Non è il momento di assecondare la deriva che il mondo sta imboccando. È un errore strategico, prima ancora che ambientale. Questo il messaggio lanciato da Dame Ellen MacArthur, velista e fondatrice della Ellen MacArthur Foundation, insieme al suo amministratore delegato Jonquil Hackenberg, in un recente editoriale pubblicato sul Time.
Il bersaglio è chiaro: il modello economico ottocentesco del produci, consuma, getta. Un sistema che continua a divorare risorse, generare rifiuti e amplificare instabilità, nonostante decenni di narrazioni rassicuranti sul riciclo. C’è una verità scomoda che su EconomiaCircolare.com analizziamo da più angolazioni: il riciclo, da solo, non basta. Un’economia costruita sullo spreco resta fragile, costosa e vulnerabile agli shock globali.

Per questo, sostengono gli autori, servono interventi politici strutturali, come un Trattato globale sulla plastica che non si limiti a gestire i rifiuti ma intervenga a monte, su come la plastica viene progettata, prodotta e utilizzata. Correre ai ripari sugli effetti senza cambiare le cause è una strategia destinata a fallire.
L’economia circolare oggi non è un’utopia verde, è l’unica controffensiva credibile contro crisi che si rafforzano a vicenda: climatica, industriale, geopolitica. I segnali sono evidenti: il 55% delle grandi imprese ha già assunto impegni concreti sull’economia circolare e oltre 75 Paesi stanno sviluppando una roadmap della circolarità.
MacArthur e Hackenberg indicano una strada precisa per accelerare il cambiamento: partire dai settori chiave, quelli in cui il potenziale di impatto è massimo, e creare le condizioni affinché i modelli circolari possano competere davvero. Significa investire in infrastrutture locali, ripensare la fiscalità e smettere di sussidiare, direttamente o indirettamente, l’inefficienza.
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La proposta per imprese e ong
Dame Ellen MacArthur e Jonquil Hackenberg propongono un approccio su tre fronti per dar vita a “un’offensiva unitaria” tra imprese, istituzioni e Ong:
- stabilire una direzione comune: costruire una linea condivisa lungo tutta la catena del valore per identificare e affrontare insieme gli ostacoli;
- collaborare per avviare joint venture, condividere infrastrutture o sviluppare congiuntamente nuovi materiali, prodotti e servizi, riducendo i rischi e tagliando i costi;
- cambiare la politica, ossia promuovere collettivamente normative e incentivi che impongano un’azione diffusa, trasformando gradualmente i mercati.
L’esperienza della plastica è istruttiva. Anche dopo il fallimento del Trattato di Ginevra, il mondo ha compreso che il problema non è solo la gestione dei rifiuti, ma l’intero sistema. Il Global Commitment, lanciato nel 2018 dalla Ellen MacArthur Foundation insieme all’UNEP, ha dimostrato la forza della “difesa collettiva”, unendo aziende, governi e investitori attorno a obiettivi comuni. Lo stesso vale per l’adozione globale dei programmi di responsabilità estesa del produttore (EPR), che ribaltano un principio chiave: chi immette un prodotto sul mercato deve risponderne degli impatti.
Il prossimo fronte è già aperto: le materie prime critiche. La transizione energetica e la digitalizzazione stanno facendo esplodere la domanda di litio, cobalto, nichel e rame, mentre l’offerta si restringe sotto il peso delle tensioni geopolitiche. Senza progettazione intelligente, modelli di business innovativi e riciclo su larga scala, la sicurezza delle catene di approvvigionamento resterà un’illusione.

Non si tratta di idealismo, ma di strategia. Senza azioni coraggiose, investimenti nell’innovazione e nelle infrastrutture e senza politiche che creino gli incentivi necessari affinché i nuovi modelli di business possano competere realmente con quelli tradizionali, rischiano di aumentare i rifiuti, le emissioni e le inefficienze economiche.
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