Da bambino i miei genitori mi raccontavano sempre del loro viaggio tra i fiordi norvegesi, che non ho mai visitato personalmente. Sarà probabilmente per i loro racconti che i fiordi hanno sempre avuto grande fascino nel mio immaginario. Scoprire ora che questi luoghi incredibili sono inquinati per colpa degli allevamenti di salmoni, come qui sotto vi racconterò, mi ha davvero fatto riflettere su quanto poca si conosca l’impatto di questa industria.
Passeggiando per i reparti frigo dei supermercati vediamo le confezioni di “salmone norvegese”, alcune proprio con immagini evocative dei fiordi, e tutto questo crea un’idea di un prodotto selvatico, quasi naturale e idilliaco. La realtà è molto diversa.
Degli impatti negativi degli allevamenti intensivi di pesci ne abbiamo già parlato, vi lascio qui un approfondimento. Stanno però succedendo diverse cose negli allevamenti di salmoni in giro per l’Europa che meritano un’attenzione particolare.
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Allevamenti di salmoni che inquinano i fiordi norvegesi
L’allarme dell’inquinamento dei fiordi è stato lanciato da un nuovo report del Sunstone Institute, un ente di ricerca che si occupa di analisi dei dati ambientali. I numeri sono molto preoccupanti e identificano l’industria dell’allevamento del salmone norvegese, la più grande al mondo, come la responsabile.
Iniziamo dal capire come questi allevamenti inquinano. Gli animali vivono in enormi gabbie cilindriche di rete immerse nell’acqua, che ne permettono il costante passaggio. Tutto ciò che viene prodotto dai milioni di pesci ammassati, quindi dai pellet di mangime in eccesso alle feci, fino all’urina, viene disperso dalle correnti direttamente nel fiordo. Questa massa organica si chiama “fish sludge” (fango di pesce). E nei fiordi questi sistema è ancora più impattante perché, essendo bacini d’acqua semi chiusi, hanno un ricambio d’acqua minore rispetto al mare (dove di solito sono questi allevamenti) e ciò favorisce l’accumulo delle sostanze.
L’analisi del report, basata su dati ufficiali della Direzione nazionale della pesca norvegese, rivela che solo nel 2025 gli allevamenti hanno riversato in mare 75 mila tonnellate di azoto e 13 mila tonnellate di fosforo: parliamo di un carico che equivale alle acque reflue non trattate di una nazione grande come l’Australia, ovvero tra i 17 e i 30 milioni di persone.
Durante i mesi estivi la situazione peggiora, perché i rifiuti fanno sviluppare fioriture di alghe che consumano l’ossigeno presente nell’acqua. La mancanza di ossigeno colpisce duramente la fauna marina, che quindi può anche soffocare. Nel Sognefjord, il fiordo più lungo del paese, l’attività degli allevamenti è responsabile di circa i due terzi della drastica riduzione di ossigeno registrata negli ultimi anni. Addirittura, secondo alcuni esperti indipendenti, questa stima sarebbe addirittura “conservativa”.
Nonostante ciò il consumo di mangimi (e quindi la produzione di rifiuti) è aumentato del 14,6% in sei anni in Norvegia. Questo indica che, senza una moratoria o un cambio di produzione, l’impatto è destinato solo a peggiorare.
Qualcosa sembra si stia muovendo però. Nel secondo fiordo più lungo della Norvegia, l’Hardangerfjord, i livelli di ossigeno nelle acque profonde sono in calo costante. Per questo motivo, a marzo 2026, le autorità hanno respinto nove domande per l’apertura di nuovi allevamenti. È un segnale importante: per la prima volta l’inquinamento creato dai nutrienti dei pesci è stata la causa formale del rifiuto di nuove concessioni, superando le logiche di profitto dell’industria.

Il più grande allevamento di salmoni nel Regno Unito
Ci spostiamo ora in Scozia. Anche questo è uno dei principali luoghi dove gli allevamenti di salmoni hanno modificato radicalmente l’ambiente marino. Nelle isole Shetland è appena stato approvato il progetto del più grande allevamento di salmoni nel Regno Unito (“Fish Holm”). Secondo i documenti avrà ben 12 gabbie con una circonferenza di 160 metri ognuna, che possono allevare fino a 6 mila tonnellate di salmone.
Un progetto estremamente criticato, anche perché le isole Shetland sono già un hub di produzione di salmone allevato: circa un quinto di tutto il salmone scozzese viene da qui – parliamo di 38 mila tonnellate.
Questo modello non calpesta solo il benessere animale, ma sta lacerando il tessuto sociale delle isole. I pescatori locali denunciano un tradimento da parte delle istituzioni, perché il nuovo impianto sorgerà sopra storici banchi di capesante, distruggendo la piccola pesca artigianale per favorire i profitti dei colossi mondiali (in questo caso, norvegesi). La situazione è molto critica, anche perché alcuni parlamentari scozzesi, storicamente vicini al settore ittico, hanno chiesto una moratoria immediata, così da fermare l’espansione degli allevamenti.
Ci sono poi inquietanti dati che provengono da questi allevamenti scozzesi. Nel 2024 il tasso di mortalità dei salmoni allevati in Scozia è arrivato a circa il 40%, il livello più basso dagli anni ottanta. Tradotto, quasi quattro salmoni su dieci muoiono prima di arrivare alla macellazione. Nell’ottobre dello stesso anno oltre 250 mila salmoni sono morti in un solo mese a causa delle acque troppo calde e per l’invasione delle meduse.
Per capire la portata del dato scozzese, diamo due altri numeri. Negli allevamenti norvegesi, la mortalità si aggira intorno al 14-16%. Invece, facciamo un paragone con gli allevamenti intensivi terrestri, dove la mortalità è un problema costante. In Italia la mortalità dei polli allevati per la produzione di carne si attesta tra il 3 e il 5%. Un tasso di decessi vicino al 40%, come quello registrato in Scozia, sarebbe considerato un’emergenza straordinaria.
E nonostante tutto questo, l’industria continua a spingere sulla produzione, cercando di comprare anche l’opinione pubblica, attraverso donazioni a scuole e squadre di calcio. La produzione scozzese di salmone è infatti cresciuta del 23% negli ultimi sei anni, raggiungendo nel 2024 circa 192 mila tonnellate e sono in corso nuove richieste per l’apertura di altri impianti e l’espansione di alcuni di quelli già esistenti.

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Una mobilitazione mai vista prima per cambiare le leggi degli allevamenti di salmoni: il caso islandese
Anche in Islanda l’industria dell’allevamento di salmone è cresciuta in modo notevole negli ultimi anni. Dal 2016 infatti la produzione è cresciuta a un tasso annuo del 35%, arrivando a produrre oltre 40 mila tonnellate di salmone atlantico nei fiordi, a cui si aggiungono circa 3 mila tonnellate allevate a terra. Secondo alcune stime la produzione potrebbe arrivare a pesare il 6% del PIL islandese nel giro di pochi anni, trasformando radicalmente l’economia delle comunità costiere con la promessa di infrastrutture e posti di lavoro ben retribuiti.
Una crescita che ha già mostrato alcuni problemi. Tra il 2022 e il 2023 è arrivata la prima grande epidemia di anemia infettiva nei fiordi orientali. Oltre alla mortalità c’è il tema ambientale: in Islanda, come in Norvegia, molte delle gabbie sono posizionate sui fiordi e i problemi ambientali sono quindi gli stessi di cui abbiamo già parlato.
C’è poi un altro problema, che prima non ho menzionato. Non è un’eccezione che alcuni salmoni allevati riescano a scappare dalle reti, andando in libertà. Ma i salmoni allevati sono di una specie diversa rispetto ai salmoni selvatici, in quanto sono incrociati artificialmente per essere più produttivi. E quando un salmone allevato fugge e riesce ad accoppiarsi con uno selvatico, impoverisce il patrimonio genetico delle specie libere, mettendone a repentaglio la sopravvivenza.
Nonostante questo, il governo islandese ha recentemente presentato un disegno di legge sull’acquacoltura che permetterebbe un’ulteriore, massiccia espansione delle gabbie a rete aperta, ignorando tutti i rischi ambientali di cui abbiamo parlato. Le accuse che arrivano a questa legge è di essere stata fatto sotto la pressione delle lobby di questa industria.
Ed è qui che è successo qualcosa di davvero interessante. A differenza che in Italia, In Islanda i disegni di legge vengono sottoposti a una fase di consultazione pubblica online dove chiunque può presentare osservazioni o critiche. Normalmente, un disegno di legge riceve poche decine di commenti. Durante la fase di consultazione sul testo sugli allevamenti di salmoni sono stati inviati circa 3.500 commenti di protesta, di cui 900 da parte di cittadini islandesi e ben 2.300 provenienti dalla comunità internazionale. Un numero di commenti che costituisce un record nella storia del Paese. E da dove sono arrivati questi commenti internazionali? Da una mobilitazione organizzata da diverse ONG locali, a cui si è anche aggiunto il brand Patagonia che ha supportato attivamente la campagna attraverso i suoi canali.
“La partecipazione pubblica ha senso solo se i governi sono disposti ad ascoltare e ad agire”, ha dichiarato Nina Hajhikanian, Direttore Generale di Patagonia EMEA.
La richiesta che viene fatta è di bloccare l’espansione delle reti aperte nei fiordi e imporre piuttosto una transizione rapida verso sistemi di allevamento completamente chiusi, gli unici capaci di isolare la produzione intensiva dal mare aperto. Il motivo per cui non vengono fatti è che i costi di apertura sono molto più alti.
Certo, questa soluzione proposta ignora alcune criticità degli allevamenti in vasca – le condizioni degli animali non è di certo migliore, senza considera che l’allevamento di salmoni rimane comunque inefficiente nell’uso delle risorse, consumando un’enorme quantità di pesci. Molti dei pesci allevati negli allevamenti infatti si nutrono di pellet fatti con pesci pescati. E il cambio non è favorevoli. Per esempio, per portare un salmone da allevamento al suo peso di macellazione c’è bisogno della biomassa equivalente a 120 acciughe. In generale, come riporta un report dell’Aquatic Life Institute negli allevamenti intensivi di pesce si usa circa 1,5 kg di pesce selvatico per produrre 1 kg di salmone (quindi 2,5 kg di pesce totale). Inoltre terremoti e intrusioni di magma costituiscono un problema – in un caso hanno anche squarciato le enormi vasche in cemento, provocando la perdita di 80 tonnellate di pesce e continui blackout elettrici.
A prescindere da questo è confortante vedere come la mobilitazione avvenuta in Islanda abbia smosso le acque. Infatti il Ministro dell’Alimentazione, dell’Agricoltura e della Pesca islandese ha rilasciato una dichiarazione ufficiale, ammettendo che il livello di attenzione globale sul futuro dei fiordi islandesi non poteva più essere ignorato, aprendo di fatto la strada a una richiesta di forte revisione del testo. Staremo ora a vedere cosa succederà.

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