Quando si parla di energia in Italia si parla poco di biometano. Specie dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, nel febbraio 2022, e ancor più con la ri-elezione di Donald Trump alla guida degli Usa, nel novembre 2024, le questioni energetiche sono diventate cruciali. Eppure in questi anni non si è data adeguata attenzione al biometano, che forse potrebbe – certamente in parte – sostituire il gas russo e diminuire il ricorso al costoso e ambientalmente dannoso GNL statunitense.
Anche gli incentivi dati al biometano attraverso il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza col quale l’Unione Europea ha sostenuto la ripresa post-Covid, non entrano nel dibattito pubblico, al massimo sono affrontati dagli addetti ai lavori. Se è vero che il biometano è, come la definiscono i più, “un’energia rinnovabile prodotta dagli scarti agricoli e sottoprodotti agroindustriali”, allora il suo sviluppo dovrebbe interessarci molto di più. L’obiettivo sancito dal PNRR, e in teoria raggiungibile entro quest’anno (ma sono in atto rimodulazioni per spostare le scadenze al 2029), è di migliorare di circa 2,3 miliardi di metri cubi/anno di capacità produttiva, grazie all’iniziale dotazione finanziaria di 1,92 miliardi di euro.
Di sicuro l’ammodernamento dei vecchi impianti e la costruzione di nuovi impianti dedicati al biometano sta procedendo piuttosto celermente, pur facendo registrare alcuni colli di bottiglia come l’eccessiva concentrazione in Pianura Padana (che è già, vale la pena ricordarlo, una delle zone più inquinate d’Europa) e i primi casi di “cessioni speculative” a grandi gruppi finanziari, quali il fondo statunitense Goldman Sachs, come denunciato alla Camera lo scorso novembre dalla deputata del M5s Valentina Barzotti.
La domanda dunque è netta: siamo ancora in tempo per realizzare le promesse di un biometano che sia davvero sostenibile o circolare?
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Le linee guida del MASE sul biometano nel sistema ETS
Fino a questo momento lo sviluppo del biometano in Italia è andato avanti all’insegna del “vorrei ma non posso”: tanti propositi, tanti annunci ma anche tanti ritardi e tante difficoltà burocratiche. Ne è prova il cosiddetto “decreto PNRR”, in esame a Palazzo Chigi nel momento in cui scriviamo, che prevede che gli interventi finanziati dal PNRR per la realizzazione di impianti a biometano (ma anche per l’agrivoltaico e le CER, le comunità energetiche rinnovabili) potranno essere portati a termine, a seconda dei casi, entro i primi sei mesi del 2028. L’obiettivo è di dare seguito all’ultima rimodulazione del PNRR (la sesta), proposta dal governo Meloni e approvata dall’UE: in questo modo le linee di investimento verranno trasformate in “programmi di sovvenzione” da affidare al Gestore Servizi Energetici.

In attesa che tale meccanismo diventi operativo, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha reso noto che il comitato ETS ha approvato le “indicazioni tecniche e operative” che disciplinano l’utilizzo del biometano sostenibile negli impianti stazionari che rientrano nel perimetro del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (più noto, appunto, come sistema ETS). Le linee guida definiscono le modalità con cui dimostrare la sostenibilità del biometano e la documentazione che gli operatori devono mettere a disposizione dei verificatori, ai fini dell’applicazione del fattore di emissione pari a zero. Il documento tiene conto del quadro normativo nazionale, del sistema delle garanzie di origine e degli schemi di certificazione della sostenibilità, offrendo agli operatori uno strumento per integrare il biometano nei processi industriali in piena conformità con i regolamenti dell’Unione europea.
“Ora le imprese – spiega il ministro Gilberto Pichetto – hanno un quadro chiaro e certo per utilizzare il biometano sostenibile all’interno del sistema ETS. È un passo importante per accompagnare la competitività in un contesto di decarbonizzazione dell’industria, in particolare dei settori più energivori, valorizzando una risorsa rinnovabile strategica in coerenza con gli obiettivi climatici europei”.
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Il biometano “fatto bene” secondo Legambiente
Da sola nessuna fonte energetica è sostenibile in senso stretto. Certo, alcune lo sono potenzialmente di più, come le rinnovabili rispetto alle fossili, banalmente perché non necessitano di combustione. E il biometano, proprio per la sua natura ibrida – si ottiene dagli scarti (in teoria) ma necessita comunque di combustione – ha bisogno di particolare attenzione. Lo sostiene pure Legambiente, l’ong italiana che forse più di tutte ha promosso lo sviluppo del biometano in questi anni.
“Il biometano è spesso al centro di un dibattito acceso – scrive Legambiente – Da una parte viene indicato come una delle soluzioni più promettenti per ridurre le emissioni climalteranti, rafforzare l’autonomia energetica del Paese e sostenere il mondo agricolo. Dall’altra suscita preoccupazioni, opposizioni e conflitti sui territori. Questa polarizzazione nasce da un dato semplice: non tutto il biometano è uguale. Quando è prodotto senza criteri chiari, il biometano rischia di riproporre modelli insostenibili già visti: impianti sovradimensionati rispetto alle reali capacità del territorio, colture dedicate sottratte alle produzioni alimentari, aumento della pressione sugli allevamenti intensivi, traffico pesante, emissioni odorigene, consumo di suolo e scarsa trasparenza verso le comunità locali. Timori legittimi, che non vanno né minimizzati né liquidati come pregiudizi ideologici. È quindi necessario ribadire un concetto chiave: il biometano è una grande opportunità solo se fatto bene. Quando è progettato e gestito correttamente può contribuire alla lotta alla crisi climatica, migliorare la gestione degli scarti agricoli e zootecnici, ridurre l’inquinamento di aria, acqua e suolo e restituire sostanza organica ai terreni agricoli attraverso il digestato. In questo modo si rafforza l’economia circolare e si sostiene un’agricoltura più resiliente, riducendo anche il ricorso ai fertilizzanti chimici di sintesi”.

Da tempo Legambiente promuove la campagna Fattore Biometano – Moltiplichiamo i benefici per il clima e l’agricoltura”, grazie alla collaborazione del partner principale FemoGas, del partner A2A e dei sostenitori AB e Arpinge e con la collaborazione tecnico scientifica del dipartimento DAFNAE dell’università di Padova. Le “regole” indicate da Legambiente per un “biometano fatto bene” sono principi condivisibili che però non sembrano adeguatamente fare i conti con alcune carenze strutturali, dalla mancata pianificazione istituzionale alla sete di profitto delle imprese fino ad arrivare alle attività di lobbying dei grandi apparati industriali.
Dagli allevamenti intensivi alle aziende fossili, infatti, tali apparati si sono già ampiamente posizionati anche su questa fonte energetica, e servirà uno sforzo importante per fare in modo che il biometano non diventi l’ennesima occasione persa per una maggiore autonomia energetica, sostenibile e circolare, nonché l’ennesima attività di greenwashing che va a scapito delle esigenze locali.
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