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domenica, Febbraio 25, 2024

Essere umano e natura: un glossario per capire l’ecofemminismo

Trovare un vocabolario comune per l'ecofemminismo significa semplificare la molteplicità dei movimenti che accompagna questa filosofia che nasce dalle pratiche. Una riflessione sul rapporto tra essere umano e natura e i diversi sistemi in cui si inserisce

Sara Pierallini
Sara Pierallini
Studentessa di dottorato in Cittadinanza e Diritti Umani all'Università di Barcellona. Collabora con la Rivista internazionale di Filofofia "Astrolabio" della stessa università con cui ha pubblicato diversi articoli sul tema delle utopie quotidiane, resistenza e marginalità. Nell'ultimo anno ha coordinato un progetto di ricerca per la cooperativa l'Eixida del Teler, SCCL sulla cooperativizzazione di imprese mercantili nell'ambito dell'Economia Sociale e Solidaria con un taglio economico-femminista. Il suo lavoro e i suoi interessi sono connessi con il suo attivismo politico femminista nella città di Barcellona dove vive attualmente. Nel 2020, in collaborazione con la compagnia di danza "iniciativa sexual femenina", apre un'esposizione fotografica ispirata al n.1 della rivista DWF del 2011 "questo sesso che non è un sesso" dal titolo "¿Sexo libre o libertad de deseo?" (sesso libero o libertà di desiderio?) all'interno del progetto artistico "Bailar coño" (Ballare con la vulva). L'esposizione è stata ospitata dal centro di danza contemporanea "La Caldera de Barcelona" durante la "quinzena de danza metropolitana"

Il volume 4 dell’anno 2021 della rivista femminista italiana DonnaWomanFemme (DWF), intitolata Germogli, Pratiche Ecofemministe è stato pubblicato durante il periodo della pandemia. Rileggendo questa rivista di grande attualità, abbiamo potuto trovare una connessione con le forme di resistenza internazionale che ci spingono a creare nuovi mondi possibili e a dare nuove risposte.

Di seguito ripropongo alcuni passaggi di Germogli, essenziali per un aggiornamento critico delle categorie ecofemministe che possano portare a esempi di lotte creative nello spazio locale/globale.

Di cosa parliamo quando parliamo di ecofemminismo?

Per cominciare, definiamo il soggetto ecofemminista per comprendere meglio e delineare il sistema filosofico in cui ci muoveremo:

Come scrivono su DWF: “Siamo tutte natura (uomini e donne, con buona pace del pensiero patriarcale) e le dicotomie, anche stavolta, si dimostrano non solo violente, ma anche silenti e incapaci di restituire la complessità dell’esistente”.

Siamo tutte natura! Ma la natura è materia (energia), quindi potremmo dire che “siamo tutte materia”, materia vibrante che si muove e muove grazie a connessioni/relazioni con l’altra. Questa idea fa parte di un ecofemminismo neomaterialista che si basa sull’idea che la materia, compresa quella particolare parte della materia che costituisce l’incarnazione umana, è intelligente e capace di auto-organizzazione. Il neomaterialismo formula un nuovo concetto filosofico quando concepisce la materia con capacità di agire.

La materia ha la capacità di auto-trasformarsi e auto-organizzarsi, il che rompe il mito secondo cui solo gli esseri umani possono essere agenti liberi e autodeterminati e quindi rompe anche con l’idea di privilegio della specie umana sul controllo di una natura passiva, natura formata da esseri viventi e non viventi. Nasce così il concetto che Carlotta Houart nomina come giustizia multispecie. Concetto che ripropone il tema della giustizia sociale invitandoci a ripensare le relazioni tra esseri umani e non umani nei mondi che condividiamo e co-creiamo. Non è solo un concetto, ma è anche un programma per una ricerca/attivismo radicale, che legge il mondo attraverso una pluralità di fattori (ad esempio, specie, razza, genere, classe, età, abilità, essere) che si intersecano in strutture di disuguaglianza, ingiustizia e oppressione, ma anche, potenzialmente, di resistenza e resilienza. Infine, l’idea di resistenza animale proposta da Sarat Colling che enumera esempi di resistenza e ribellione multispecie nel suo libro “Animali in rivolta”.

Una volta definito il soggetto della filosofia femminista è necessario capire il suo posizionamento, il dove si trova in un senso spazio-temporale. Che mondo ha ereditato, che spazio, che epoca? Nell’articolo di Enrica Asquer e Raffaella Sarti, presente nella rivista Germogli, si risponde a questa domanda criticando il concetto di Antropocene, ossia l’idea che definisce lo spazio-tempo in cui viviamo come quella fase della storia in cui l’essere umano è diventato una forza geologica in grado di influenzare la vita su tutto il pianeta.

Come scrivono Asquer e Sarti “ad essere silenziata dalla narrativa dell’Antropocene è, di nuovo, la presenza nel tempo di conflitti e di attori e attrici sociali che hanno proposto (e messo in pratica) una visione alternativa ai modelli di sviluppo dominante”.

L’Antropocene mette di nuovo al centro l’essere umano e lo fa rendendo invisibile il fatto che il problema non è l’esistenza della materia umana, bensì il paradigma socio-economico in cui vive e che riproduce, lo stesso sistema gerarchico che fa pagare le crisi sistemiche (ambientali, della cura, socio-economiche, ecc.) a tutti quei soggetti umani non normativi e non umani. Infatti, come afferma Barca, il riscaldamento globale è la manifestazione più evidente della diseguaglianza sociale ed economica su scala globale. Quindi, è essenziale posizionarsi nello spazio-tempo che viviamo perché definendolo possiamo incontrare e costruire utopie concrete alternative a quella neoliberale e capitalista.

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Ecofemminismo, un vocabolario comune

Quali sono i termini che meglio, attraverso l’ecofemminismo, descrivono il nostro spazio tempo? Gli ecofemminismi sono molteplici e tutti connessi, trovare un vocabolario comune significa, in parte, semplificare la molteplicità dei movimenti che accompagna questa filosofia che nasce dalle pratiche. Quindi, esponiamo alcuni concetti su cui possiamo trovare un consenso generale grazie alla loro diffusione dentro delle reti ecofemministe:

  • Sistema capitalista neoliberale. Sistema che si fonda sulla proprietà privata. Originariamente la proprietà era un diritto fondato sul lavoro della persona, e sulla conseguente appropriazione del prodotto di questo lavoro. In un secondo momento, la proprietà privata diventa diritto di chi possiede i mezzi di produzione, i quali si appropriano del plusvalore, ossia del tempo di lavoro non ancora retribuito della classe lavoratrice. Per risignificare la proprietà privata è necessaria una (ri)appropriazione dei mezzi di produzione e dello spazio-tempo di vita oggi dedicati e costruiti per soddisfare le esigenze di questo sistema.
  • Sistema (neo)coloniale. Il termine si riferisce ad alcune pratiche messe in atto dalle istituzioni “globali-occidentali”. Mi riferisco, in particolare, a quegli interventi che si fanno in nome del “mantenimento della pace”, gli “interventi umanitari” che rappresentano, nel contemporaneo, il nuovo volto del colonialismo. Questo colonialismo cerca il controllo delle risorse più che la conquista di territori. Ovviamente, il sistema coloniale attuale é indissolubilmente connesso con il sistema economico dominante neoliberale. Infatti i processi che determinano il suo realizzarsi sono simili (se non gli stessi) del neoliberalismo, come la mercificazione e la privatizzazione della terra e gli sfratti forzati delle popolazioni contadine; la conversione delle diverse forme di proprietà (comune, collettiva, stato) nei diritti esclusivi di proprietà privata; la soppressione del diritto ai beni comuni; la mercificazione della forza lavoro e soppressione di forme alternative di produzione e consumo; la monetizzazione degli scambi e delle tasse; la tratta degli schiavi e l’usura; il debito nazionale e, infine, il sistema creditizio.
  • Sistema estrattivista. L’estrattivismo inizia con la mentalità dello sfruttamento, e quindi con il linguaggio e le parole che usiamo per giustificare questo processo. Secondo questa teoria, non solo si estraggono “risorse naturali”, ma anche “risorse umane” in quanto ci troviamo costrette a estrarre valore dalla nostra forza lavoro, mentre gli animali non umani diventano riserve di proteine. La logica dell’estrattivismo, come dice Willow è la mentalità del mondo industriale e postindustriale (neo)coloniale.
  • Sistema etero-patriarcale. Per spiegare questo concetto, prima di tutto, è importante vedere come dentro gli ecofemminismi il corpo sia centrale nel discorso e nelle pratiche. Infatti molte vedono nel corpo dei soggetti altri da quello maschile, bianco e sano, il primo luogo di oppressione, basato sulla proprietà privata che la legge del padre (di famiglia, Stato-nazione, impero) impone su questo. È importante infatti comprendere l’espropriazione coloniale (dei corpi e delle terre) relazionandola con la dimensione patriarcale, ossia una dimensione di complesse connessioni patriarcali provenienti da molteplici matrici storiche e culturali differenti, che affermano la loro gerarchia su individui marginali e emarginati e sul “mondo naturale” più in generale.

L’idea della famiglia, infine, prescrive, per la riproduzione biologica e il funzionamento della riproduzione capitalista della forza lavoro, l’eterosessualità, naturalizzandola. Alcune studiose attiviste ecofemministe (Espinosa Miñoso, Gómez Correal Ochoa Muñoz) vedono l’eterosessualità come strutturale alla costruzione coloniale/moderna delle relazioni di genere e come un prodotto costruito miticamente. L’eterosessualità diventa così obbligatoria. In questo senso, il capitalismo eurocentrico globale è eterosessuale.

Questo piccolo vocabolario ci serve per comprendere l’ecofemminismo come un sistema di lotte convergenti:

Greta Gaard, una delle figure più influenti dell’ecofemminismo contemporaneo, – ricordano Asquer e Sarti – ha sottolineato perciò acutamente come la base di partenza dell’ecofemminismo sia una prospettiva squisitamente intersezionale che lega insieme l’oppressione della natura con l’oppressione di genere, classe, razza, sessualità, abilità e specie. Siamo dunque oltre il binarismo di genere e dentro un ecofemminismo interspecista e queer”.

Per concludere, soffermiamoci sul carattere collettivo e plurale delle lotte ecofemministe:

“La prospettiva ecofemminista – dice De jeannon – non è singolare, ma plurale”. 

L’importanza delle teorie ecofemministe sta esattamente nella non individualità, in una resistenza multiforme e multispecie, sta in un pensiero in lotta per la coltivazione di fantasia e speranza, tese a promuovere in ogni momento l’auto-organizzazione comunitaria, l’autodeterminazione della collettività liberamente organizzate e la possibilità di recuperare, in molteplici e vari modi, la capacità di produrre e riprodurre socialmente la vita in base ai nostri obiettivi, ai nostri desideri e ai nostri reali bisogni. Come soggetti ecofemministi, siamo ovunque e ovunque resistiamo, facciamo dell’impossibile la realtà che viviamo perché i nostri desideri dissidenti, fatti di materia vibrante, possano essere il futuro di domani.

Leggi anche: Cosa c’entrano le questioni di genere con la crisi climatica?

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