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venerdì, Novembre 27, 2020

Google e le altre, l’insostenibile pesantezza dei dati

Big Data e internet delle cose: la rivoluzione digitale che stiamo vivendo può aiutarci nella sfida verso la circolarità. Ma il mondo dei cloud è anche un luogo fisico fatto di data center che generano più di 10 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici all'anno

Alessia Accili
Alessia Accili
Alessia Accili è Projects and Innovation Specialist in Erion: supporta le attività di ricerca sui temi dell’innovazione tecnologica, come quello del riciclo della plastica, e sui temi dell’innovazione di sistema, con lo studio per esempio di nuovi modelli di business che mettano in pratica i principi dell’Economia Circolare. Alessia ha conseguito la laurea specialistica in Energie Rinnovabili presso l’Università Politecnica della Catalogna e il KTH di Stoccolma; la laurea triennale in Ingegneria Energetica presso il Politecnico di Torino e quella in Scienze della Comunicazione presso l’Università di Bologna.

In principio, circa 35.000 anni fa, spostarsi era semplice: gli umani facevano fagotto dei loro pochi averi, qualche arma in legno, utensili in selce, scampoli di pelle, e partivano alla scoperta di nuovi territori. Poi è arrivata l’agricoltura, con i suoi tempi, le sue regole e soprattutto con i suoi indispensabili strumenti. Abbiamo iniziato ad accumulare sempre più cose e ci siamo legati a doppio filo a dei luoghi chiamati “casa”.  Spazi da riempire con nuovi strumenti, apparecchi, dispositivi. E possibilmente con un parcheggio nelle vicinanze dove poter mettere la nostra automobile.

La tendenza ad accumulare oggetti è stata per millenni inarrestabile. Questo era vero almeno fino a pochi anni fa. Vi ricordate la stanza di un adolescente durante gli ultimi anni ’90? Pile di cd malfermi, floppy disk ben etichettati, qualche musicassetta sopravvissuta, VHS, calzini sporchi, enciclopedia per ragazzi in bella mostra in libreria, album pieni di foto delle prime gite scolastiche, rubriche per i numeri di telefono e poster dei Nirvana alle pareti. E oggi, cosa rimane di tutto questo? Di cosa sono ingombre le nostre scrivanie? Poco. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è spesso concentrato nello spazio ridottissimo di un laptop o quello ancora più piccolo di uno smartphone.

Il mondo che abitiamo si dematerializza giorno dopo giorno: il presente è fatto di connessioni, di piattaforme di condivisione, di scambio e di servizi. Così come non abbiamo più bisogno di riempire le nostre case di cose, così non abbiamo più bisogno di possedere un’auto: basta sottoscrivere un abbonamento di car sharing per muoverci in città. Questo cambiamento non sarebbe mai potuto avvenire senza una vera e propria rivoluzione digitale.

La rivoluzione digitale

Secondo il rapporto Intelligent Assets: Unlocking the circular economy potential, pubblicato dalla Fondazione Ellen MacArthur nel 2016, è proprio la digitalizzazione che ci guiderà nella transizione verso l’economia circolare.  Lo studio parla di asset intelligenti facendo riferimento  a tutti quei dispositivi e tecnologie (ad esempio i sensori) che permettono agli oggetti di comunicare informazioni sull’ambiente circostante, stabilendo connessioni tra produttori, utilizzatori e le macchine stesse. L’accelerazione che la digitalizzazione imprime all’economia circolare agisce su tutte le fasi del ciclo di vita di un prodotto. Solo per fare alcuni semplici esempi di circolarità intelligente: attraverso un monitoraggio da remoto, riesco a sapere quando una bicicletta viene lasciata a riposo e posso proporne l’uso a un altro cliente; sapendo quanto un elettrodomestico viene utilizzato, posso prevedere con esattezza quando avrà bisogno di manutenzione e dare suggerimenti all’utente. Sapendo le abitudini di consumo e uso dei prodotti, posso migliorarne il design e la progettazione; sapendo dove un rifiuto è generato e di quali materiali è composto esattamente, posso ottimizzare sia la logistica inversa sia il recupero di potenziali materie prime seconde o componenti ancora valorizzabili. Un esempio difficile ora: la blockchain come strumento per garantire che tutti gli attori che operano lungo la catena di valore di un prodotto, dalla produzione al riciclo, agiscano in modo corretto, trasparente e coordino le proprie attività con quelle di chi viene dopo nella filiera.

Enrico Giovanni, ex Ministro del lavoro e delle politiche sociali e fondatore dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, nel suo libro L’utopia sostenibile, parla di “economia digicircolare, cioè simultaneamente digitale e circolare”. Spiega Giovannini “i due aspetti, infatti, sono strettamente collegati anche grazie allo sviluppo dell’Internet of Things, che consente di connettere macchine ed oggetti, seguendoli nell’intero ciclo di vita”.

Anche l’economia digicircolare quindi non segue più le leggi della domanda e dell’offerta legate alla disponibilità di beni, bensì a quelle determinate dalla possibilità di accesso ai dati. Tanti dati. Se questi fossero visibili, ne saremmo circondati: le nostre case, le strade, i supermercati, sarebbero pieni di scie di informazioni che in ogni momento escono dalle nostre tasche e si tuffano nel mare di bit nel quale siamo immersi.

Il peso dei Big Data

Il cloud non è immateriale”, è chiara al riguardo la responsabile della sostenibilità di Google Kate E. Brand nel suo Ted Talks dal titolo Un mondo senza rifiuti. Questo non significa altro che i dati si possono vedere davvero. La gestione e la lettura dei Big Data richiedono infatti imponenti infrastrutture informatiche, con altrettanto imponenti impatti ambientali. I numeri forniti nel 2019 dal progetto di ricerca CEDaCI (acronimo per Circular Economy for the Data Center Industry), nato con l’obiettivo di aumentare la sostenibilità del settore industriale dei data centre, parlano da soli: il numero di data centre (tra grandi e piccoli), nel mondo nel 2015 ha raggiunto 8,6 milioni, pari a una superficie di 180 milioni di m2, di cui 10 milioni di m2 in Europa (pari a 60,000 data centres). Sembra che abbiamo ancora bisogno di spazio quindi per fare ordine tra tutte le nostre cose.

Questo tipo di apparecchiature, che devono garantire un’operatività continua (7 giorni su 7 e 24 ore su 24) ha di conseguenza vita breve: mentre componenti come le batterie si sostituiscono in media ogni 10 anni e i sistemi di monitoraggio sopravvivono fino a 20 anni, i server veri e propri devono essere sostituiti ogni 1-5 anni. Non è finita qui: i materiali utilizzati per rendere questi dispositivi funzionanti sono metalli comuni (acciaio, rame, alluminio, ottone e zinco), diversi polimeri, ma anche 10 materiali (buona notizia: in peso rappresentano solo lo 0,2% del totale) tra cui il cobalto, il platino e le terre rare, a alcuni minerali che provengono da zone di conflitto, il tantalo ne è un esempio. I data centre generano annualmente una quantità di rifiuti elettronici pari a 11.8 milioni di tonnellate all’anno. Oggi, di questi solo il 15% viene correttamente raccolta e riciclata globalmente, il numero sale al 34% se si guarda la sola Europa; ma uno scarso 10% dei materiali critici riesce ad essere recuperata. 50 miliardi di dispositivi sempre connessi si vedono eccome.

Sulle spalle dei giganti

L’elefante nella stanza: Google. Il colosso della raccolta ed elaborazione dati ha ben 15 data centers in giro per il mondo che utilizzano apparecchiature caratterizzate da una potenza di calcolo sempre crescente e che sono definiti da Google stessa “il vero cuore pulsante dell’era digitale. Ecco come, grazie al supporto delle linee guida elaborate dalla fondazione Ellen Mac Arthur, sta mettendo in pratica alcune scelte di circolarità. E se alcune scelte possono sembrare poco innovative, ricordiamoci che, anche quando fa piccoli passi, se l’elefante si muove la terra trema.

Con l’obiettivo di allungare la vita utile dei dispositivi, Google segue un piano di manutenzione continua; nel 2016, il 22% delle riparazioni portate a termine è stata effettuata con componentistica ricondizionata, mentre il 36% dei server installati era rigenerato. Un server arrivato a fine vita viene cioè disassemblato nei suoi componenti (scheda madre, CPU, dischi rigidi, etc…) che, dopo una la fase di ispezione e la rimozione dei dati, vengono utilizzati per la realizzazione di nuove macchine o rivenduti sul mercato secondario (oltre 2,1 milioni di unità sono state rivendute in tutto il mondo nel 2016).

Quello che non è ricondizionato, rigenerato o rivenduto viene mandato a partner specializzati nel trattamento e riciclo di rifiuti elettronici. Ma su come vengono recuperati i materiali critici al loro interno, processo ancora non pienamente maturo, non vengono forniti dettagli aggiuntivi.

Ce lo chiede l’Europa

Tutti gli altri devono prendere esempio, ce lo ha chiesto lo scorso 11 marzo l’Unione Europea pubblicando il nuovo Circular Economy Action Plan. La strategia europea mira a raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica del vecchio continente entro il 2050. Per vivere in una Europa più pulita e più competitiva, la Commissione da una parte ritiene sia indispensabile sfruttare il potenziale della trasformazione digitale, dall’altra individua quello dei prodotti elettronici e dell’ICT come un settore chiave per fronteggiare le sfida della sostenibilità. Nel futuro immaginato dal piano d’azione ci sono prodotti più duraturi: attraverso l’implementazione di direttive di ecodesign anche per laptop, tablet e smartphone; tramite l’attuazione del diritto alla riparazione; con l’adozione di un caricabatterie universale e il miglioramento dei sistemi per la restituzione dei dispositivi a fine vita; con la revisione delle regole relative all’utilizzo di sostanze pericolose. Ma soprattutto c’è la promessa di rafforzare le politiche a supporto della prevenzione della generazione dei rifiuti, di promuovere un mercato europeo attivo delle materie prime seconde e di vigilare con nuovi meccanismi sull’esportazione incontrollata dei rifiuti. Sostenibilità così come declinata nel piano significa, tra le altre cose, migliorare la durabilità, il riuso e la riparabilità dei prodotti, aumentare l’uso di materiali riciclati, supportare i processi di riciclo di qualità e le attività di rigenerazione.

Cosa ne pensano gli addetti ai lavori? Astrid Whynne, manager della sostenibilità di Techbuyer, specialista globale nella compra-vendita e rigenerazione dei data centers e dei loro componenti, sembra soddisfatta delle scelte europee: “Il piano rappresenta significativi passi avanti verso l’aumento della capacità di riparazione e aggiornamento dei software obsoleti per gli hardware di apparecchiature IT. Questo consentirà alle apparecchiature di durare più a lungo e aiuterà a ridurre l’impronta ecologica e l’estrazione di risorse dovuta alla produzione e all’uso di queste tecnologie. Il Circular Economy Action Plan aiuterà le organizzazioni come la mia ad acquistare l’hardware IT dei data center ormai superflui, rimuovere i dati, ripristinare le apparecchiature alle condizioni di fabbrica e fornire parti di ricambio arrivate al loro secondo ciclo di vita e macchine rigenerate a nuovi acquirenti nel settore dei data center. Tuttavia, ci aspettiamo che il piano dell’Unione Europea faccia molto di più. Iniziative come questa portano la sostenibilità sui tavoli di discussione del mondo degli d’affari…che è esattamente dove dovrebbe essere”.

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