giovedì, Maggio 6, 2021

Sport e circolarità: come allungare la vita di un evento sportivo

Anche il mondo dello sport ha cominciato a ragionare in un’ottica di economia circolare, riducendo l’impatto ambientale delle proprie attività. Le iniziative virtuose si moltiplicano, anche se lo sport più popolare (e ricco) nel nostro Paese, il calcio, deve ancora imparare a fare squadra

Antonio Carnevale
Antonio Carnevale
Nato a Roma, giornalista pubblicista dal 2012, autore radiofonico ed esperto di comunicazione e new media. Appassionato di sport, in particolare tennis e calcio, ama la musica, il cinema e le nuove tecnologie. Da qui nasce il suo impegno su StartupItalia! e Wired Italia, dove negli anni - spaziando tra startup, web, social network, piattaforme di intrattenimento digitale, robotica, nuove forme di mobilità, fintech ed economia circolare - si è occupato di analizzare i cambiamenti che le nuove tecnologie stanno portando nella nostra società e nella vita di tutti i giorni.

Sapete quanto inquina una partita di calcio?

Secondo uno studio condotto dagli scienziati dell’Universita di Cardiff, in Galles, ogni partita di pallone “consuma” all’incirca un ipotetico pezzo di terra di tremila ettari.

Per calcolarlo, gli studiosi hanno preso in considerazione la quantità di foresta necessaria per assorbire l’anidride carbonica prodotta e quella di terreno utile per produrre le risorse alimentari ed energetiche consumate. La partita presa in esame è stata la finale della Coppa d’Inghilterra del 2004, svoltasi al Millennium Stadium di Cardiff.

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Diamo un’occhiata ai dati

Per definire l’impronta ecologica di un evento sportivo bisogna considerare tutte le attività che avvengono sia dentro ma anche fuori dallo stadio, dall’erogazione di bibite al check dei biglietti, passando dal riscaldamento e l’illuminazione.

Secondo lo studio degli scienziati gallesi, che hanno analizzato tutte le risorse utilizzate dai 73mila spettatori presenti quel giorno allo stadio, le attività più dispendiose per l’ambiente sono proprio i mezzi di trasporto adoperati dai tifosi per arrivare a destinazione. In secondo luogo, gli oltre 36mila snack consumati durante il match, tra sandwich, patatine e hamburger e le 370mila pinte di birra. Le 59 tonnellate di rifiuti generati invece, hanno avuto un impatto meno rilevante, impattando solo per l’equivalente di un modesto campetto di 146 ettari.

Studi più recenti però, portati avanti anche nel nostro Paese, forniscono un quadro finanche peggiore sul livello di inquinamento dell’intero sistema calcio. E impongono alle società calcistiche di correre ai ripari.

Lo sport – e in questo caso il calcio, da sempre il più popolare nel vecchio Continente – comincia a muovere i primi passi nella direzione di un approccio circolare. Nella valutazione delle candidature per l’organizzazione di eventi sportivi dell’Uefa, ad esempio, già da qualche anno vigono dei criteri di sostenibilità per favorire la messa in atto di eventi con il più basso impatto ambientale possibile.

Purtroppo però questi criteri non sembrano esser vincolanti: per gli scorsi Mondiali femminili, ad esempio, l’Italia era stato l’unico paese a proporre un Mondiale a impatto zero ma la Uefa ha comunque deciso di premiare la candidatura della Francia.

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Gli impianti sportivi generano una montagna di rifiuti

I numeri però, non mentono. La Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa si è occupata di indagare i processi di smaltimento dei rifiuti e di utilizzo energetico dei maggiori impianti sportivi europei.

Scoprendo che uno stadio della massima serie può consumare fino a 8 milioni di chilowattora di elettricità (l’equivalente dell’uso energetico di 2500 famiglie) e 100mila metri cubi di acqua. Inoltre, genera fino a 6,81 kg di rifiuti per spettatore, per un totale di circa 750 mila tonnellate di rifiuti a fine stagione. Quando si parla di sprechi alimentari poi, basti considerare gli oltre 1500 pasti serviti all’interno dello stadio durante una partita.

In Italia, la società italiana Juventus F.C., insieme alla stessa Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha sottoscritto un’azione congiunta per contribuire alla diffusione delle buone pratiche di gestione ambientale degli eventi sportivi, con particolare riferimento alle partite di calcio. Non a caso, lo Juventus Stadium è considerato uno degli impianti più avanzati sotto questo aspetto.

Insieme hanno contribuito alla stesura delle linee guida del progetto europeo Life Tackle, diffuse dalla Uefa per incentivare una migliore gestione ambientale negli stadi. Saranno sperimentate in dieci stadi nel vecchio continente in occasione dei Campionati Europei di calcio, in partenza l’11 giugno prossimo a Roma.

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Idee di architettura sportiva circolare

Nell’architettura sportiva sono stati fatti passi avanti importanti negli ultimi anni, con la comparsa di soluzioni tecnologiche sempre più specifiche per il risparmio energetico e l’efficienza dei consumi, anche in merito alle abitudini dei tifosi.

Ormai tutti gli stadi di nuova costruzione sono dotati di sistemi di riciclo e riuso dell’acqua, di produzione energetica mediante pannelli fotovoltaici e di illuminazione led a basso consumo. Se guardiamo oltremanica, ad esempio, la Premier League inglese è già molto più avanti di noi.

Per valutare il livello di sostenibilità dei club inglesi, Sport Positive Summit, in collaborazione con BBC Sport, ha condotto uno studio, utilizzando diversi criteri per classificare le attività delle squadre, che vanno dall’efficienza energetica all’uso di energia pulita, dalla quantità di plastica usata alla gestione dei rifiuti. Ci sono poi il riuso idrico, l’offerta di menu vegani e/o soluzioni simili, l’eventuale ricorso alla mobilità sostenibile e il coinvolgimento dei tifosi tramite una comunicazione mirata.

A ogni club veniva assegnato 1 punto per ogni ambito sul quale erano già state messe in pratica iniziative specifiche e 0,5 punti per quelli sui quali c’era soltanto una previsione di intervento.

Tra i club più virtuosi, il West Ham (7,5 punti su 8) si appoggia a servizi di smaltimento che permettono di riciclare tutti i rifiuti in alluminio, plastica, legno, cartone, vetro e carta, mentre il Liverpool ha eliminato la plastica da qualunque confezione di cibo e bevande servite allo stadio.

Il Chelsea, invece, opera il 100% di raccolta differenziata sia nello stadio di Stamford Bridge che al proprio centro d’allenamento. L’Arsenal infine, ha installato degli accumulatori energetici all’interno dell’Emirates Stadium, che permettono di operare per un’intera partita solo con energia autoprodotta.

Insomma, gli stadi moderni non possono essere soltanto dei semplici stadi. A Taiwan, Toyo Ito ha ideato e realizzato un impianto sportivo – il Kaohsiung World Stadium – in grado di raggiungere la piena efficienza energetica in soli sei minuti grazie a un tetto ricoperto di ben 8844 pannelli solari, capaci di alimentare tutti gli impianti di illuminazione e gli apparecchi elettronici dello stadio. Completamente autosufficiente, lo stadio – che ha la forma di un fiume che si alimenta da sé – è anche una centrale energetica che, quando non viene utilizzato, alimenta con l’energia accumulata l’80% del quartiere intorno allo stadio.

L’attenzione è riposta anche sui materiali costruttivi, totalmente riciclabili. Il Kaohsiung World Stadium genera più di un milione di KWh all’anno e, a parità di capienza con un altro stadio di 50mila posti, permette di risparmiare 600 tonnellate di anidride carbonica.

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Gli stadi del futuro non saranno semplici stadi

L’esempio del Kaohsiung World Stadium rende evidente che la vera domanda da porsi oggi, in un’ottica di economia circolare, dovrebbe essere: come possiamo “riutilizzare” le strutture sportive quando non vengono utilizzate per fare sport? Possiamo davvero permetterci degli impianti che vivono solo novanta minuti ogni due settimane?

Ricordiamoci cosa è successo nel nostro Paese con gli stadi realizzati per i mondiali di Italia ‘90, ma anche per gli ultimi eventi internazionali come le Olimpiadi di Rio o i Mondiali di nuoto a Roma. Miliardi di euro spesi per impianti che sono rimasti pressoché inutilizzati e giacciono ora abbandonati.

Per rispondere a questa esigenza, sta radicalmente cambiando la logica progettuale dietro la costruzione degli stadi. Da strutture “chiuse”, utilizzate solo poche ore alla settimana, ora si sta progressivamente assistendo a un’inversione di tendenza, per andare incontro a un futuro fatto di flessibilità e modelli smontabili, in tutto o in parte. A partire dalle tribune, che iniziano ad essere costruite per essere adattabili a qualunque tipo di evento.

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I primi esempi ci sono già: il Singapore National Stadium è stato progettato dallo studio DP Architects e dalla società Arup con una tribuna flessibile, in grado di modificare morfologia nell’arco di tre minuti. La movimentazione delle tribune è certamente una soluzione utile per incrementare la capacità resiliente dello stadio, adattando lo spazio interno per ospitare nel modo più efficiente possibile eventi di vario genere.

E si potrebbe utilizzare la stessa tecnologia per movimentare il campo da gioco, per esempio facendo in modo che, all’interno di uno stesso stadio, oltre al calcio si possa tenere un incontro di pugilato o un match di pallavolo.

È quello che sta facendo il famoso studio Zaha Hadid con il nuovo stadio che ospiterà le finali dei mondiali 2022 in Qatar. L’impianto potrà contenere fino a 40mila spettatori e sarà completamente smontabile, per essere spostato e modulato come capienza in base all’esigenza. Alla fine dei campionati mondiali lo stadio verrà smontato e donato a Paesi in via di sviluppo o ad aree in difficoltà del Qatar, per creare nuove infrastrutture utili.

Altri esempi di circolarità nello sport

Non solo impianti a impatto zero. In ogni ambito sportivo iniziano a prendere piede iniziative sostenibili, più o meno sistemiche, per mitigare l’impatto ambientale, in termini di energia, risorse alimentari e inquinamento, di un importante evento sportivo.

Anche se, proprio lo sport più popolare (e ricco) nel nostro Paese, il calcio, deve ancora imparare a fare squadra. Società, partner e tifosi devono impegnarsi a far sì che una delle industrie più importanti del nostro Paese sia in grado di generare valore anche oltre i novanta minuti di una partita.

Gli esempi virtuosi da seguire non mancano: dalle piste di atletica realizzate con pneumatici riciclati fino alle divise realizzate con gli scarti del caffè o riciclando bottiglie di plastica. Tutte applicazioni concrete dell’economia circolare nel mondo dello sport.

Nel basket, ad esempio, l’Urania Milano, società che partecipa al campionato di serie A2, ha lanciato un’interessante iniziativa. Si tratta dell’Urania Green Network, una rete che raggruppa alcuni sponsor che si occupano di mobilità green – i monopattini elettrici Dott, gli scooter elettrici Zig Zag o la società GaiaGo – che si occupa di creare un marketplace che favorisca la mobilità condivisa tra i suoi tesserati. le persone che ruotano intorno alla società e i tifosi.

Anche quella di Ecopneus per lo sport è un’applicazione concreta di economia circolare al servizio dei cittadini. Basti pensare che, ogni anno, arrivano a fine vita in Italia circa 350mila tonnellate di pneumatici. Ecopneus si occupa nel gestire raccolta, trasporto e riciclo dei Pneumatici Fuori Uso, fornendo un’occasione per riportare in vita un oggetto altrimenti destinato solo ad inquinare. E, da questi rifiuti, ricava materiale per la riqualificazione di spazi urbani e luoghi di aggregazione. Come successo, ad esempio, per il Festival dello Sport 2020, organizzato a ottobre scorso dalla Gazzetta dello Sport e Trentino Marketing con la collaborazione della Provincia Autonoma di Trento, dove Ecopneus ha fornito gomma riciclata per realizzare campi da calcio, playground per il basket, campi da pallavolo, superfici polivalenti, aree gioco e pavimenti per palestre.

Dare nuova vita ai rifiuti per supportare la transizione verso una società fondata sul riciclo e sull’economia circolare è anche l’obiettivo di Esosport, che – recentemente sbarcato nelle Marche – lavora al recupero di copertoni di biciclette, camere d’aria, scarpe e palline da tennis che, adeguatamente trattati, possono dare vita a una nuova “materia prima seconda” da donare gratuitamente alle amministrazioni pubbliche per riqualificare spazi urbani e luoghi di aggregazione, come parchi giochi e piste d’atletica.

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L’ambiente in pole position

Negli ultimi anni, anche il mondo dei motori si è mosso per rispondere concretamente all’allarme ambientale. La Federazione Italiana dell’Automobile (Fia), coadiuvata da un team di esperti, e in accordo con le squadre, i piloti e gli sponsor, ha studiato un piano di sostenibilità per ridurre l’inquinamento generato dalla Formula Uno, puntando alle zero emissioni di CO2 entro il 2030.

Per quanto riguarda le autovetture, l’obiettivo finale è quello di soppiantare definitivamente il motore a combustione interna o di limitarne al massimo l’impatto inquinante. L’ambizione della Fia è quella di realizzare un sistema che utilizzi biocarburanti di seconda generazione, provenienti da scarti alimentari o biomasse e, andando ancora più avanti con il progresso tecnologico, lo sfruttamento dei biocarburanti di terza generazione.

Per quel che riguarda tutti gli altri aspetti collegati al mondiale automobilistico, invece, entro il 2025 si prevede di rendere i singoli Gran Premi sostenibili, andando a minimizzare tutti gli aspetti che riguardano la logistica, il paddock, gli spostamenti di materiali e i viaggi di team e tifosi. Oltre a questo, l’adozione di sistemi di energie rinnovabili per alimentare in modo completamente pulito le fabbriche che producono le monoposto, ma anche gli eventi a corredo dei Gran Premi e il paddock.

Probabilmente però, l’esempio più famoso e compiuto di evento motoristico sostenibile a 360 gradi è quello della Formula E, che anche gli italiani hanno imparato a conoscere negli ultimi anni. Tramite il campionato, vengono promosse la mobilità elettrica e altre soluzioni di energia alternativa per contribuire a ridurre l’inquinamento atmosferico e alimentare la lotta ai cambiamenti climatici in tutto il mondo, in collaborazione con la campagna “Beat Air Pollution” del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

Tutti gli eventi sportivi sono gestiti in modo sostenibile: dall’abbattimento dell’uso delle plastiche, al riciclaggio di batterie agli ioni di litio e pneumatici, fino all’ottimizzazione del trasporto e della logistica.

L’impronta ecologica della quinta stagione di Formula E – l’ultima della quale è disponibile un set di dati completi – è stata equivalente a 45mila tonnellate di CO2. Nelle prime cinque stagioni, il fattore che ha contribuito a produrre la maggiore quantità di emissioni di CO2 è stato il trasporto di merci e persone tra i vari siti di gara. Il tasso di riciclaggio medio complessivo è stato del 52%, con un risparmio di oltre 200mila bottiglie di plastica monouso. E, grazie alla nuova cartellonistica green, sono stati eliminati circa 35 chilometri di potenziali rifiuti in PVC.

L’ABB FIA Formula E Championship è il primo evento sportivo a ricevere la certificazione ISO 20121 di terze parti, per un’impronta di carbonio netta pari a zero sin dall’inizio, investendo in progetti certificati di protezione del clima in tutti i mercati in cui gareggia per compensare le emissioni di tutte le stagioni delle corse elettriche.

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Il potere dello sport

La Formula E ha creato un Programma di sostenibilità basato su tre pilastri: offrire eventi sostenibili, generare un significativo impatto positivo in ogni città che ospita la gara e utilizzare la propria piattaforma globale per promuovere l’uso di auto elettriche e il loro ruolo nella lotta all’inquinamento atmosferico.

“La Formula E è stata creata con l’obiettivo primario di accelerare l’adozione di veicoli elettrici e promuovere pratiche sostenibili – ha spiegato Julia Palle, Sustainability Director della Formula E -, sensibilizzando l’opinione pubblica sui vantaggi dei motori elettrici e sui modi in cui una mobilità pulita può contrastare i cambiamenti climatici”.

Nelle stagioni quattro e cinque, ad esempio, in alcune città è stata attivata la campagna #BreatheLife, per coinvolgere i fan sull’importanza di respirare un’aria pulita e per incoraggiare le persone a impegnarsi, unirsi e ottenere maggiori informazioni sul tema.

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Tra le responsabilità in capo al mondo dello sport, infatti, c’è quella di fornire un contributo significativo all’ambiente, sia riducendo l’impatto ambientale delle proprie attività, sia diffondendo – grazie al suo enorme potere sociale – principi di sostenibilità e stili di vita più consapevoli.

I club di calcio inglesi stanno iniziando a realizzare campagne di sensibilizzazione all’interno degli stadi, per modificare le abitudini dei tifosi, anche grazie all’attivazione di servizi di riciclo e raccolta differenziata. E la stessa Premier League, attraverso il programma educativo Premier League Primary Stars Programme, si occupa di far capire ai bambini le conseguenze dell’inquinamento da plastica, incoraggiando soluzioni e comportamenti positivi da tenere allo stadio.

Lo sport raggiunge milioni di persone e rappresenta dunque un ottimo strumento per abituare le persone ad adottare stili di vita più sostenibili, contribuendo a ridurre le emissioni globali di carbonio e l’inquinamento atmosferico urbano. I tifosi possono mettere in pratica semplici azioni di risparmio e riciclo all’interno degli stadi, in ambienti dove si identificano e sentono l’importanza di fare la propria parte.

Un passo importante per arrivare a introdurre questi atteggiamenti nella vita di tutti i giorni.

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