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Con il secondo draft dello studio preparatorio ESPR sui prodotti intermedi in ferro e acciaio, il Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea ha messo sul tavolo le prime ipotesi operative per costruire il futuro quadro regolatorio della siderurgia circolare e decarbonizzata. I documenti riguardano le classi di performance ambientale, la metodologia LCA, il calcolo del contenuto di riciclato, le sostanze di preoccupazione (substances of concern) e il passaporto digitale di prodotto. Sarà su questa base che la Commissione elaborerà l’atto delegato chiamato a stabilire requisiti informativi e di performance.
È dentro questo passaggio, tra studio scientifico e decisione politica, che si inseriscono le osservazioni italiane preparate nell’ambito del tavolo ecodesign coordinato dal MIMIT e dal MASE. La loro funzione è anche “preventiva”: non si tratta di riscrivere lo studio – in molte parti apprezzato – ma impedire che l’atto delegato si discosti da alcuni principi metodologici che lo stesso JRC, insieme ad alcuni stakeholder italiani, hanno già riconosciuto come validi e utili. Vediamo insieme di cosa si tratta.
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Sulle classi di performance: neutralità tecnologica e il problema della sliding scale
Il cuore della posizione italiana è che le classi di performance debbano basarsi sulla carbon footprint effettiva del prodotto, senza correzioni per tecnologia produttiva. La differenza in gioco non è marginale. Il ciclo integrale altoforno-convertitore (BF-BOF) registra un’intensità carbonica tipica intorno a 2.200 kgCO₂eq per tonnellata di prodotto finito; il forno elettrico ad arco (EAF) alimentato da mix rinnovabile può scendere fino a 250–300 kgCO₂eq/t. La stessa tonnellata di acciaio può incorporare emissioni che differiscono di un fattore otto a seconda della rotta produttiva.

La sliding scale del rottame – il meccanismo alla base dello standard tedesco LESS – inverte questo ordine di grandezza. Inasprendo le soglie di classificazione all’aumentare della quota di rottame usata, permette a un acciaio da minerale di risultare classificato meglio di un acciaio da rottame, pur avendo emissioni assolute molto più alte. La proposta era stata avanzata nel contesto dell’Industrial Accelerator Act e poi stralciata — ma il rischio che rientri nell’atto delegato non è scomparso. Per l’Italia, dove oltre il 90% della produzione avviene a forno elettrico, una classificazione costruita con quel meccanismo trasformerebbe il vantaggio ambientale della produzione circolare in uno svantaggio regolatorio. I commenti chiedono che il principio di confronto diretto sull’intensità carbonica reale – già presente nello studio JRC – venga reso esplicito e vincolante nell’atto delegato.
Il livello di ambizione: una classe A troppo affollata
Anche una classificazione basata sulla carbon footprint reale può diventare poco efficace se le soglie sono troppo larghe. Applicando la metodologia PEF con i dati europei attuali, la gran parte dei produttori EAF — e in parte anche alcuni cicli integrali più efficienti — ricadrebbe già nelle classi A e B. Il risultato è quello che l’esperienza delle etichette energetiche per gli elettrodomestici ha insegnato a evitare: quando le classi eccellenti sono sovraffolate, la scala perde la sua capacità di orientare gli acquisti e di premiare chi investe davvero.
La proposta italiana è di introdurre sottoclassi nella fascia alta – A+ e A++, o un numero equivalente di livelli aggiuntivi – per mantenere le classi di eccellenza selettive e continuare a spingere decarbonizzazione e efficienza anche tra i produttori già virtuosi. Per una siderurgia come quella italiana, già largamente basata su rottame, il punto non è soltanto essere riconosciuta come meno emissiva rispetto al ciclo da minerale: è poter valorizzare le differenze interne tra produttori EAF e premiare chi investe in elettricità rinnovabile, riduzione delle perdite e miglioramento del processo.
I commenti chiedono inoltre che la rotta DRI-EAF (riduzione diretta del minerale senza altoforno, seguita da fusione in forno elettrico) riceva un’analisi LCA dedicata. Oggi è ancora marginale in Europa, ma è in espansione – anche attraverso importazioni di ferro preridotto dal Nord Africa e da altri contesti extra-UE. Un atto delegato calibrato solo sulle rotte oggi dominanti rischia di diventare obsoleto nel giro di pochi anni.
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Mix elettrico e garanzie di origine: dove si gioca la decarbonizzazione dell’EAF
Per il forno elettrico ad arco, la decarbonizzazione passa in larga parte dall’energia usata per fondere il rottame. Se il JRC applica solo il mix elettrico medio europeo, con approccio location-based, il produttore che investe in autoproduzione rinnovabile, contratti verdi o garanzie d’origine non può valorizzare questi sforzi nella propria carbon footprint. Per l’Italia, dove il forno elettrico è dominante, questo significa neutralizzare una delle principali leve industriali di riduzione delle emissioni.
La proposta italiana è adottare un approccio market-based, coerente con la metodologia Product Environmental Footprint (PEF), che consenta di riconoscere l’energia rinnovabile acquistata e certificata nel calcolo delle emissioni indirette da elettricità, cioè lo Scope 2. Ma la richiesta non è liberalizzare qualunque dichiarazione “green”. I commenti chiedono di escludere esplicitamente meccanismi come book and claim e mass balance per l’elettricità, che potrebbero permettere a un produttore extra-UE di attribuire tutta l’energia rinnovabile al solo prodotto esportato in Europa, facendolo risultare artificialmente a zero emissioni. Il punto, quindi, è doppio: riconoscere gli investimenti reali in energia decarbonizzata, senza creare scorciatoie contabili.
Resta poi un punto da correggere. Lo studio LCA usa il mix medio europeo, mentre nelle classi di performance compaiono anche dati specifici per Paese. Secondo i commenti italiani, se si utilizza un mix elettrico medio, questo dovrebbe almeno essere ponderato sui volumi produttivi nazionali e sulla distribuzione dei forni elettrici, perché le acciaierie non sono distribuite uniformemente in Europa e il fattore elettrico può modificare sensibilmente la carbon footprint finale.
Contenuto di riciclato: una questione tecnica con implicazioni di mercato
L’approccio input-based proposto dal JRC – il contenuto di riciclato come rapporto tra input ferroso riciclato e input ferroso totale – è valutato positivamente come il più robusto e aderente alla pratica industriale. Più controversa è la distinzione tra le diverse tipologie di rottame che il JRC propone di tenere separate: il post-consumer scrap (rottame a fine vita, come auto demolite o edifici abbattuti), il pre-consumer scrap (rottame generato da lavorazioni industriali come stampaggi o ritagli, che torna nel ciclo prima di arrivare al consumatore finale), e l’internal scrap o home scrap (rottame generato internamente al processo produttivo – crogioli, scarti di laminazione, sfridi di lavorazione – che non lascia mai lo stabilimento). La posizione della filiera italiana è che il parametro di valutazione ambientale debba essere il contenuto di riciclato totale, sommando tutte le frazioni: la disaggregazione può comparire come campo informativo opzionale nel DPP, ma non deve diventare un criterio di valutazione differenziato.
Includere l’home scrap nel conteggio del riciclato avvantaggia i produttori con cicli integrati verticalmente, che generano internamente grandi quantità di rottame di processo. L’argomento usato è che escluderlo creerebbe disparità tra impianti con laminazione integrata e impianti che acquistano lo stesso rottame da trasformatori esterni – il che è tecnicamente fondato, perché il materiale è identico indipendentemente dall’assetto societario. L’argomento contrario – che l’home scrap è un riciclo strutturale e inevitabile, non una scelta di sostenibilità aggiuntiva – è quello che ha spinto il JRC a valutarne la futura esclusione. I commenti italiani si oppongono esplicitamente a questa eventualità, chiedendo parità di trattamento indipendentemente dall’assetto organizzativo.
La posizione operativa che emerge dai commenti è il site-level mass balance con rolling average calcolata su un numero di colate dello stesso tipo di prodotto: una media mobile che garantisce tracciabilità senza richiedere un calcolo colata per colata, e che si ancora alla tipologia produttiva invece che a un orizzonte temporale fisso. A questo si accompagna la raccomandazione di prevedere verifica di terza parte indipendente sul contenuto di riciclato dichiarato, in linea con quanto già richiesto dai Criteri Ambientali Minimi italiani – una coerenza che eviterebbe di creare un doppio standard tra quanto già vigente negli appalti pubblici nazionali e quanto l’ESPR andrà a stabilire.

Allineamento CPR-ESPR: stesso prodotto, due regolamenti, una sola etichetta
L’ultimo punto riguarda un problema di sovrapposizione normativa con implicazioni pratiche immediate. Molti prodotti siderurgici – la vergella e i laminati strutturali sono gli esempi più evidenti – ricadono contemporaneamente sotto due regolamenti europei: l’ESPR, quando sono usati in applicazioni industriali generali, e il CPR (Construction Products Regulation, regolamento sui prodotti da costruzione), quando sono destinati all’edilizia. In questo secondo caso, i produttori usano già le EPD (Environmental Product Declaration, dichiarazioni ambientali di prodotto) basate sugli standard EN 15804, che costituiscono il quadro metodologico consolidato nel settore costruzioni.
Avere metodologie di classificazione e DPP divergenti per lo stesso prodotto fisico – a seconda della sua destinazione d’uso – sarebbe una distorsione di mercato e un onere certificativo duplicato senza valore aggiunto. Il rischio è che un produttore debba calcolare e dichiarare l’impronta carbonica dello stesso acciaio con due metodologie diverse, ottenendo risultati non comparabili. I commenti chiedono che l’atto delegato chiarisca esplicitamente il perimetro di applicazione dell’ESPR rispetto al CPR e garantisca il massimo allineamento metodologico con le EPD, evitando duplicazioni certificative.
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Il focus a “Intelligenza circolare”
La riflessione sull’ecodesign dell’acciaio sarà anche affrontata nel corso della seconda edizione di Intelligenza Circolare, l’evento internazionale in programma il 1° ottobre 2026 a Roma, che EconomiaCircolare.com organizza con ISIA Roma Design come espressione del lavoro del proprio osservatorio sulla transizione ecologica e digitale. L’edizione 2026 dedicherà particolare attenzione ad alcuni passaggi europei decisivi — dal futuro Circular Economy Act all’attuazione del Regolamento Ecodesign, fino alla Strategia per la Bioeconomia — proseguendo un confronto che nella prima edizione ha già coinvolto imprese, istituzioni, società civile e centri di ricerca anche da Belgio, Argentina, Brasile ed Ecuador, valorizzando più di quaranta best practice ecoinnovative. Se pensi di averne una e vuoi diventare partner dell’evento, visita il sito e compila il form: https://intelligenzacircolare.com/
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