mercoledì, Ottobre 21, 2020

L’arte del riciclo, cento storie che fanno economia

Economia Circolare
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Redazione EconomiaCircolare.com

[di Alessandra De Santis e Marica Di Pierri su Il Manifesto del 14.12.2017]

Alternative. Si chiama “Economia circolare” e il suo principio è quello di capovolgere il concetto di consumo usa e getta. Nel progetto Atlantide le realtà che lo praticano: dall’edilizia al tessile, dal settore agroalimentare ai casalinghi, dai mercati alla mobilità

È possibile fare economia tutelando l’ambiente, rispettando i diritti e valorizzando i territori? La risposta è sì. A raccontarcelo sono le oltre cento storie d’impresa raccolte, ad oggi, sull’Atlante Italiano dell’Economia Circolare; una piattaforma web gratuita pensata per orientare i consumi in modo etico e sostenibile e per dare visibilità a chi, coraggiosamente, ha scelto di prendere la strada più impervia, quella che per fare profitti non scarica comodamente i costi sui lavoratori e sull’ambiente.

L’ATLANTE È UNO DEGLI STRUMENTI di sensibilizzazione costruiti dal progetto Storie di Economia Circolare, promosso dal Cdca – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali e da Ecodom, il più grande consorzio italiano impegnato nel recupero dei Raee, rifiuti elettrici ed elettronici. Le realtà censite dall’Atlante hanno risposto all’appello compilando un dettagliato questionario, elaborato dal comitato scientifico composto, tra gli altri, dai ricercatori di Poliedra, Consorzio di ricerca del Politecnico di Milano e dagli economisti ambientali della Fondazione
Ecosistemi. L’obiettivo? Individuare criteri precisi, che tenessero conto delle ricadute sociali della produzione, per evitare di dar credito e visibilità alle tante storie di green washing di cui il marketing italiano è pieno. 
Le realtà raccontate sono collocate per Regione e inserite in uno dei tredici settori economici individuati; si va dall’edilizia al tessile, dall’agroalimentare ai casalinghi, dai mercati alla mobilità. In questo modo, è possibile navigare cercando realtà interessanti per ciascun settore vicino alla propria residenza. Di seguito alcune delle esperienze mappate.

 

COSTRUIRE, SECONDO NATURA

Bag Beyond Architecture Group è uno studio di progettazione sostenibile nato nel 2009 dalla passione di un giovane architetto di Padova, Paolo Robazza. Utilizzando materiali naturali, a chilometro zero e da recupero, paglia e legno di scarto o isolanti ottenuti con il riciclo di materiali, lo studio sperimenta tecnologie innovative e sostenibili accostandole a tecniche tradizionali per soluzioni che consentono un elevato risparmio energetico e benessere dell’abitare. BAG ha costruito la prima casa in paglia all’interno di un contesto urbano, nel quartiere del Quadraro a Roma. Durante i lavori nei propri cantieri, organizza workshop internazionali attraverso i quali è possibile partecipare, imparando, ai lavori di costruzione. Il cantiere si trasforma così da spazio privato a
momento di condivisione e apprendimento, Oltre alla progettazione per enti pubblici e privati, Bag è impegnato in attività ad alto valore sociale. Dopo il sisma in Abruzzo del 2009 ha progettato Eva, l’ecovillaggio autocostruito di Pescomaggiore, in provincia dell’Aquila, offrendo una soluzione antisismica e a basso impatto ambientale agli abitanti che hanno scelto di restare. Attualmente affianca lassociazione Baobab Experience nella costruzione di docce ecologiche per il centro di permanenza temporanea di richiedenti asilo a Roma.

 

L’AZIENDA-ECOSISTEMA, A ZERO EMISSIONI

Fattoria della Piana è un esempio di eccellenza nel panorama agroalimentare italiano. La cooperativa si trova in Calabria ed è attiva dal 1996 nel settore caseario tramite raccolta, trasformazione e commercializzazione del latte proveniente dagli allevamenti di 110 aziende, con il primato regionale della produzione di pecorino. L’attività inizia dai circa 250 ettari di terreno coltivati e si estende su una superficie ristrutturata di oltre 1.000 mq, dove ricette di caseificazione secolari convivono con nuove tecnologie.
Dal 2008 la fattoria è un ecosistema autosufficiente che ha abbandonato i combustibili fossili grazie alla centrale di produzione di biogas. Il letame e il liquame delle stalle dei soci – prima smaltiti a pagamento – e il siero residuo vengono avviati a un processo di fermentazione anaerobica. Se ne ricava energia elettrica che approvvigiona 2.680 famiglie ed energia termica impiegata dal caseificio e nel riscaldamento dei locali aziendali, mentre i resti della fermentazione diventano concime organico per i foraggi da allevamento. La comunità che lavora presso la fattoria è una famiglia che parla molte lingue, oltre all’italiano. La felice cooperazione di lavoratori locali e di professionisti,
tecnici e addetti provenienti da Santo Domingo, Senegal, India contribuisce a rendere luniverso Fattoria della Piana un caleidoscopio di buone pratiche sia ambientali che sociali.

 

ZAINI E BORSELLI PIENI DI RISPETTO

Economia circolare vuol dire donare seconda vita alla materia. Ma anche donare seconde opportunità alle persone. Refugee ScArt – L’arte dei rifugiati è un progetto umanitario della Fondazione Spiral Onlus nato nel 2011 con il patrocinio dell’Unhcr a sostegno dei rifugiati arrivati in Italia in cerca di protezione internazionale. In un laboratorio artigianale allestito ad hoc un gruppo di quindici rifugiati realizza oggetti fatti interamente con materiali di scarto. In sei anni, l’Arte dei Rifugiati ha trasformato quindici tonnellate di plastica romana in pochette, zaini, astucci, borse, portafogli, agende, copertine per libri, tovagliette, cartelline colorate e allegre che sorprendono per
la cura della loro esecuzione e l’originalità estetica.
Alcuni prodotti vengono realizzati utilizzando materiali di scarto provenienti anche dal museo Maxxi di Roma che aderisce al progetto vendendo la linea Refugee Scart nel proprio bookshop e usando le creazioni dei sarti della plastica come borse di cortesia per i visitatori. 
Un’esperienza che dà nuova vita non solo ai rifiuti ma anche agli artigiani coinvolti nel progetto: l’intero ricavato delle vendite torna ai rifugiati, generando micro-reddito in attesa di un’opportunità lavorativa stabile.

 

PULIRE LA CASA RIPULENDO IL PIANETA

Chi l’ha detto che i prodotti per la pulizia sono necessariamente velenosi per l’ambiente? Non è così, basta saper scegliere. Csc Made in Italy è una azienda cooperativa che produce da mezzo secolo strumenti per la pulizia della casa. Nel 2009 la ricerca di linee di produzione a basso impatto ha permesso a Csc di lanciare sul mercato i prodotti Remake: scope, spazzoloni, spazzole bucato e piatti, mollette e set auto realizzati completamente con materiali post-consumo.
Nulla, nei prodotti Remake, proviene da filiere estrattive: le parti in plastica sono prodotte con polietilene riciclato dai brick, come il Tetra Pak, mentre i filati provengono dal riciclo delle bottiglie in Pet. Tutti i prodotti sono scomponibili per favorirne il futuro riciclo. Gli imballaggi sono in cartone riciclato e riciclabile. I residui plastici provenienti dalle lavorazioni sono raccolti e riutilizzati. Per un’autosufficienza energetica completa, l’azienda ha installato un impianto fotovoltaico sui tetti dei propri siti produttivi, riducendo drasticamente le emissioni di CO2. Una solida filiera locale, l’assunzione di collaboratori provenienti da cooperative sociali e i progetti per l’integrazione dei cittadini di paesi terzi sono ulteriori elementi che aggregano valore sociale alla storia di un’azienda storica che ha scelto di guardare al futuro.

 

IL VINTAGE CHE FA BENE ALLE PERSONE

In molti amano comprare vestiti nei mercatini dell’usato. Ma scegliere alcuni di essi, oltre a evitare lo smaltimento di grandi quantità di rifiuti tessili e lutilizzo di materia e energia per la produzione di nuovi capi, fa del bene anche ad intere comunità umane. Humana People to People Italia Onlus è uno di questi. Società cooperativa nata nel 1998 per raccogliere fondi destinati a progetti di sviluppo e solidarietà mediante la raccolta e il recupero di indumenti usati, Humana aggiunge ulteriore valore alla sua attività, offrendo supporto e strumenti in zone impoverite dei Sud del mondo. Tolti i costi operativi, l’intero ricavato dei punti vendita, oltre 1,4 milioni di euro nel 2016, viene utilizzato per interventi di cooperazione internazionale in più settori, tra cui istruzione, tutela della salute, aiuto all’infanzia e sicurezza alimentare.
Humana oggi raccoglie e recupera oltre 20.000 tonnellate d’indumenti usati e rifiuti tessili grazie a 5.000 contenitori stradali posizionati in circa 1.200 comuni italiani. Di quei capi, il 70% è destinato al riutilizzo, sia attraverso una rete di negozi di moda vintage e second hand presenti a Milano, Torino e Roma, sia mediante l’invio di vestiti in Africa, mentre il 25% è destinato a riciclo e recupero. Una scelta di stile che è anche una scelta di campo.

 

GLI SCARTI DI FRUTTA CHE DIVENTANO CARTA

E se a colazione poteste farvi una spremuta e poi scrivere i vostri appunti sugli scarti dell’arancia? Inizia così il racconto radiofonico che snocciola la storia della Cartiera Favini, nata nel 1736 e impegnata dagli anni 90 nella ricerca di materie prime alternative alla cellulosa di albero e nell’uso creativo di materiali di scarto per la produzione di carta, ecopelle e abbigliamento tecnico-sportivo.
Residui e sottoprodotti di scarso valore derivanti da altre filiere vengono rivalorizzati come materia prima nobile e impiegati per la produzione di nuova carta, invece di essere conferiti in discarica o destinati all’incenerimento. C’è la Shiro Alga Carta, ricavata dalle alghe infestanti che mettono a rischio il fragile ecosistema della Laguna di Venezia; c’è Crush, la gamma di carta realizzata con sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali mandorle, nocciole, agrumi, caffè, mais, kiwi, lavanda, ciliegia, uva e olive e poi c’è Remake, composta al 30% da cellulosa di riciclo post consumo
certificata FSC e al 25% da fibra derivante dagli scarti di lavorazione del cuoio italiano. L’esperienza di Favini, che da decenni progetta e realizza carta di alto valore per la stampa e imballaggi per i prodotti realizzati da importanti gruppi internazionali del settore della moda e del design, dimostra che l’economia circolare è una prospettiva a portata anche della grande industria. Basta volerlo.

 

RIGENERARE CONTRO L’INFORMATICA USA E GETTA

La Società Cooperativa Reware è un’impresa sociale romana specializzata da dieci anni nel campo della riparazione e rigenerazione delle apparecchiature informatiche dismesse dalle aziende. Reware intercetta i computer prima che diventino prematuramente rifiuti, li disassembla e testa le componenti per ricostruire macchine ancora funzionanti. Nel solo 2015 ne ha rigenerate quasi 6 tonnellate. Valorizzare i beni elettronici attraverso processi di riutilizzo consente ai computer di passare da una media di quattro anni di vita ad otto, dimezzando l’impatto ambientale imputabile ai rifiuti generati. Anche gli scarti di lavorazione vengono separati con cura e venduti ad aziende specializzate nella trasformazione delle componenti elettroniche in materia prima seconda. I lavoratori della cooperativa collaborano inoltre da anni con attori del terzo settore partecipando a progetti di cooperazione in Africa, realizzando workshop internazionali per aspiranti operatori del settore, organizzando corsi agli operatori del sociale della Provincia di Roma e seminari per migranti, nelle scuole e nel carcere minorile di Casal Del Marmo.

 

Vestiti griffati dagli scarti d’agrumi

[di Alessandra De Santis e Marica Di Pierri su Il Manifesto del 14.12.2017]

La storia. “Orange fiber” nasce dall’idea rivoluzinaria di due giovani imprenditrici catanesi: trasformare i rifiuti in tessuti di qualità 

Due innovatrici siciliane con una idea brillante: rivoluzionare il mondo della moda in chiave sostenibile. Orange Fiber è la prima realtà imprenditoriale ad aver brevettato un tessuto di alta qualità partendo dagli scarti della lavorazione delle arance: un prodotto di eccellenza, e di successo, che contribuisce al contempo a risolvere un’emergenza ambientale del territorio.
Gli agrumi sono infatti una delle le colture più diffuse sul territorio siciliano, destinata soprattutto all’industria dei succhi di frutta. Ma il pastazzo, sottoprodotto della trasformazione agrumicola, è uno scarto da smaltire con costi elevati sia per la filiera che per l’ambiente. Un problema ingombrante, calcolando che in Italia ogni anno se ne producono circa un milione di tonnellate, di cui 340 mila solo in Sicilia.
Lo sa bene Adriana Santanocito, cresciuta a Catania, quando nel 2011, durante i suoi studi in Fashion Design e materiali innovativi a Milano, si presenta al laboratorio di Chimica dei Materiali del Politecnico con un’idea: ricavare un filato ecosostenibile a partire dal pastazzo.
L’intuizione piace anche alla sua coinquilina Enrica Arena, catanese esperta di Marketing e Comunicazione. Insieme decidono di costituire una società per dare vita a un’idea che ha tutte le carte in regola per sfondare. Quella tessile è infatti la seconda industria più inquinante dopo quella del petrolio e la necessità di prodotti a basso impatto ambientale è in crescita. Un anno dopo viene sviluppato il processo innovativo che consente di trasformare la cellulosa ricavata dalle bucce e dal bianco degli agrumi in una fibra tessile simile alla seta, capace di rispondere al bisogno di sostenibilità dei fashion brand e dell’alta moda.
Il brand, depositato nel 2014, oggi ha un suo impianto di produzione e realizza stoffe di alta qualità. Nel 2016, dopo la vittoria del Global Change Award, i tessuti vengono notati dalla celebre maison di moda Salvatore Ferragamo. Da questo incontro tra innovazione, moda e creatività italiana, nasce la Ferragamo Orange Fiber Collection, la prima linea di vestiti dalle fibre degli agrumi, lanciata in esclusiva proprio nel 2017.

 

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