PFAS nell’acqua potabile: nuove norme, primi pozzi non in regola

Con l’entrata in vigore dei nuovi limiti introdotti dalla direttiva UE, i controlli stanno facendo emergere – per ora in provincia di Vicenza, Trento, Pordenone e Bergamo - contaminazioni diffuse nelle acque potabili e nei pozzi privati. Il conto del debito lasciato da decenni di chimica senza regole sta arrivando: è intestato a tutti noi ma non agli inquinatori

Giuseppe Ungherese
Giuseppe Ungherese
Laureato in Scienze naturali e dottore di ricerca in Etologia ed Ecologia animale, con una specializzazione in ecotossicologia. Lavorando nel non profit, negli ultimi quindici anni ha messo le proprie competenze al servizio del bene comune - proteggere la salute, riscrivere normative ambientali nazionali ed europee, negoziare accordi internazionali e contribuire a condanne storiche per disastri ambientali. Il suo lavoro si concentra sulla transizione verso la sostenibilità, all'intersezione tra ambiente e giustizia sociale. Autore di decine di report e pubblicazioni scientifiche, ha scritto anche i volumi "Non tutto il mare è perduto" (Casti Editore, 2022) e "PFAS. Gli inquinanti eterni e invisibili nell'acqua" (Altreconomia, 2024)

Un’acqua può considerarsi sicura perché arriva dall’acquedotto? Ma cosa succede quando quella certezza comincia a vacillare? Lo scorso 13 luglio 2026, terminata la proroga di sei mesi prevista dalla Legge di Bilancio 2026, sono diventate pienamente applicabili le disposizioni introdotte dal D.Lgs. 102/2025, che ha modificato il D.Lgs. 18/2023, con cui è stata recepita la direttiva europea Drinking Water Directive-DWD (2020/2184). Viene così aggiornato il quadro normativo nazionale in materia di qualità delle acque destinate al consumo umano con l’introduzione di nuovi parametri sulla presenza di PFAS (composti poli- e perfluoroalchilici).

E dopo pochi giorni già “vengono a galla” i primi problemi legati all’eredità tossica di una chimica senza regole. E a pagare, in termini sanitari ed economici, non saranno i responsabili ma noi cittadini.

I parametri per la misurazione dei PFAS

Trova piena applicazione il parametro “Somma di PFAS” che, pur mantenendo inalterato il valore limite di 0,10 microgrammi per litro (100 nanogrammi per litro), viene esteso a una diversa composizione delle sostanze che concorrono a determinarlo: ai 24 PFAS già monitorati dallo scorso gennaio si aggiungono ora i sei composti ADV (sostanza utilizzate come coadiuvanti nella produzione di fluoropolimeri).

La vera novità che ha fatto scattare l’allarme è l’entrata in vigore di un secondo parametro, ancora più restrittivo: il limite di 0,02 microgrammi per litro (20 nanogrammi per litro) per la “Somma di 4 PFAS“, ovvero PFOA (acido perfluoroottanoico), PFOS (acido perfluoroottansolfonico), PFNA (Acido perfluorononanoico) e PFHxS (acido perfluoroesansolfonico). Sono le quattro molecole del gruppo con le evidenze scientifiche più solide sui rischi sanitari.

Il PFOA è classificato dal dicembre 2023 come cancerogeno certo — Gruppo 1, la stessa categoria dell’amianto e del fumo di tabacco. Il PFOS, a partire dalla stessa data, è considerato possibile cancerogeno (Gruppo 2B). Già nel 2020, prima ancora che le classificazioni di cancerogenicità fossero definitive, queste quattro sostanze erano state oggetto di un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che — con un quadro scientifico allora meno maturo di quello attuale — aveva fissato una soglia di assunzione settimanale tollerabile (Tolerable Weekly Intake) di 4,4 nanogrammi per chilo di peso corporeo, assunti attraverso alimenti e acqua potabile.

Partendo da queste valutazioni, molti paesi avevano già anticipato l’Italia inserendo limiti ben più stringenti. Per il parametro “Somma di PFAS”, Danimarca e Svezia hanno adottato alcuni dei valori più cautelativi al mondo: rispettivamente 2 e 4 nanogrammi per litro — dieci e cinque volte più bassi dei limiti oggi in vigore in Italia. Una distanza che non è solo tecnica ma politica.

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Gli allarmi in Italia

Eppure, anche con limiti meno ambiziosi di quelli di alcuni paesi nordici, il nuovo quadro normativo ha già fatto emergere quello che c’era già: una contaminazione diffusa, spesso ignota alle stesse amministrazioni locali.

Storo nella Provincia Autonoma di Trento ha fatto da apripista. Il piccolo comune della valle del Chiese era già stato al centro di diverse problematiche in parte della rete acquedottistica riconducibili alla presenza di PFOS. L’Agenzia Ambientale locale, in una nota dell’ottobre 2024, aveva ricondotto l’inquinamento al sito delle ex Fonderie Trentine situate nel comune di Condino che, ricorda la stessa agenzia, nei primi anni 2000 era stato oggetto di bonifica per la presenza di cromo. Già dalle scorse settimane il pozzo contaminato, in cui erano stati registrati livelli di PFOS fino a 30 nanogrammi per litro, è stato scollegato, ma non chiuso definitivamente perché potrebbe essere necessario usarlo in casi di emergenza idrica. Inoltre, il sindaco si è già attivato presso le autorità sanitarie competenti per verificare la necessità di avviare un biomonitoraggio sulla popolazione residente al fine di valutare l’accumulo di PFAS.

Anche nei pozzi privati di alcuni comuni della provincia di Vicenza sono state riscontrate diverse problematiche. Non si tratta dell’area già interessata dalla contaminazione originata dall’azienda chimica Miteni, bensì di comuni situati a nord-est del comune capoluogo: nello specifico si tratta di Marostica, Nove, Schiavon, Pianezze e Colceresa. Il comune di Marostica ha già pubblicato un bando in cui si impegna a contribuire alle analisi svolte da privati per ricercare i temuti inquinanti eterni. Nella stessa area già negli anni scorsi in parte del comune di Bassano del Grappa erano state segnalate problematiche analoghe.

La situazione che sembra destare maggiore preoccupazione è quella che interessa alcune aree della provincia di Pordenone, nello specifico nei pozzi artesiani dei comuni di Porcia, Fontanafredda, Roveredo in Piano e Aviano. Pozzi usati da diverse famiglie anche a scopo idropotabile che — rassicurano le autorità locali — non hanno niente a che vedere con le reti acquedottistiche. Ma le concentrazioni di PFAS registrate dai controlli ufficiali superavano fino a venti volte i nuovi limiti di legge. Dall’Arpa locale spiegano che potrebbero essere due le possibili fonti di contaminazione: una legata ai percolati di discarica e l’altra alle schiume antincendio usate in ambito aeroportuale (probabilmente nel vicino aeroporto di Aviano).

I problemi non riguardano solo il Nord-Est del Paese. In Lombardia, nella provincia di Bergamo, si registrano importanti criticità nelle acque potabili dei Comuni di Credaro, Brembate di Sopra, Castelli Calepio e Cologno. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche potrebbero essere necessari interventi emergenziali che non escludono il ricorso alle autobotti.

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Siamo solo all’inizio?

Bastano pochi giorni dall’entrata in vigore dei nuovi limiti per capire che il problema era già lì, silenzioso, invisibile e incolore nei pozzi e nelle falde. E i segnali non mancavano: decenni di uso industriale indiscriminato dei PFAS, monitoraggi insufficienti, e la tendenza collettiva a dare l’acqua potabile per scontata — come se la disponibilità di acqua la rendesse pulita a priori, una sorta di legge di natura piuttosto che il risultato di scelte politiche. Nelle prossime settimane, via via che i controlli si intensificheranno, sembra probabile che le situazioni critiche da nord a sud della penisola si moltiplicheranno.

Intervenire sui PFAS già dispersi nell’ambiente è quasi impossibile; trattare le acque degli acquedotti è tecnicamente fattibile ma costoso — e non risolve il problema a monte.

La strada maestra, oltre a potenziare i monitoraggi, è dare piena applicazione ai Piani di Sicurezza delle acque, strumenti che ribaltano la logica dell’“emergenza prima, rimedio dopo”: proteggono le fonti prima che si contaminino, non nel momento in cui l’inquinamento viene scoperto pressoché al rubinetto. Ma la misura più efficace — e più scomoda per la politica— resta sempre quella di agire all’origine: ridurre e poi eliminare la produzione e l’uso dei PFAS nei processi industriali che ancora li impiegano.

Il conto del debito lasciato da decenni di chimica senza regole sta arrivando. È intestato a tutti noi ma non agli inquinatori.

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