C’è stato un tempo in cui il Mondiale di calcio maschile era soprattutto un rito collettivo. Qualcosa a cui aderire, magari con poca convinzione, ma che creava appartenenza, spirito di gruppo. Pure identità, se questa parola ormai non fosse squalificata (è proprio il caso di dirlo), visti gli utilizzi strumentali e opportunistici che ne fanno soprattutto i partiti politici. Nel 2026, invece, la Coppa del Mondo FIFA sarà soprattutto un’infrastruttura planetaria: tre Paesi ospitanti, sedici città coinvolte, quarantotto nazionali, oltre cento partite e milioni di persone in movimento tra Canada, Stati Uniti e Messico.
La FIFA, la federazione internazionale di calcio, la definisce “la Coppa del Mondo più inclusiva di sempre”. E in effetti il torneo del 2026, che si svolgerà dall’11 giugno al 19 luglio, rappresenterà una rottura storica: per la prima volta il Mondiale sarà organizzato contemporaneamente da tre nazioni differenti e vedrà la partecipazione di 48 squadre invece delle tradizionali 32.
Ma dietro l’enfasi celebrativa si nasconde una domanda molto più pertinente, a nostro avviso: quanto è sostenibile un evento sportivo di queste dimensioni? Prima di provare a rispondere a questa domanda, è utile ricordare che ogni manifestazione sportiva, specie se globale e di tali dimensioni come il Mondiale di calcio maschile 2026, è figlia dei propri tempi. Per cui deve fare i conti con una serie di variabili che sarà difficile “tenere a bada”: dalla prosopopea del presidente Usa Donald Trump, e i rapporti tesi con Canada e Messico, al collasso climatico, che potrebbe rendere ostico lo svolgimento di alcune partite, come già successo nella Coppa America del 2024.
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Il calcio delle distanze
Dal punto di vista logistico, il Mondiale 2026 sarà il più esteso della storia del calcio. Le città ospitanti vanno da Vancouver a Città del Messico, passando per New York, Los Angeles, Toronto, Seattle, Miami e Guadalajara. Tradotto in termini concreti, significa una gigantesca macchina energetica fatta di voli intercontinentali, trasferimenti continui, sistemi di sicurezza, consumo di acqua, climatizzazione degli stadi e mobilità urbana intensiva.
Per anni la FIFA ha raccontato il torneo come un modello di “grande evento sostenibile”, soprattutto perché molte strutture esistono già e non sarà necessario costruire decine di nuovi stadi come avvenuto in Qatar o in Brasile. E questo è vero, anche se lo è in parte. Gli Stati Uniti dispongono già di impianti mastodontici utilizzati per NFL e grandi eventi musicali. L’Estadio Azteca di Città del Messico è una cattedrale calcistica esistente da decenni. Toronto e Vancouver hanno infrastrutture consolidate. Eppure la sostenibilità di un evento non si misura soltanto dal cemento evitato.

Il nodo centrale riguarda il modello stesso del mega-evento contemporaneo: più squadre, più sponsor, più partite, più broadcasting, più merchandising, più dati, più flussi turistici. E lasciamo perdere la perdurante assenza dell’Italia, che in questa analisi non c’entra. Con 48 nazionali e 104 partite complessive, il Mondiale 2026 sarà un prodotto mediatico senza precedenti. E come tutti i prodotti globali contemporanei vive di una contraddizione ormai evidente dal punto di vista ambientale: mette in campo gli sforzi per diminuire i propri impatti mentre aumenta la scala industriale dell’evento.
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Il calcio come piattaforma finanziaria
Per comprendere quanto il calcio maschile non sia mai stato soltanto uno sport ma anche una questione di potere e di intrecci politici, rimandiamo alla lettura del bel libro del giornalista Luca Pisapia, uscito da poco per Einaudi, che si intitola proprio “Il calcio è potere – Una storia critica dei mondiali, da Mussolini a Trump”, o all’altrettanto bel libro del giornalista Valerio Moggia “Il calcio è politica”, pubblicato nel 2025 da People.
Entro questa cornice si comprende come la vera portata del Mondiale 2026 sia più finanziaria che sportiva. L’allargamento a 48 squadre, approvato dalla FIFA già nel 2017, nasce infatti da una logica precisa: ampliare i mercati coinvolti. Più nazionali qualificate significa più televisioni interessate, più sponsor regionali, più audience e più economie nazionali connesse all’evento.
È la trasformazione definitiva del calcio in piattaforma globale. Per la FIFA il nuovo format rappresenta un moltiplicatore economico quasi perfetto. Nuovi Paesi possono vivere l’esperienza mondiale senza ridurre l’appeal delle grandi potenze calcistiche. Le federazioni emergenti ottengono visibilità, la copertura mediatica permette di allungare il calendario calcistico, le aziende partner aumentano il tempo di esposizione pubblicitaria.
Nel frattempo cambia anche il concetto stesso di tifoso. Il supporter contemporaneo non è più soltanto chi va allo stadio. È un utente multipiattaforma che consuma highlights, statistiche, fantasy game, contenuti verticali per TikTok, esperienze immersive e prodotti digitali. Il Mondiale 2026 sarà probabilmente il primo davvero progettato per convivere con l’economia algoritmica dell’attenzione.
Anche il pallone ufficiale, secondo le anticipazioni circolate negli ultimi mesi, integrerà sistemi tecnologici avanzati collegati al VAR e alla raccolta dati in tempo reale.
Il calcio, insomma, sta affermandosi sempre più come un’infrastruttura digitale. Che consuma miliardi di dati e necessita di un’energia che è impossibile quantificare ma che di sicuro va ad aggravare il collasso climatico in corso.
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La retorica del calcio inclusivo
La FIFA insiste molto su una parola: inclusività. Secondo Gianni Infantino, il presidente Fifa che si è fatto notare per essere talmente succube di Trump da avergli consegnato un “premio per la pace” che voleva scimmiottare l’analogo premio Nobel al quale il presidente USA aspira da tempo, il nuovo format permetterà a più continenti di essere rappresentati e renderà il torneo “più globale”.
In effetti l’aumento dei posti disponibili apre scenari nuovi soprattutto per Africa, Asia e Nord America. Ma anche qui emergono tensioni geopolitiche piuttosto evidenti. Diversi osservatori europei sostengono che il numero di slot assegnati alla UEFA sia insufficiente rispetto al peso tecnico del continente. Online e nei forum calcistici il dibattito è già acceso: c’è chi vede il nuovo Mondiale come una democratizzazione del calcio e chi invece teme un abbassamento del livello competitivo.
Il punto, però, anche in questo caso è un altro. La FIFA sta costruendo una manifestazione sempre più simile alle grandi piattaforme globali contemporanee: apparentemente aperta a tutti, ma governata da logiche economiche centralizzate. Una specie di globalizzazione calcistica dove la partecipazione aumenta insieme alla concentrazione del valore.
È una dinamica che ricorda da vicino quella di altri mega-eventi internazionali, dalle Olimpiadi alle esposizioni universali: il racconto pubblico parla di cooperazione e incontro tra culture, mentre la struttura reale è dominata da diritti televisivi, sponsor e competizione geopolitica.
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Il paradosso ecologico del calcio globale
Nella megalomania della FIFA il Mondiale di calcio maschile 2026 è anche un’occasione per valorizzare l’economia delle città ospitanti. Come se metropoli come New York o Città del Messico avessero bisogno dell’ennesimo mega-evento per essere ulteriormente conosciute. Piuttosto è vero che la concentrazione di mega-eventi aumenti gli squilibri e le disuguaglianze. Chi davvero potrà assistere alle partite del Mondiale 2026?

Per fare un esempio, attualmente si stanno svolgendo le Finals NBA, cioè l’evento finale della lega di basket più famosa al mondo. A New York, dove si svolgeranno alcune partite delle Finals, i prezzi già alti sono decuplicati: il prezzo medio di un biglietto al palazzetto del Madison Square Garden si aggira intorno ai 4500 dollari. Viene dunque da chiedersi: i grandi eventi (in questo caso sportivi) producono davvero benefici distribuiti oppure generano soprattutto valore immobiliare e turistico concentrato? Le economie locali vengono rafforzate o semplicemente assorbite nella filiera globale dell’intrattenimento sportivo?
Sono domande che restano purtroppo sullo sfondo. E così anche la domanda iniziale di questo articolo resta aperta: quanto è sostenibile un mega evento come il Mondiale 2026?
Abbiamo visto che il calcio globale continua ad alimentarsi attraverso modelli energetici altamente impattanti mentre prova contemporaneamente a costruire una narrazione “green”. Si può tranquillamente parlare di greenwashing, o forse è più opportuno utilizzare la categoria dello sportwashing, dato che, come abbiamo visto, oltre alle questioni più specificatamente ambientali si toccano anche temi sociali, politici e culturali.
È la stessa contraddizione che attraversa gran parte dell’economia contemporanea: compensare, efficientare, raccontare la sostenibilità senza mettere realmente in discussione la scala del consumo. Ecco perché la domanda più importante non riguarda chi vincerà la Coppa del Mondo ma quanto ancora sarà possibile continuare ad allargare il perimetro degli eventi globali senza interrogarsi sul loro costo reale — economico, sociale, energetico e culturale.
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