La nuova frontiera delle microplastiche: guardare “dentro” il prodotto

Un report della Plastic Soup Foundation ricostruisce, a partire da oltre 350 studi, la diffusione delle microplastiche non solo come effetto di un rifiuto ma come qualcosa di insito nella produzione. Sanità, tessili, imballaggi e perfino alcune tecnologie climatiche possano trasformare la crisi della plastica in una questione di esposizione sistemica

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

Per anni la narrazione dell’inquinamento da plastica si è basata sull’uso di immagini forti che non lasciavano spazio a interpretazioni: bottiglie sulle spiagge, reti abbandonate, tartarughe impigliate, isole galleggianti di rifiuti. Una comunicazione utile e capace di indignare e spaventare. Oggi però ci troviamo di fronte a un problema più complesso: molto spesso ciò che inquina non è visibile.

 È anche ciò che non vediamo nelle case, nelle scuole, negli ospedali, nelle cucine, nell’aria che respiriamo e nei prodotti che acquistiamo tutti i giorni. Il tema delle microplastiche in particolare è al centro di un dibattito scientifico molto acceso, visto che non è stato ancora stabilito con certezza quali siano gli effetti sanitari sul lungo periodo. Quella che è certa però è l’esposizione diffusa e le particelle possono attraversare alcune barriere biologiche. 

È questo il cambio di prospettiva proposto dal nuovo report della Plastic Soup Foundation, Exploring Everyday Microplastic Exposures, firmato dalla scienziata Heather A. Leslie. La tesi è netta: l’esposizione umana alle microplastiche non è episodica, ma continua e globale. Il report, ripreso tra gli altri da Geographical, non misura l’esposizione totale di ogni individuo – operazione oggi ancora complessa per limiti metodologici e standard analitici non uniformi – ma mappa le principali sorgenti attraverso cinque ambiti della vita quotidiana: fonti outdoor, ambienti indoor, prodotti per l’infanzia, sanità e cura personale, cibo e bevande. È una ricostruzione che sposta la discussione dal fine vita dei prodotti al loro intero ciclo d’uso: non solo dove finisce la plastica, ma cosa rilascia mentre viene utilizzata.

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Evitare le microplastiche è possibile?

Questa è forse la parte più difficile da gestire per l’economia circolare. Se un prodotto in plastica disperde particelle durante l’uso ordinario, non basta domandarsi se sia riciclabile, quanta materia riciclata contenga o come verrà raccolto a fine vita. Occorre interrogarsi sulla progettazione stessa: materiali, additivi, abrasione, calore, usura, contatto con alimenti, permanenza negli ambienti chiusi. Come ha sintetizzato Resource Media, la dispersione di microplastiche non riguarda soltanto il rifiuto abbandonato, ma può essere incorporata nel ciclo di vita del prodotto. Quindi anche nella produzione.

Il capitolo alimentare è tra i più immediati. Secondo l’approfondimento del Food Packaging Forum, contenitori, utensili, taglieri, bollitori, bustine da tè e imballaggi riscaldati possono diventare sorgenti rilevanti di micro e nano plastiche. Il punto non è colpevolizzare il gesto individuale di chi conserva un avanzo o compra un pranzo da asporto, ma riconoscere che il contatto tra plastica, calore, cibo e abrasione è una questione di progettazione industriale e regolazione. L’esposizione non nasce solo dall’incuria del consumatore, ma da un sistema che ha reso la plastica la risposta predefinita a troppe esigenze diverse.

riciclo raccolta differenziata plastica cover
Foto: Canva

Il secondo ambiente da guardare è quello domestico. L’articolo di Air Quality News insiste su un aspetto spesso trascurato: l’inalazione. Tessuti sintetici, pavimenti in PVC, tappeti, tende, imbottiti, vernici, stampanti 3D e pneumatici contribuiscono alla presenza di particelle plastiche nell’aria. L’ambiente indoor, dove trascorriamo gran parte del tempo, può trasformarsi in un generatore silenzioso di frammenti. La microplastica, dunque, non arriva soltanto dal mare al piatto: può passare dal divano ai polmoni, dalla vernice che si degrada alla polvere sul pavimento, dai tessuti sintetici al respiro.

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Minori più a rischio

La questione diventa ancora più delicata quando riguarda bambine e bambini. Euronews ha messo in evidenza prodotti come giocattoli, tappetini, mattoncini, biberon, formule confezionate e persino dispositivi ospedalieri. I più piccoli non sono adulti in miniatura: respirano più aria per chilo di peso corporeo, gattonano, portano oggetti alla bocca, entrano in contatto con polveri depositate. The Cool Down sottolinea inoltre un dato particolarmente critico: l’esposizione può iniziare molto presto, fino ai contesti neonatali e ospedalieri, dove l’uso di dispositivi in plastica è spesso indispensabile.

È qui che il dibattito pubblico rischia due semplificazioni opposte. La prima è minimizzare, aspettando una certezza assoluta sugli effetti sanitari prima di agire. La seconda è scaricare tutto sulle scelte individuali, come se bastasse comprare un tagliere in legno o evitare il tè in bustina. Entrambe le posizioni sono insufficienti. Il report non pretende di chiudere il dossier sugli impatti sanitari, ma sostiene che il principio di precauzione sia già applicabile, perché l’esposizione esiste, è diffusa e in parte prevenibile. Anche nel commento firmato da Heather Leslie su Resource Media, il punto è duplice: aumentare consapevolezza e costruire pressione per ridisegnare prodotti, acquisti pubblici e regole di mercato.

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Nuove tecnologie e nuove vie di esposizione

C’è poi un elemento che interroga direttamente la transizione ecologica: alcune tecnologie presentate come risposte alla crisi climatica potrebbero aprire nuove vie di esposizione, se non valutate con rigore.

Il report cita l’iniezione di aerosol stratosferici, una forma di geoingegneria solare che in alcune ipotesi brevettuali prevede anche particelle polimeriche disperse in atmosfera. Eco-Business ha rilanciato questo aspetto come uno dei più inquietanti: non perché ogni soluzione climatica sia sospetta, ma perché nessuna tecnologia dovrebbe essere considerata “verde” se trasferisce il rischio da un comparto ambientale a un altro.

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Possibili soluzioni

La lezione per l’economia circolare è chiara: riciclare meglio resta necessario, ma non basta. Una circular economy matura deve ridurre l’estrazione di materia vergine, allungare la vita dei prodotti, promuovere riuso e riparazione, ma anche chiedere se un materiale sia adatto a un determinato uso. Non tutto ciò che è tecnicamente riciclabile è automaticamente desiderabile. Non tutto ciò che sostituisce un materiale più pesante è per forza sostenibile. Non tutto ciò che funziona in termini di performance industriale è accettabile se produce esposizioni diffuse e difficili da controllare.

Coopetizione ed economia circolare
Fonte: Canva

Le risposte, allora, devono stare su più livelli. Sul piano individuale sicuramente, ma la vera partita è collettiva: norme sui materiali a contatto con alimenti, criteri ambientali minimi negli appalti, progettazione sicura, trasparenza sugli additivi, standard di prova per il rilascio di microplastiche, responsabilità estesa del produttore che includa anche l’uso, non solo il rifiuto.

La plastica ha costruito una parte rilevante della modernità promettendo igiene, leggerezza, sicurezza, accessibilità. In molti casi ha davvero svolto funzioni importanti. Ma l’evidenza che emerge da queste ricerche suggerisce che il conto non sia stato interamente contabilizzato. Le microplastiche ci obbligano a guardare dentro il prodotto, non solo dopo il prodotto. E a riconoscere che prevenire l’esposizione è una politica industriale, sanitaria e ambientale insieme.

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