Net zero: le imprese cambiano linguaggio. Resilienza come arroccamento strategico?

La congiuntura geopolitica, l’aumento dei costi energetici e l’economia di guerra rendono l’impegno delle imprese verso il Net Zero più tortuoso. Riforestare, proteggere ecosistemi e ripristinare suoli è necessario, ma non può diventare una licenza per continuare a estrarre petrolio, gas e carbone

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

Chiariamo: per net zero non si intende l’eliminazione delle emissioni, ma il bilanciamento tra la quantità di gas serra rilasciata nell’atmosfera e la quantità equivalente rimossa o assorbita, ad esempio tramite riforestazione o tecnologie di cattura dell’anidride carbonica. Il concetto di net zero però è pieno di ambiguità ed è foriero di un acceso dibattito sulla possibile trappola del bilanciamento: molte promesse di “net zero entro il 2050” funzionano come un meccanismo di “brucia ora, compensa dopo”.

Governi e imprese continuano a usare combustibili fossili oggi, sostenendo che in futuro sarà possibile rimuovere dall’atmosfera enormi quantità di CO₂ tramite riforestazione, bioenergia con cattura del carbonio, tecnologie di rimozione o compensazioni. Inoltre puntare troppo sugli assorbimenti futuri può alimentare nuove pressioni su terra, foreste e comunità, soprattutto nel Sud globale.

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Alcuni settori possono di certo aspirare a un funzionamento più agile verso il bilanciamento, mentre per altri (quelli più strutturali) come agricoltura, edilizia, aviazione (civile e militare) la produzione di climalteranti fa pendere l’ago della bilancia.

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Il rapporto BSI e il net zero per le imprese

Una parola abusata in ogni settore nell’ultimo lustro, dall’avvento della Pandemia di COVID-19,  è resilienza. Parola che è entrata a forza anche nel vocabolario climatico delle imprese. In questa stagione, in cui parlare apertamente di transizione ecologica a livello di grandi capitali può diventare un rischio reputazionale, resilienza affianca e rende più digeribili termini come “decarbonizzazione”, “sostenibilità” o “net zero”.

È da qui che parte il rapporto di BSI (British Standards Institution), il primo ente di normazione al mondo: il report, che si intitola “G7 Net Zero Temperature Check: Business Insights 2026”, è costruito su un sondaggio condotto tra oltre 7mila leader aziendali nei paesi G7 – i 7 Paesi più industrializzati del mondo (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti).

Secondo l’organizzazione globale sulle certificazioni, l’83% dei business leader intervistati dichiara che la propria azienda resta impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il target nazionale. Il 78% ritiene che crescita economica e net zero possano procedere insieme. Il 76% pensa che la transizione possa sostenere economia, occupazione e sicurezza energetica. E il 69% afferma che nell’ultimo anno la propria impresa ha aumentato il livello complessivo di azione sul clima.

Una sintesi giornalistica del rapporto, pubblicata da ESG Today, insiste proprio su questo punto: le aziende mantengono l’azione climatica, ma ne stanno riformulando il racconto. Una prospettiva che può sembrare rassicurante, ma che in realtà fotografa qualcosa di molto complesso: solo metà dei leader aziendali si dice sicura che la propria impresa agirà concretamente sulla riduzione delle emissioni nei prossimi dodici mesi. Un terzo ha rivisto i propri piani net zero, un altro terzo ha rivalutato gli obiettivi. Pochi hanno sospeso o abbandonato formalmente i target, ma molti stanno prendendo tempo, aggiornando scenari, cercando coperture finanziarie, aspettando segnali politici più stabili. 

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L’ambiguità degli impegni net zero

Quindi la transizione sta cambiando velocemente lessico. British Standards Institution chiama questo fenomeno “climate-coding”: le aziende continuano ad agire sul clima, ma comunicano meno in termini ambientali e più in termini di rischio, efficienza, competitività, sicurezza della catena di fornitura. Non è esattamente greenwashing, perché non si tratta necessariamente di esagerare risultati inesistenti in senso positivo per assumere credibilità “verde”. Non è neppure greenhushing in senso stretto, cioè il silenzio volontario sulle iniziative ambientali per evitare accuse di non fare abbastanza. È piuttosto una traduzione politica e manageriale della sostenibilità dentro il linguaggio del business. Insomma un arroccamento in attesa di vedere da che parte soffierà il vento.

Il dato è rilevante: il 61% delle imprese G7 ha modificato nell’ultimo anno il modo in cui promuove o comunica le proprie azioni net zero in risposta allo scetticismo climatico nei media o nella politica. In altre parole, il clima non scompare dalle strategie aziendali, ma viene presentato meno come responsabilità ecologica e più come assicurazione contro l’instabilità.

La domanda allora è: questa trasformazione aiuta la transizione o la indebolisce?

In un’economia esposta a guerre, crisi energetiche, siccità, alluvioni, volatilità dei prezzi e shock nelle forniture, la decarbonizzazione non è più soltanto una questione morale o reputazionale. Parlare di resilienza può essere utile. È una forma di gestione del rischio. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili significa ridurre l’esposizione a mercati instabili. Aumentare l’efficienza energetica significa proteggere i margini. Ripensare materiali, logistica, riparabilità, riuso e riciclo significa accorciare filiere vulnerabili e recuperare valore dove prima si produceva scarto.

È qui che la prospettiva dell’economia circolare diventa decisiva. Perché il net zero non può essere ridotto alla sola sostituzione energetica: togliere fossili e aggiungere rinnovabili. La transizione passa anche dalla riduzione della domanda di materia vergine, dalla progettazione di prodotti durevoli e riparabili, dalla simbiosi industriale, dal recupero di componenti, dalla tracciabilità delle catene di fornitura, dal riuso degli asset, dalla logistica inversa. Insomma: dal superamento del modello lineare “estrai-produci-consuma-getta”.

E quindi la retorica della resilienza e i proclami di net zero rischiano di diventare ambigui.

Il rapporto BSI fotografa bene questa ambivalenza. Da una parte, il 75% delle imprese ritiene che gli sforzi net zero siano importanti per la resilienza futura. Il 77% teme che il cambiamento climatico possa interrompere la supply chain. L’81% è preoccupato per i costi futuri se l’impresa non si prepara agli impatti climatici. Dall’altra, solo il 20% ha già realizzato una pianificazione di adattamento al rischio climatico e solo il 21% ha investito nell’approvvigionamento da energie rinnovabili. 

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Il nodo non è solo quante imprese dichiarano di voler raggiungere il net zero, ma quante dispongono di piani credibili, finanziati e verificabili. Su questo il lavoro di Cassa Depositi e Prestiti sui climate transition plans è utile: una quota crescente di imprese dichiara di avere piani di transizione allineati a 1,5°C, ma la qualità delle informazioni e degli indicatori disponibili resta diseguale. Il Global Climate Action Barometer 2025 di EY (società di consulenza a livello globale) insiste sullo stesso punto: servono piani climatici azionabili, con governance, finanziamenti, assunzioni, scenari e responsabilità chiare. Senza questi elementi, il net zero rischia di restare promessa, non strategia industriale.

Resta il problema della finanza fossile

C’è poi il grande elefante nella stanza: la finanza fossile. Mentre molte imprese dichiarano di voler proseguire verso il net zero, i principali istituti finanziari continuano a sostenere petrolio, gas e carbone. Secondo un’inchiesta del Guardian basata sul rapporto Banking on Climate Chaos, nel 2025 le 65 maggiori banche mondiali hanno destinato 906 miliardi di dollari alle imprese fossili, con un aumento rispetto all’anno precedente. È difficile parlare di transizione credibile se il capitale continua a fluire in modo così massiccio verso l’economia che dovrebbe essere superata.

Il problema, quindi, non è “net zero” come obiettivo o formula scientifica, ma il suo uso come copertura ideologica per evitare il conflitto vero: uscire dai combustibili fossili, ridurre i consumi energetici superflui e trasformare i sistemi produttivi.

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