legame inseparabile” tra sostenibilità e difesa: senza sicurezza, affermava l’associazione, non possono esistere pace, prosperità e sviluppo sociale.
La strategia comunicativa è chiara: riposizionare la produzione militare come infrastruttura necessaria alla stabilità democratica e quindi compatibile con gli obiettivi ESG. In questo senso il nuovo posizionamento arriva da lontano e arriva a pieno compimento con gli ultimi conflitti.

Nel frattempo le grandi aziende hanno rapidamente adottato il lessico della sostenibilità. Rheinmetall dichiara che la sostenibilità è “parte integrante” della propria strategia industriale e promette neutralità climatica entro il 2035. MBDA, gigante europeo dei missili e dei droni, ha creato persino un comitato ESG dedicato. Rolls-Royce parla apertamente di percorso verso il “Net Zero” entro il 2050.
L’immagine dell’industria bellica cambia così pelle: da settore controverso a industria tecnologica innovativa, responsabile e persino impegnata nella transizione ecologica.
Il ruolo della Commissione europea
Anche l’UE contribuisce a questo cambio di paradigma. Nell’ottobre 2023 la Commissione europea ha sottolineato la necessità di garantire accesso ai finanziamenti pubblici e privati per tutti i settori strategici, difesa inclusa, considerata essenziale per la sicurezza dei cittadini europei.
Il messaggio politico è netto: la difesa non rappresenta più un’eccezione eticamente problematica, ma una priorità industriale europea.
Da qui deriva anche la progressiva revisione dei criteri ESG adottati dagli operatori finanziari. Nel 2024 l’BVI — l’associazione tedesca del risparmio gestito — ha modificato le regole sui prodotti finanziari sostenibili. Se prima erano vietati investimenti in aziende che ricavavano oltre il 10% del fatturato dalla produzione o vendita di armamenti, oggi il divieto riguarda soltanto le armi proibite dal diritto internazionale, come mine antiuomo o armi chimiche e biologiche.
Tutto il resto — dai carri armati ai droni, dai caccia ai missili, fino alle armi nucleari — può essere considerato compatibile con la finanza sostenibile.
Il nuovo capitalismo della difesa
Secondo le analisi di Voxeurop, i maggiori flussi di capitale ESG verso la difesa europea finiranno soprattutto ai grandi gruppi industriali. Nel 2025 oltre quattro miliardi di euro confluiranno singolarmente verso Safran, Rolls-Royce, Rheinmetall e Airbus.
La redditività del comparto è tale da attrarre anche startup e aziende provenienti da altri settori. Il confine tra industria civile e militare si assottiglia sempre di più. In Germania, ad esempio, Volkswagen valuta la possibilità di produrre componenti per il sistema di difesa israeliano Iron Dome nello stabilimento di Osnabrück. In Francia, Renault ha già avviato la produzione di droni militari. E in Italia la conversione del settore automobilistico, in difficoltà da decenni, è ormai dichiarata: da Anagni a Lanciano, si fanno sempre più numerosi i luoghi dove il passaggio alla difesa viene proposto come l’unico possibile.
Parallelamente cambia anche la percezione sociale del lavoro nel comparto. Gli impieghi nell’industria della difesa, un tempo contestati, oggi vengono considerati stabili, ben retribuiti e strategici. Persino sindacati e consigli di fabbrica, che in passato sostenevano piani di riconversione civile, sembrano aver abbandonato l’idea di una transizione produttiva lontana dagli armamenti.
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Il greenwashing della guerra
La normalizzazione della difesa come settore “sostenibile” apre però interrogativi profondi. Può davvero esistere una guerra ESG? È possibile conciliare finanza verde e produzione di armi?
Per molte analisi la risposta è no. Più che una reale evoluzione etica, l’attuale trasformazione rappresenta una sofisticata operazione di greenwashing industriale e finanziario. La sostenibilità viene piegata alle esigenze geopolitiche e ai rendimenti di mercato, fino a includere attività che per definizione producono distruzione, conflitto e militarizzazione.
Il rischio è che il linguaggio della transizione ecologica venga progressivamente svuotato, trasformandosi in un’etichetta flessibile capace di adattarsi a qualsiasi interesse economico o strategico.
E mentre l’Europa investe miliardi nella corsa agli armamenti, la domanda resta aperta: quanto può dirsi sostenibile un modello economico fondato sulla guerra?
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