Sono cresciuto con il mito dei pirati – e sono sicuro di non essere il solo. Una delle cose che da ragazzino mi colpivano di più era quell’idea del mare come un luogo dove poteva avvenire di tutto, un posto dove potevi addirittura sfuggire a ogni legge. Sicuramente uno scenario affascinante. Una verità romanzata? Non del tutto.
Possiamo dire che questa immagine del mare come uno spazio così vasto da inghiottire leggi e controlli sia purtroppo vera. E non per sognatori di libertà, ma per un’industria sempre più in crescita e sempre più dannosa: la pesca intensiva.
La pesca, soprattutto quella industriale, è una di quelle attività umane che oggi sembrano quasi immuni ai quadri normativi. O comunque un’attività che riesce sempre a farla franca.
Sempre più inchieste giornalistiche stanno dimostrando come ci troviamo di fronte a un settore fuori controllo. Abbiamo già parlato di come diffidare delle etichette di pesca sostenibile e ora un nuovo report ci permette di tornare a parlare della criticità della pesca industriale, con un particolare legame con l’Unione Europea. Per capire meglio l’impatto della pesca intensiva parleremo di due specie precise, cioè i calamari e gli squali.
La pesca al calamaro: il nuovo e preoccupante report dell’EJF
L’Environmental Justice Foundation (EJF) ha da poco pubblicato un report che mostra come la pesca al calamaro sia diventata uno dei settori meno regolamentati e più critici dell’intero mercato ittico nel mondo. Questo lavoro, risultato di ben cinque anni di complesse ricerche e oltre 430 interviste che hanno coinvolto gli equipaggi di quasi 250 navi da pesca a lungo raggio, delinea un quadro estremamente preoccupante.
L’indagine ha analizzato tre grandi aree oceaniche, l’Oceano Indiano Nord-Occidentale, l’Atlantico Sud-Occidentale e il Pacifico Sud-Orientale, da cui arriva circa il 60% dell’intera offerta mondiale di calamari. Il problema è che le flotte che operano qui agisco al di fuori di qualsiasi controllo effettivo o quadro normativo internazionale.
Oltre il 60% delle navi cinesi, il paese con più flotte operative, monitorate dal report è risultato coinvolto nello shark finning, cioè lo spinnamento illegale degli squali (ne parleremo bene dopo nell’articolo). Con un tasso di incidenza di ben 7 volte superiore a quello della flotta coreana.
Oltre la metà delle navi cinesi ha compiuto catture intenzionali o ferimenti di fauna marina protetta, e il 18% ha pescato in zone del tutto non autorizzate.
Oltre i numeri, credo che sia molto più forte leggere una testimonianza di un pescatore filippino, imbarcato su una lampara cinese nell’Oceano Indiano. Ha raccontato come una tartaruga marina, rimasta accidentalmente impigliata, sia stata ferita e usata come esca viva su ordine del comandante: “È rimasta lì per quasi tre mesi, gravemente ferita. Ma attirava tantissimi calamari e pesci, abbiamo fatto un’ottima cattura“.

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Il trasbordo in mare è un sistema per farla franca
Il report ci rivela anche come queste flotte riescono ad eludere le regole, attraverso il trasbordo in mare. Attraverso questo meccanismo, confermato dal 97% dei marittimi intervistati, le navi non lasciano mai il mare, perché il pescato viene trasferito direttamente in alto mare a gigantesche navi cargo refrigerate. Qui avviene il “lavaggio” del pesce. In pratica, gli animali catturati illegalmente o distruggendo l’ecosistema si mescolano fisicamente a quello a norma, rendendo impossibile tracciarne la reale provenienza. Da qui il prodotto lavorato, aggirando di fatto le ispezioni biologiche e doganali dei porti, entra nei canali della grande distribuzione, arrivando dritto nei banchi frigo dei nostri supermercati.
Tra l’altro questa pratica permette alle navi di prolungare le campagne di pesca all’infinito, superando spesso l’anno consecutivo di navigazione senza effettuare alcuno scalo portuale. E questo tra l’altro ha un impatto anche su chi lavora su queste barche. Più i viaggi si allungano senza rientri in porto, più la mancanza di controlli fa impennare la violenza fisica, le dinamiche di lavoro forzato e la distruzione ambientale.
Perché i calamari?
Una delle prime cose che ho pensato leggendo il report è stata “beh, parliamo di calamari”. Forse un pregiudizio, forse il fatto che sono animali con cui è più difficile empatizzare, però non riuscivo a capire il perché di tutta questa attenzione. La risposta però risiede in un fatto ancora più grave. La pesca ai calamari è passata dall’essere una “pesca accessoria” a rappresentare il vero e proprio cardine delle attività di pesca di tutto il mondo. E a spiegarci perché è lo studio “World Squid Fisheries”. Questo dimostra che abbiamo svuotato gli oceani dai pesci pescati tradizionalmente e le flotte di pesca hanno dovuto spostare la loro voracità su questi animali.
La pesca industriale ai calamari è però un punto di non ritorno, perché questa specie ha un ruolo fondamentale negli equilibri degli ecosistemi marini. Occupano infatti una posizione intermedia tra le specie marine – mangiano voracemente piccoli crostacei e pesci e a loro volta trasferiscono rapidamente questa energia verso i grandi predatori apicali, che li predano a loro volta. In particolare la specie Illex argentinus costituisce una risorsa nella pratica insostituibile per oltre 32 specie di grandi predatori, tra cui il pesce spada, il tonno obeso e lo squalo mako. Se la pesca intensiva li preleva in modo eccessivo, di fatto sta togliendo il cibo di bocca a intere popolazioni di pesci e mammiferi marini, spingendo gli ecosistemi verso il collasso.
Inoltre i calamari hanno una funzione importantissima, definita “pompa biologica attiva”. Attraverso il fenomeno della migrazione verticale giornaliera, milioni di questi animali si nutrono negli strati superficiali dell’acqua durante la notte e scendono a profondità superiori ai 500-1000 metri durante il giorno per sfuggire ai predatori. Facendo questo, trasportano carbonio organico negli strati profondi. E questa migrazione permette di portare nutrienti essenziali (come ferro, zinco e manganese) verso aree oceaniche altrimenti povere. E togliere i calamari significa quindi ridurre la resilienza climatica dell’intero ambiente acquatico e quindi del pianeta stesso.
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Le pinne degli squali
Un altro simbolo dell’impatto della pesca intensiva sono gli squali. Dal 1970 a oggi, le popolazioni globali di squali e razze oceaniche hanno subito un declino del 71%, causato da un incremento di 18 volte della pressione di pesca in alto mare. Un aumento che ha alzato il rischio di estinzione per oltre tre quarti delle specie oceaniche.
Forse questo dato ci colpisce, perché di fatto per noi lo squalo non è la prima specie che ci viene in mente quando pensiamo ad animali acquatici commestibili. Ma in realtà una pratica molto diffusa nel mondo è il taglio delle pinne – la shark finning – degli squali a bordo delle navi, e il rigetto del corpo ancora vivo in mare. Ovviamente, questo causa enormi sofferenze e lunghe agonie agli animali, che spesso muoiono lentamente.
Le pinne di squalo vengono usate per cucinare una zuppa con un forte carattere simbolico, servita durante i banchetti nuziali, i festeggiamenti per il Capodanno cinese o le cene d’affari più importanti per dimostrare ricchezza, prestigio e rispetto. Di fatto le pinne sono solo cartilagine praticamente insapore, ma ha ormai un ruolo tradizionale fortissimo. Che viene pagato a caro prezzo, con cifre davvero astronomiche.
Oltre alla crudeltà di questa pratica, la pesca degli squali per lo spinnamento causa importanti impatti ecologici. Come ha dimostrato un recente studio pubblicato su Marine Science, esiste un legame tra la presenza di questi animali e la tutela dei cosiddetti ecosistemi del “Carbonio Blu” (come le praterie di alghe marine, le mangrovie e le paludi salmastre).
La loro presenza impedisce infatti ad animali come tartarughe e dugonghi di stazionare e sovrapascolare continuamente nelle stesse zone. Se gli squali vengono rimossi, gli erbivori distruggono intere praterie di alghe marine. E questo è un danno, perché le praterie di alghe e le mangrovie sono tra i più potenti sequestratori di carbonio del pianeta, capaci di stoccarlo fino a dieci volte più velocemente delle foreste tropicali. Distruggerle vorrebbe dire rilasciare nuovamente CO2, facendo aumentare ancora di più la crisi climatica.

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Tentativi di fermare lo spinnamento degli squali
Sullo spinnamento degli squali l’Unione europea ha tentato di mettere un freno con una legge, che obbligava a commerciale le pinne solo se attaccate al corpo dello squalo pescato. Così, obbligando i pescatori a occupare spazio nella stiva con l’intero animale, la speranza è che questo dovrebbe scoraggiare lo spinnamento. Peccato che non abbia funzionato, come ha dimostrato un studio su Science. Anzi: la mortalità globale degli squali è addirittura aumentata, passando da circa 76 milioni di individui all’anno nel 2012 a circa 80 milioni nel 2019.
Le cose assurde non finiscono qui. Perché nonostante l’Unione Europea abbia messo al bando la pratica dello spinnamento a bordo delle proprie navi fin dal 2003, oggi è uno dei principali esportatori e punto di transito al mondo per le pinne di squalo destinate ai mercati. L’UE copre circa il 45% delle importazioni complessive di prodotti correlati alle pinne all’interno di tre hub commerciali asiatici di riferimento: Hong Kong, Singapore e Taiwan.
Infatti secondo Eurostat nel 2024 si è registrato un picco storico di 3.100 tonnellate di pinne esportate dall’UE per un valore di oltre 65 milioni di euro, registrando solo una parziale riduzione nel 2025 (2.700 tonnellate per 44,8 milioni di euro) a causa dell’irrigidimento dei controlli CITES.
Tutto questo è inaccettabile. E per questo una coalizione di organizzazioni aveva promosso una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), “Stop Finning – Stop the Trade”, con la quale si chiedeva di rendere illegale l’importazione, l’esportazione e il transito sul suolo dell’UE di pinne di squalo che siano staccate dal corpo. L’iniziativa è stata un successo, ha raccolto oltre 1 milioni di firme ed è arrivata nelle stanze del potere.
Da lì, purtroppo, tutto si è bloccato: e per questo l’organizzazione promotrice dell’ICE è stata depositata una formale denuncia presso il Mediatore Europeo contro la Commissione europea per cattiva amministrazione.
Speriamo che questo porti a qualcosa di positivo, un primo passo che vada nella direzione di un cambio della regolamentazione delle pratiche più problematiche della pesca intensiva.
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