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sabato, Aprile 13, 2024

Nella prima net-war i giornalisti si sono messi l’elmetto

Schierarsi con gli ucraini di fronte all’aggressione russa è politicamente corretto, quindi una informazione a senso unico non viene contestata o contrastata. E se qualcuno osa sollevare qualche critica su questo modo di fare informazione viene messo a tacere con l’accusa di «putiniano».

Giuliana Sgrena
Giuliana Sgrena
Giornalista, scrittrice, politica italiana, scrive per 'il manifesto' e altre testate. È stata inviata di guerra in diversi conflitti, dalla Somalia all’Afganistan, e si è occupata della condizione della donna nei contesti islamici. Per la sua attività è stata insignita del titolo di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Nel conflitto in corso in Ucraina l’informazione è diventata uno strumento di guerra. E in questo contesto la propaganda di guerra da parte ucraina diventa l’unica fonte di una informazione che paradossalmente dovrebbe essere favorita dalle tecnologie più avanzate e invece ne diventa dipendente, dominata com’è dagli algoritmi che ti bersagliano di notizie e di opinioni che vanno in un’unica direzione. Le immagini riprese con smartphone dagli ucraini inondano la rete in tempo reale precedendo i servizi dei giornalisti sul campo, così l’informazione si trasforma in logistica militare invece di raccontare la guerra. In quella che è la prima net-war i ruoli sono sovvertiti: i giornalisti si sono messi l’elmetto e sono diventati tutti, o quasi, embedded forse senza nemmeno rendersene conto. Del resto, si tratta di una nuova leva di giornalisti, spesso free lance, formatisi in un contesto diverso da tutti i conflitti del passato, dove i protagonisti dello scontro erano, e ancora lo sono, diversi in base all’appartenenza religiosa, etnica e/o tribale e dove cercare notizie è diventato estremamente pericoloso e impossibile (inopportuno?) schierarsi con una parte in causa. In Ucraina è diverso e schierarsi con gli ucraini di fronte all’aggressione russa è politicamente corretto, quindi una informazione a senso unico non viene contestata o contrastata. E se qualcuno osa sollevare qualche critica su questo modo di fare informazione viene messo a tacere con l’accusa di «putiniano».

In Ucraina si combatte per “difendere la democrazia”?

La guerra in Ucraina, tuttavia, non è combattuta esclusivamente con tecnologia sofisticata, si tratta di quella guerra «ibrida» teorizzata dal generale Gerasimov, capo di stato maggiore russo, nominato da Putin comandante «dell’operazione speciale» in Ucraina a metà gennaio. Una guerra «ibrida» con caratteristiche da un lato «novecentesche» per schieramenti di carri armati, missili, etc. dall’altra con i droni guidati anche da ragazzini che con i loro strumenti riescono a dare indicazioni sugli obiettivi da colpire. Sebbene si tratti di due eserciti che si combattono con armi convenzionali, le caratteristiche dei due fronti sono diverse: una formazione tradizionale quella russa affiancata dai mercenari della brigata Wagner, dall’altro una resistenza cui partecipa gran parte della popolazione, con forme e organizzazioni diverse rispetto a forze armate tradizionali. Tuttavia, le immagini che giungono dall’Ucraina testimoniano di una società «militarizzata» o forse meglio «arruolata» che all’unisono richiede armi per combattere fino alla vittoria. Sappiamo che anche in Ucraina ci sono non violenti contrari alla guerra, disertori che cercano di fuggire e a volte ci riescono, ma non hanno voce. I giornalisti e l’opinione pubblica, non solo in Ucraina, sono bersagliati dall’attività mediatica irrefrenabile e instancabile di Zelensky. La popolarità goduta dal presidente ucraino nell’opinione pubblica internazionale ha favorito senza dubbio un sostegno ai governi impegnati in forniture di ingenti quantitativi di armi sempre più sofisticate, tanto da rendere sempre più evidente il legame tra chi fornisce le armi e chi le usa, sintetizzato nell’affermazione che l’Ucraina sta combattendo per «difendere la democrazia».

Una forzatura, una superficialità o una mistificazione? L’Ucraina ha il diritto di difendere la propria libertà e indipendenza e in questo deve essere sostenuta, ma quello ucraino non può essere il modello di democrazia da difendere. Certo lo stato di guerra non permette valutazioni sul sistema politico ucraino, ma assumerlo come modello non fa anche questo parte della propaganda di guerra?

Un modello facilmente contrapponibile a quello della Russia. Sul fronte russo ci appare un Putin isolato, una Russia che si esprime solo con messaggi ufficiali, che fa uso di una propaganda tradizionale dominata dall’aggressività di chi ha scatenato una guerra invadendo un paese e minaccia l’uso del nucleare. In Russia ci sono pacifisti, dissidenti, ma anche questi non hanno voce sui media occidentali, perché sotto attacco è tutta la Russia, tutto quello che è russo (cultura compresa) e questa ostilità generalizzata alla fine fa il gioco di Putin che pretende di avere il controllo di tutto il paese. Paradossalmente, quindi, anche la propaganda russa condiziona l’informazione che non dà spazio all’opposizione alla guerra e a Putin sia all’interno della Russia che tra i russi fuggiti all’estero.

Il modo di raccontare la guerra

Tornando alla net-war anche in Russia ci sono gli adepti delle tecnologie più sofisticate con hacker in grado si sabotare reti di comunicazione importanti anche nel mondo occidentale. E questo sembra essere stato finora l’uso privilegiato. Ma non si possono escludere incursioni verso diversi obiettivi in futuro.

Il fatto che in Ucraina il software in grado di indirizzare droni verso gli obiettivi da colpire possa essere utilizzato da chiunque, abbiamo visto giovanissimi alle prese con questi strumenti quasi fosse un gioco, rappresenta sicuramente un grande vantaggio; tuttavia, questi sistemi non sono garantiti contro possibili incursioni di hacker, che potrebbero interferire nei comandi. Finora non è successo ma sono rischi da non escludere.

La diffusione così capillare di tecnologie strumento di guerra e di comunicazione non interferisce solo nell’informazione e nel mestiere di reporter ma rende sempre più labile il confine tra intelligence e giornalismo. Del resto, la ricerca di notizie accomuna le due attività, anche se per obiettivi diversi, soprattutto nei teatri di guerra. È capitato spesso di individuare tra gruppi di giornalisti personaggi dal comportamento ambiguo, ci sono anche giornalisti con legami diretti con servizi di intelligence evidentemente per uno scambio di informazioni, facilitato dalla diffusione dell’embedding. Non solo, è capitato a giornalisti che si sono trovati in situazioni difficili, me compresa, di essere accusati di spionaggio. Ora la differenza si accorcia e a scapito dell’indipendenza dell’informazione.

Cos’è cambiato nel modo di raccontare la guerra? Non sono certo una novità i giornalisti che seguono gli eserciti, ma è cambiato il modo. Per limitarci ai tempi recenti, negli anni 70 i giornalisti che hanno seguito la guerra in Vietnam, raccontando gli orrori dei bombardamenti al napalm, hanno cambiato l’opinione pubblica, soprattutto statunitense, che si è mobilitata contro. Dopo questa esperienza gli Stati uniti hanno cercato di evitare che i giornalisti diventassero testimoni degli effetti provocati da bombardamenti e attacchi. Nella prima guerra del Golfo (1991), i giornalisti che si trovavano in Iraq sono stati evacuati, solo Peter Arnett della Cnn e Stefano Chiarini del Manifesto sono riusciti a rimanere a Baghdad e a documentare l’effetto dei bombardamenti. I giornalisti che invece seguivano le operazioni militari aeree della coalizione bivaccavano in hotel nell’area del Golfo in attesa dei resoconti militari sull’attività dei cacciabombardieri che non rendevano mai conto né delle distruzioni né delle vittime. Erano i tempi in cui si parlava di armi intelligenti, che non si sarebbero in realtà dimostrate tali. Nella seconda guerra del Golfo non sarebbe stata più possibile l’evacuazione delle centinaia di giornalisti presenti a Baghdad. I tentativi delle ambasciate occidentali di indurre i giornalisti a partire ci sono stati, agitando lo spauracchio delle armi di distruzione di massa che Saddam avrebbe usato. Questo era stato anche il pretesto per scatenare la guerra anche se gli osservatori dell’Aiea (Agenzia internazionale dell’energia atomica) non avevano trovato riscontri. Per arginare l’informazione fuori controllo gli Usa hanno per l’occasione istituzionalizzato i giornalisti embedded, che sono arrivati a Baghdad al seguito dell’esercito con le stesse divise color cachi. Per seguire l’esercito (non solo quello Usa) occorre un addestramento, essere dichiarati idonei e sottoscrivere un contratto che impegna a non diffondere notizie strategiche, ovvero sottostare a una censura. Una modalità che viene proposta come sicura in luoghi di conflitto particolarmente pericolosi ma che non è una garanzia perché durante l’occupazione dell’Iraq diversi giornalisti embedded sono stati uccisi.

Questa opportunità però viene colta per inviare giornalisti in luoghi molto pericolosi, dove, per non correre pericoli, vengono tenuti dentro la base militare e sono i soldati a fornire loro le immagini del paese e soprattutto dell’operato delle nostre truppe che, si dice, siano ben accolte ovunque. Se non avessimo visitato le zone dove erano presenti i militari italiani avremmo anche potuto crederci.

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