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domenica, Giugno 13, 2021

Un coro di no alla direttiva Sup del 2019 sul monouso. Ma cosa si è fatto contro l’usa e getta?

Alzate di scudi dal governo, coi ministri del Mite e del Mise, dal mondo produttivo e da parte di quello ambientalista

Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

Dal prossimo 3 luglio i prodotti monouso realizzati in plastica saranno fuori legge in Europa. E questo lo sapevamo: lo prevede la direttiva 904 del 2019, la cosiddetta Sup (Single use plastics) recepita nel nostro Paese nell’aprile scorso. Ad essere vietati saranno anche i prodotti in carta rivestiti da film plastici, come piatti e bicchieri: la direttiva include infatti prodotti interamente o anche parzialmente in plastica. E anche i prodotti in plastica biodegradabile: anche questo era previsto dalla direttiva, ma il nostro Paese recependo il provvedimento europeo aveva previsto un’eccezione per le plastiche “bio”. Questi concetti sono stati ribaditi qualche giorno fa (il 31 maggio) con la pubblicazione delle linee guida per l’applicazione della direttiva vergate dalla Commissione. Pubblicazione che ha scatenato reazioni sopra le righe non solo del mondo produttivo ma anche da esponenti di primo piano del governo. E ha diviso la politica e il mondo ambientalista.

Ma andiamo per ordine.

Cosa vieta la direttiva SUP

La norma europea del 2019 vieta, appunto a partire dal 3 luglio di quest’anno, prodotti monouso “per i quali esistono sul mercato alternative convenienti senza plastica: bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, palette, bastoncini per palloncini, nonché alcuni prodotti in polistirene espanso (bicchieri e contenitori per alimenti e bevande) e tutti prodotti in plastica oxo-degradabile” (plastiche convenzionali additivate per dissolversi nel terreno per poi essere aggredite dai batteri, ndr).

Sono due le parole chiave in questo testo.

La prima è “plastica”. La direttiva spiega che “la plastica è di solito definita come un polimero cui possono essere stati aggiunti additivi”. E chiarisce che in questa definizione sono inclusi anche gli articoli “a base organica e biodegradabile, a prescindere dal fatto che siano derivati da biomassa o destinati a biodegradarsi nel tempo”. Le bioplastiche biodegradabili, insomma.

Nonostante questo, recependo la direttiva nell’aprile scorso (con la Legge di delegazione europea), il Parlamento italiano ha aperto alla plastica compostabile “certificata conforme allo standard europeo della norma UNI EN 13432 e con percentuali crescenti di materia prima rinnovabile” laddove “non sia possibile l’uso di alternative riutilizzabili ai prodotti di plastica monouso destinati ad entrare in contatto con alimenti”.

La seconda parola cui prestare particolare attenzione è “convenienti”. Gli oggetti messi al bando devono avere “alternative convenienti senza plastica”. C’è da aspettarsi che proprio questo convenienti possa essere oggetto dell’eventuale contenzioso tra l’Italia e l’Europa nel caso in cui il mancato allineamento alle linee guida del 31 maggio portasse verso una procedura d’infrazione.

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Perché le linee guida

Obiettivo delle linee guida pubblicate il 31 maggio – va sottolineato che la pubblicazione a poco più di un mese dall’entrata in vigore della normativa di certo non aiuta – è “garantire che le nuove norme siano applicate correttamente e uniformemente in tutta l’UE”.  Una questione ambientale ma anche economica: “Il recepimento armonizzato nella legislazione nazionale – leggiamo ancora nella comunicazione della Commissione – è importante per il buon funzionamento del mercato interno”.

Da evidenziare che la Commissione precisa, quasi a difendersi da accuse attese, che “le linee guida sono state sviluppate attraverso ampie consultazioni con gli Stati membri e interazioni con un’ampia gamma di parti interessate”. Il dubbio, a questo punto, è che il nostro Paese non abbia adeguatamente difeso, come già successo altre volte, le proprie scelte in Europa (sulle quali si può ovviamente discutere). Oppure che lo abbia fatto senza riuscire a convincere la Commissione e arrivando così alla resa dei conti con le linee guida.

Perché la bioplastica

Le plastiche biodegradabili sono dunque incluse, fin dal 2019, tra gli articoli vietati dalla direttiva SUP. Presentando le linee guida la Commissione lo ribadisce: “Le plastiche biodegradabili/a base biologica sono considerate plastica ai sensi della direttiva SUP”. E spiega: “Attualmente, non sono disponibili standard tecnici ampiamente concordati per certificare che uno specifico prodotto plastico sia adeguatamente biodegradabile nell’ambiente marino in un breve lasso di tempo e senza causare danni all’ambiente”.

Anche la questione degli standard tecnici, in caso si arrivasse alle carte bollate, potrebbe essere oggetto di scontro.

Siccome, però, la filiera delle plastiche bio è “un’area in rapido sviluppo, la revisione della direttiva nel 2027 includerà una valutazione del progresso scientifico e tecnico riguardante i criteri o uno standard per la biodegradabilità nell’ambiente marino applicabile ai prodotti di plastica monouso”. Forse alcune novità potrebbero arrivare già l’anno prossimo: “Nel contesto del nuovo piano d’azione per l’economia circolare, la Commissione prevede di sviluppare nel 2022 un quadro politico sull’uso della plastica biodegradabile o compostabile, basato su una valutazione delle applicazioni in cui tale uso può essere vantaggioso per l’ambiente, e della criteri per tali applicazioni”.

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Perché la carta con film plastico

La direttiva specifica esplicitamente che il suo campo di applicazione copre i prodotti monouso fatti “di plastica in tutto o in parte”. Quindi “l’inclusione di prodotti a base di carta monouso con rivestimento o rivestimento in plastica è in linea con gli obiettivi principali della direttiva”, sottolinea la Commissione. Che aggiunge: “Se questi prodotti non fossero rientrati nel campo di applicazione della direttiva, ciò avrebbe notevolmente indebolito il suo impatto sulla riduzione dei rifiuti marini e sulla promozione di un’economia più circolare, non da ultimo a causa del rischio che i bicchieri realizzati interamente in plastica fossero semplicemente sostituiti da quelli a base di carta prodotti con rivestimenti o rivestimenti in plastica, senza modificare i relativi modelli di consumo dispendioso”. Insomma, l’obiettivo della Commissione è evitare di passare da un monouso in plastica all’altro, anche se meno impattante.

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La sonora bocciatura da parte del governo

“È una direttiva assurda, per la quale va bene solo la plastica che si ricicla”: il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani boccia senza appello la norma europea che il nostro Paese ha contribuito a stilare. Norma che però, come abbiamo visto, sembra essere abbastanza chiara al di là delle recentissime linee guida. “L’Europa – prosegue – ha dato una definizione di plastica stranissima, solo quella riciclabile. Tutte le altre, anche se sono biodegradabili o sono additivate di qualcosa, non vanno bene”. Il titolare di MiTe difende la nostra filiera della bioplastica e i primati della nostra comunità scientifica che “ha una leadership a livello mondiale sullo sviluppo di materiali biodegradabili, ma in questo momento non sono utilizzabili dall’industria, perché c’è una direttiva europea nuova e assurda”. Torna il dubbio che il problema non sia la direttiva, nota e approvata, ma, almeno in parte, il recepimento italiano.

Cingolani poi punta il dito contro una apparente incoerenza: “La Ue sta finanziando grandi progetti europei per sviluppare plastiche biodegradabili. Anche a livello continentale ci sono segnali contrastanti, che vanno chiariti”.

Sulla stessa linea il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti: “La consapevolezza ambientale, progetto condivisibile e obiettivo da perseguire, non può ignorare le conseguenze di un approccio ideologico che penalizza le industrie italiane, lasciando sul terreno ‘morti e feriti’ in termini di fallimenti aziendali e disoccupazione”. Giorgetti ha sottolineato come serva “una riflessione più approfondita sulla transizione ecologica”: “Dobbiamo essere capaci di creare un sistema che permetta alle nostre aziende una transizione positiva e non inutilmente traumatica”. Nei giorni scorsi il ministro avrebbe sollevato il problema con i commissari Margrethe Vestager (Concorrenza) e Paolo Gentiloni (Economia).

Le reazioni della politica

La direttiva “rischia di colpire fortemente le aziende italiane: le imprese devono essere accompagnate verso la transizione ecologica attraverso un processo graduale e realizzabile, non a colpi di ambientalismo ideologico”, afferma il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

Di tutt’altro avviso Angelo Bonelli ed Eleonora Evi, rispettivamente coordinatore nazionale dei Verdi ed europarlamentare di Europa Verde: “Questo governo, che ha fatto della transizione ecologica uno strumento di propaganda, ha superato ogni limite mettendo in discussione una direttiva che mette al bando alcuni tipi di prodotti in plastica monouso e vietando quelli per cui già esistono alternative”. Gli adempimenti contestati dal governo, chiariscono, “erano già presenti nella direttiva adottata nel 2019 e non vi è stata alcuna forzatura”. L’invito ai due ministri è a “finanziare la conversione delle aziende di questo settore per concentrarsi su quei packaging e prodotti sostenibili e con materiale biodegradabile non coperti dalla direttiva”.

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E quelle del mondo produttivo

Il mondo produttivo si scaglia contro la direttiva. Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, accusa: “Le linee guida Ue su Direttiva SUP chiudono di fatto un intero settore industriale. Non vedo reazione decisa e coesa da politica, sindacati, imprese. Sembra non interessi il futuro dei lavoratori del settore del packaging, eccellenza italiana nel mondo!”.

Assobioplastiche, l’Associazione Italiana delle bioplastiche e dei materiali biodegradabili e compostabili, per bocca del presidente uscente Marco Versari (leggi qui l’intervista integrale a EconomiaCircolare.com) protesta: “Questa direttiva individua un materiale visto come il male, la plastica, e lì dentro comprende anche le bioplastiche, che diventano buone quando si degradano nell’ambiente. Come se l’ambiente fosse una discarica. Come se dovessimo considerare la bontà dei prodotti in base al fatto che si degradano o meno in mare”.

La direttiva divide gli ambientalisti

Se è scontata la reazione dei comparti produttivi che dall’entrata in vigore della direttiva si aspettano grossi problemi, meno scontata sono le diverse lettura all’interno del mondo ambientalista italiano.

“Già in fase di approvazione della legge di delegazione europea l’Italia ha voluto rimarcare la differenza tra bioplastica compostabile e plastica tradizionale. Auspichiamo che anche a livello europeo la messa al bando dei prodotti monouso non riguardi le plastiche compostabili”. L’auspicio è di Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, affidato a Eco dalla città: “Ciò non vuol dire non puntare sulla riduzione del monouso che deve essere il primo obiettivo della direttiva e questo Legambiente lo ha sempre ribadito. Però – continua – laddove non si possono eliminare i prodotti usa e getta, siamo convinti che la plastica compostabile possa essere assolutamente una valida alternativa. Questo elemento, che è inserito nel testo italiano ed è anche contenuto nella bozza di decreto legislativo a cui sta lavorando il MITE, purtroppo non è così presente a livello europeo nella direttiva, dove invece si rischia di mettere tutto insieme”.

Diversa la posizione di Greenpeace. Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento dell’associazione, parlando con Ilfattoquotidiano.it punta il dito contro la scelta di aprire alle plastiche biodegradabili in fase di recepimento: “Invece di aiutare l’industria a riconvertirsi ed arrivare preparata a questo momento di cambiamento, si è continuato ad approvare diverse misure per incentivare le alternative biodegradabili”. E aggiunge: “Il 40% della plastica prodotta nel mondo finisce nel monouso, che è anche la parte più difficile da riciclare, e la sostituzione di un monouso in plastica con un altro fatto di un altro materiale non è certo priva di impatto. Se vogliamo affrontare seriamente il problema della plastica è su questo concetto che dobbiamo riflettere e lavorare, come sta facendo la Germania, dove si stanno incentivando la sostituzione del monouso con alternative riutilizzabili”.

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Qualcosa si muove a Bruxelles

Dopo le polemiche, qualcosa si muove tra Roma e Bruxelles. La Commissione europea “ha un po’ allargato a alcune possibilità, ad esempio la percentuale del peso dei polimeri sui materiali biodegrabili“, ha affermato il ministro Cingolani intervenendo a Pianeta 2021, sul sito del Corriere della Sera. “È stato molto utile – ha spiegato – interloquire con il vicepresidente esecutivo Timmermans e la struttura tecnica, questo mostra come sia importante portare le opinioni non su un piano di scontro ideologico ma sul piano tecnico”.

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