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domenica, Giugno 13, 2021

“La direttiva Sup considera il mare una discarica”. Le ragioni di Marco Versari, Assobioplastiche

Marco Versari, presidente di Assobioplastiche e Biorepack, racconta il punto di vista della filiera della plastiche biodegradabili e compostabili sulla direttiva SUP contro la plastica monouso e sul rischio di incorrere in una procedura di infrazione.

Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

“Lei lo sa che la buccia del cocomero è biodegradabile, giusto? Ma quando lei mangia il cocomero, poi che fa, butta la buccia per terra? O in mare se è in spiaggia? Oppure la getta nella raccolta differenziata dell’umido?”.

Marco Versari è presidente – anche se in scadenza – di Assobioplastiche, l’Associazione Italiana delle bioplastiche e dei materiali biodegradabili e compostabili, presidente di Biorepack (Consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabili, settimo consorzio di filiera Conai) e responsabile relazioni istituzionali Novamont. Insomma è il volto della filiera tricolore delle bioplastiche. Quando iniziamo questa intervista sulla direttiva europea sulle plastiche monouso (Sup) e le recentissime linee guida della Commissione che tanto scandalo hanno destato in Italia, lui esordisce così, parlandoci di cocomeri.

Leggi anche: Un coro di no alla direttiva Sup. Ma cosa si è fatto contro l’usa è getta?

Dottor Versari, la direttiva SUP è abbastanza chiara, mi pare. Ma ci sono state molte polemiche su aspetti che qualcuno pare aver scoperto solo oggi. La filiera italiana delle bioplastiche, insieme a quella del packaging in carta (i piatti monouso con film in plastica, per capirci) è tra quelle per le quali il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti parla metaforicamente di “morti e feriti” in termini di occupazione e imprese chiuse.

La direttiva è chiarissima, non c’è nulla di nuovo. Questa direttiva individua un materiale visto come il male, la plastica, e lì dentro ci comprende anche le bioplastiche, che diventano buone quando si degradano nell’ambiente. Come se l’ambiente fosse una discarica. Come se dovessimo considerare la bontà dei prodotti in base al fatto che si degradano o meno in mare.

Ma nelle recenti linee guida la Commissione spiega chiaramente che le bioplastiche sono incluse nel perimetro dei beni banditi dalla direttiva perché, cito testualmente, “attualmente, non sono disponibili standard tecnici ampiamente concordati per certificare che uno specifico prodotto plastico sia adeguatamente biodegradabile nell’ambiente marino in un breve lasso di tempo e senza causare danni all’ambiente”.

Appunto. Per la SUP la biodegradabilità serve a sopperire l’incapacità di recuperare gli imballaggi in plastica o quella ad educare i cittadini a fare il proprio lavoro di cittadini e mettere il vetro con il vetro, la plastica con la plastica, l’organico con l’organico. Io contesto questo approccio da parte della Commissione.

Eppure l’Italia, uscendo dal seminato europeo, al momento di recepire la direttiva ha aggiunto l’eccezione proprio alle bioplastiche biodegradabili. La responsabilità di questo fraintendimento è italiana, allora?

L’Italia ha una filiera delle bioplastiche e dei materiali compostabili che nasce da un provvedimento europeo, la direttiva 94/62/CE, cioè la normativa sul recupero degli imballaggi. Gli imballaggi, dice la stessa Commissione che ha firmato la direttiva SUP, si possono recuperare in forma meccanica, in forma chimica e in forma organica. L’Italia in questo è stata bravissima, siamo molto forti nella raccolta dell’umido: due terzi dell’umido raccolto in Europa si raccoglie in Italia. Abbiamo una filiera importante che funziona bene. Siamo partiti con i sacchetti, le buste della spesa, i sacchetti per l’ortofrutta, le cialde, i piatti e stoviglie delle feste di paese, poi gli imballaggi: da quella direttiva l’Italia ha sviluppato un sistema industriale legato alla raccolta della frazione organica. Ma pensare che le plastiche compostabili siano la soluzione o dell’inciviltà di chi getta i rifiuti per strada e in mare o della incapacità di raccogliere bene i rifiuti è un approccio che contrasta la storia venticinquennale delle bioplastiche, di un’industria di successo legata alla raccolta dell’umido.

Dottor Versari, mi perdoni. Lei è favorevole o contrario all’eccezione per le bioplastiche introdotta dall’Italia nel recepimento della direttiva salvamare contro i prodotti in plastica monouso?

Questo è il punto. Mai noi ci siamo presentati come la soluzione all’inquinamento. Noi grazie alla direttiva imballaggi della Commissione europea – europea, badi bene, non di Marte – abbiamo sviluppato un’industria fiorente delle plastiche biodegradabili e compostabili. Fiorente perché cresce la raccolta umido che finalmente diventerà obbligatoria in tutta Europa dal 2024.

Parlare di biodegradazione come soluzione al problema dell’inquinamento del mare è una cosa folle. Pensare che si possa abbandonare una cosa perché è biodegradabile e per ciò stesso è buona credo sia un brutto messaggio che diamo ai cittadini. Ai cittadini dobbiamo invece dire di fare bene la raccolta differenziata e premiarli quando la fanno.

Quindi il problema sta nelle libertà che l’Italia si è presa nel recepimento della direttiva?

L’Italia è molto più avanti di Bruxelles perché ha sviluppato un sistema circolare di raccolta e trattamento della frazione organica e ciò facendo ha generato l’industria dei materiali compostabili. Nel recepire la direttiva SUP l’Italia l’ha collegata alla raccolta dell’umido e non all’inquinamento. Perché devo uccidere un’industria che mi sta aiutando a fare la raccolta dell’umido?

Non rischiamo di sostituire un monouso con un altro monouso, anche se meno impattante?

Ricorda la direttiva europea sulle buste per la spesa? Il nostro Paese ha recepito quella direttiva in maniera diversa, ma il primo messaggio è stato “usa buste riciclabili”, non “sostituisci monouso in plastica con monouso in bioplastica”. Quindi oggi quando lei va al supermercato se vuole si porta il borsone riutilizzabile, sennò prende la busta monouso con su scritto in grande “compostabile”, e poi la può riutilizzare per fare la raccolta dell’umido.

Il recepimento italiano della direttiva SUP afferma prima di tutto che dove non è possibile usare materiali riutilizzabili allora si possono usare quelli compostabili. Che è esattamente quello che abbiamo fatto nel 2012 con le buste per la spesa e poi con i sacchetti per l’ortofrutta, ma come vede non è una questione di sostituzione. Noi “partecipiamo” alle ecofeste da 15 anni: dove non c’è la possibilità di lavare stoviglie riutilizzabili, che è sempre il primo messaggio da dare ai cittadini, allora usiamo materiali compostabili, perché così recuperiamo la frazione organica e facciamo compost. Questo da anni è l’approccio dell’Italia.

Le dirò di più. Nella direttiva si dice che bisogna combattere il monouso in plastica, ma se lei fa il monouso con altri materiali che magari si sciolgono in mare allora va bene. Le cannucce in plastica sono vietate, ma se lei fa la stesa cannuccia in carta o bambù, e non lo dico per criticare carta o bambù, allora ne può fare miliardi. Contesto proprio questo approccio.

Esiste il rischio di una procedura d’infrazione per essere andati contro le indicazioni europee che includono le plastiche biodegradabili nel bando della direttiva SUP?

Da Bruxelles in passato hanno avviato una procedura di infrazione sulla nostra legge sulle buste della spasa, salvo poi fare una direttiva che per molte cose ricalca la normativa italiana, tanto che oggi metà Europa ha buste compostabili. Credo che l’Italia faccia bene a fare l’Italia in questo caso. In questo caso non siamo quelli che arrivano dopo tutti gli altri e non hanno fatto i compiti. Il nostro compito lo abbiamo fatto da tempo e lo stiamo facendo benone.

La Commissione mettendo al bando i monouso in bioplastica ricorda che “attualmente, non sono disponibili standard tecnici ampiamente concordati per certificare che uno specifico prodotto plastico sia adeguatamente biodegradabile nell’ambiente marino in un breve lasso di tempo e senza causare danni all’ambiente”.

Ma il mare non è una discarica, cosa chiede la Commissione, uno standard per la biodegradazione in mare dei rifiuti? Allora facciamo uno standard di biodegradazione in mare per tutti i manufatti che troviamo in spieggia: per le bottiglie di vetro, le lattine di alluminio, il tovagliolo di carta, il pannolino. Tutto deve essere biodegradabile in mare perché evidentemente per l’Unione europea il fine vita dei prodotti è il mare.

Gli standard tecnici europei sulla biodegradabilità sono relativi al compostaggio, come è giusto che sia: riguardano cioè una filiera industriale di trattamento dei rifiuti.

Ma purtroppo tutti quei rifiuti di cui parla in mare ci finiscono, e restano lì per centinaia di anni.

Qui c’è il baco della direttiva monouso: il cittadino non c’è, l’educazione dei consumatori non c’è, la partecipazione non c’è. C’è un problema di educazione e formazione del cittadino.

Ma, forte della filiera di cui ci racconta, l’Italia dov’era quando in Europa si discuteva della direttiva?

Penso che la direttiva SUP sia quella approvata più rapidamente nella storia dell’Unione europea, in chiusura di una legislatura, la precedente. Penso anche che in molti non abbiano fatto in tempo a capire cosa stava succedendo, anche se noi lo abbiamo segnalato con chiarezza. Ma più che guardare indietro, mi piace quello che sta facendo l’Italia adesso, mettendo i puntini sulle i. E mentre altre volte ci prendono in castagna, questa volta ci stiamo muovendo con cognizione di causa perché abbiamo gli argomenti.

Probabilmente il nostro Paese non è in linea con un problema che forse è molto sentito a Bruxelles ma molto meno qui da noi, perché noi il recupero di questi manufatti lo stiamo facendo correttamente. In Italia abbiamo un consorzio, Biorepack, che sta nel sistema CONAI e che si occupa proprio di raccogliere e far trattare i manufatti compostabili nell’umido.

Le dirò di più. Noi oggi come Biorepack stiamo comunicando ai cittadini come si riconoscono le bioplastiche e dove si mettono le bioplastiche quando si fa la raccolta differenziata. Ma se Bruxelles mi costringe a scrivere “plastica” su un bicchiere in bioplastica compostabile siamo proprio in antitesi.

Parla delle norme sull’etichettatura di alcuni prodotti monouso come tazze e bicchieri per bevande?

Infatti. La direttiva SUP dice che alcuni manufatti monouso devono avere il logo della tartarughina morente con scritto “plastica”. Ma se il cittadino legge “plastica” al momento di fare la differenziata getta tutto con la plastica invece che nell’umido, e questo è un problema. L’etichettatura pensata da Bruxelles è l’etichettatura di chi non sa cosa sta succedendo in Europa.

Le indicazioni di Bruxelles mettono in difficoltà imprese e sistemi di responsabilità estesa del produttore che funzionano. Seguendo quelle indicazioni rischiamo di tornare indietro e creare un grande problema ad un sistema industriale che si sta già convertendo alla circolarità. Fa benissimo l’Italia a spiegarlo a Bruxelles che è pesantemente in ritardo.

Dottor Versari, questo di cui ci parla è lo stesso errore di migliaia di italiani mentre fanno la raccolta della plastica usando sacchetti bio o mettono l’umido in sacchetto non biodegradabili. Questo è un problema, al di là della direttiva SUP. Come si risolve? Come si fanno convivere buste diverse e sistemi di recupero diversi evitando contaminazioni che mettono in difficoltà i processi produttivi?

Facendo comunicazione. E facendo in modo che il contributo ambientale CONAI venga usato propriamente per fare questo tipo di comunicazione ai cittadini. Ma questo è un problema di comunicazione, non di materiali. Spesso si scambia una questione di comunicazione e coinvolgimento dei cittadini con un problema di materiali, che vengono poi messi alla gogna.

Sarà d’accordo però che per una persona normale che fa una vita normale coi suoi ritmi frenetici distinguere una biobusta da una busta-non-bio non è una cosa facile.

Ha ragione, e infatti l’Italia ha messo fuori legge le buste monouso non compostabili, per evitare la confusione alla fonte. E credo anche che il cittadino sia più pronto e preparato di quello che pensiamo. dobbiamo solo coinvolgerlo e farlo sentire partecipe. Anche questo è parte della circolarità.

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