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lunedì, Febbraio 26, 2024

Al Brooklyn Museum di New York un mare di plastica diventa arte

La mostra dell’artista Duke Riley, "Death to the Living: Long Live Trash", ripercorre la storia del rapporto tra uomo e mare attraverso i rifiuti, dallo sfruttamento alla devastazione ambientale

Maurita Cardone
Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

Una mostra unica nel suo genere fa riflettere sull’inquinamento degli oceani e dei corsi d’acqua a livello globale e locale, mentre ci insegna ad apprezzare la tradizione dell’arte marittima americana. Il tutto avviene al Brooklyn Museum di New York dove è in corso, fino al 23 aprile dell’anno prossimo, Death to the Living: Long Live Trash, una mostra che, già nel titolo, enfatizza la minaccia che i rifiuti rappresentano per le forme di vita.

Il concetto è chiaro: soffocata dai rifiuti, la vita su questo pianeta è a rischio, ma quello che oggi è rifiuto può tornare a nuova vita. È questo che fanno le circa 250 opere in mostra, realizzate dall’artista di base a Brooklyn, Duke Riley, il cui lavoro da anni si confronta con tematiche ambientali e sociali. Utilizzando oggetti raccolti sulle spiagge e i corsi d’acqua intorno alla città, Riley crea opere che restituiscono vita, valore e bellezza alle migliaia di rifiuti che soffocano la vita marina. Per questa installazione, il museo ha voluto mettere in dialogo le opere dell’artista con la propria collezione, evidenziando come l’impatto delle attività umane sugli ambienti marini e fluviali sia diventato sempre più violento e dalle conseguenze drammatiche.

Una provocazione

La mostra inizia con un video tutorial in cui l’artista spiega come trasformare applicatori in plastica per tamponi igienici, raccolti sulle spiagge, in esche per ami da pesca. L’operazione è provocatoria, ma le bacheche in cui sono esposti decine di esempi di esche realizzate con i più diversi oggetti recuperati dall’artista mostrano, ben oltre il divertissement, la vertiginosa varietà degli oggetti che finiscono nelle acque del pianeta. Organizzate come un catalogo di specie marine, le bacheche raccontano oceani popolati da plastiche che prendono il posto dei pesci (immagine in copertina). Il titolo di una di queste bacheche, Monument to Five Thousand Years of Temptation and Deception, offre un ulteriore suggerimento di lettura: il rapporto uomo-ambiente si è evoluto lungo un percorso fatto di rapporti di forza.

In altre teche espositive si trovano decine di oggetti levigati dall’acqua, su cui Riley disegna scene e immagini ispirate allo scrimshaw, l’arte di intarsiare ossa e denti di balena, un tempo praticata dai marinai delle baleniere. Imitando quello stile, su flaconi, dosatori, bottiglie, vecchie ciabatte, pettini, pezzi di giocattoli, tavolette per WC, Riley dipinge temi marittimi tradizionali, come scene di navigazione e pesca, oltre che figure mitologiche, e allo stesso tempo (come era tradizione anche nelle versioni antiche di questo tipo di lavori) incorpora la contemporaneità politica e la crisi ambientale includendo ritratti di industriali, amministratori e lobbisti dei settori petrolifero, chimico e alimentare, puntando il dito contro il settore industriale per la diffusione della plastica monouso e la conseguente distruzione degli ambienti marini.

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Death to the Living: Long Live Trash, Duke Riley. Foto: Brooklyn Museum

Leggi anche: Trash Art: quando il mondo dell’arte incontra quello dei rifiuti

I mosaici

Altrove, in mostra si trovano mosaici e articolate composizioni create utilizzando tessere realizzate da plastiche recuperate dagli oceani, conchiglie e rifiuti di ogni genere. Anche qui il riferimento all’artigianato marittimo tradizionale è evidente, ma lo spettatore si trova spiazzato quando, avvicinandosi alle opere, si accorge che le eleganti geometrie di linee e colori sono il risultato di un’aggregazione di accendini, siringhe, mozziconi di sigaretta, penne, bottoni, unghie finte, cannucce, tappi di bottiglia, posate di plastica, archetti per filo interdentale, capsule per proiettili e centinaia di altri oggetti che, se non fossero stati intercettati dall’artista, sarebbero rimasti nell’ambiente per centinaia di anni.

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Death to the Living: Long Live Trash, Duke Riley. Foto: Brooklyn Museum

Leggi anche: “Ho creato un museo dei rifiuti di plastica, per far riflettere”

Passato e presente

Le opere di Riley sono esposte fianco a fianco con oggetti di arte marittima antica, parte della collezione del museo. Ceramiche dipinte e ossi di balena sapientemente intarsiati raccontano quel pezzo di storia di sfruttamento e dominazione che caratterizza da secoli il rapporto dell’uomo con il mare. Per sottolineare questo legame tra passato e presente, il Brooklyn Museum ha installato alcune delle opere in mostra all’interno di ricostruzioni di due case del XVII e XVIII secolo, parte della permanente del museo. Si tratta di due esempi di architettura olandese originariamente situati nelle zone di Mill Basin e Canarsie, a Brooklyn, aree oggi senza sbocco sul mare ma che un tempo affacciavano sulla baia. Qui le opere di Riley, compreso un monumentale lampadario realizzato con centinaia di bottigliette in vetro, si inseriscono con straniante naturalezza tra gli arredi storici, creando un collegamento tra il passato coloniale, il successivo sovrasviluppo industriale e commerciale delle aree costiere della città e un presente in cui le conseguenze delle attività umane sono ormai fuori controllo. L’artista sembra volerci ricordare che, se gli impatti ambientali hanno conseguenze globali, sono invece locali le azioni che quegli impatti generano. New York è infatti al centro di questa mostra, non solo perché le plastiche utilizzate vengono quasi tutte da mari e corsi d’acqua dell’area urbana e metropolitana, ma anche perché il percorso espositivo include alcuni video che esplorano il rapporto della città con quelle acque.

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Death to the Living: Long Live Trash, Duke Riley. Foto: Brooklyn Museum

Così, per esempio, l’opera video Newtown Creek racconta la vita di alcune persone che, qualche anno fa, avevano scelto di vivere in barche attraccate alle banchine di uno dei corsi d’acqua più inquinati dello Stato di New York, da anni inserito nella lista nazionale dei superfund da bonificare. Nella stessa lista c’è un altro corso d’acqua che attraversa Brooklyn, il Gowanus Canal, anche questo oggetto delle immaginifiche provocazioni di Riley che al canale, nelle cui vicinanze vive da oltre 25 anni, dedica un’opera su carta che è un po’ una mappa mitologica e un po’ una storia corale di un antico estuario trasformato nell’Ottocento in canale industriale. Qui, la variopinta umanità che popola una delle zone di Brooklyn in più rapida trasformazione si mescola alla fauna di sottoprodotti della vita urbana che prolifera tra le rovine del lussureggiante ambiente naturale che fu. Immersi nei nostri stessi rifiuti, assistiamo impassibili alla grottesca decadenza della nostra civiltà.

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Death to the Living: Long Live Trash, Duke Riley. Foto: Brooklyn Museum

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