Per anni la sostenibilità d’impresa è rimasta confinata dentro i bilanci ESG (Envinromental, Social Governance), più noti come report di sostenibilità, nei codici etici e nelle dichiarazioni volontarie. Oggi non è più così. La due diligence sociale e ambientale sta diventando un obbligo giuridico vero e proprio, capace di incidere sulle catene di approvvigionamento, (la rete logistica e operativa che muove fisicamente il prodotto) sui rapporti con i fornitori e persino sulle strategie industriali delle multinazionali, in inglese supply chain.
Il quadro emerge con chiarezza dal nuovo rapporto OCSE “Mapping social and environmental due diligence legislation” pubblicato quest’anno, che analizza 21 normative adottate in 11 giurisdizioni diverse. Il documento fotografa un passaggio storico: governi e istituzioni stanno chiedendo alle imprese non solo di dichiarare i propri impatti ambientali e sociali, ma di prevenirli, monitorarli e correggerli lungo tutta la catena del valore. La direzione è ormai chiara: la responsabilità delle imprese si estende oltre i cancelli della fabbrica.
Secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), tutte queste misure condividono un obiettivo comune: “mitigare e prevenire impatti sociali e ambientali negativi” . Il punto decisivo è che le aziende vengono chiamate a guardare oltre le proprie operazioni dirette, includendo fornitori, subfornitori e partner commerciali.
È il superamento definitivo dell’idea secondo cui un’impresa possa dichiararsi sostenibile ignorando ciò che accade a monte della propria filiera.
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Spinte e arretramenti dell’UE sulle normative per le imprese
La spinta normativa europea rappresenta oggi il laboratorio più avanzato. La Commissione europea, con la direttiva sulla corporate sustainability due diligence, ha introdotto obblighi che riguardano diritti umani, lavoro e ambiente lungo le catene globali del valore. La logica è quella del “risk-based approach”: le imprese devono identificare i rischi più gravi e probabili, definire priorità e adottare misure proporzionate per prevenirli o ridurli.
La pagina ufficiale della Commissione europea dedicata alla CSDDD chiarisce che le imprese dovranno integrare la due diligence nei processi aziendali, monitorare gli impatti e pubblicare informazioni sulle misure adottate.

Tuttavia, proprio mentre il quadro normativo sembrava consolidarsi, l’Unione Europea ha iniziato a rallentare. Il cosiddetto pacchetto “Omnibus”, fortemente sostenuto da una parte del mondo industriale europeo, punta infatti a ridurre gli obblighi amministrativi e restringere il numero di imprese coinvolte. Il ridimensionamento della direttiva, potrebbe però, ridurre fortemente gli impatti reali della normativa, in particolare in settori in cui i comparti e le filiere sono critiche come il tessile. La revisione, quindi, depotezierebbe di fatto la CSDDD, uno strumento nato proprio per rendere obbligatoria la responsabilità delle imprese in merito alle potenziali violazioni ambientali. Insomma, le grandi imprese fanno muro contro i nuovi e più rigorosi controlli normativi.
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Una divergenza di norme che bisogna appianare
Nel frattempo, il quadro globale si complica ulteriormente e segue anche le dinamiche geopolitiche e le diatribe commerciali. Il rapporto OCSE mostra infatti una crescente divergenza tra i diversi approcci normativi. Alcune legislazioni si concentrano su obblighi di trasparenza; altre impongono veri obblighi di condotta; altre ancora vietano l’importazione di prodotti legati a specifici rischi, come deforestazione o lavoro forzato. Gli Stati Uniti, ad esempio, stanno adottando un approccio molto più aggressivo. Con l’Uyghur Forced Labor Prevention Act (UFLPA), Washington presume che i prodotti provenienti dalla regione cinese dello Xinjiang siano realizzati con lavoro forzato, salvo prova contraria. In pratica, la due diligence diventa uno strumento per dimostrare l’assenza di rischio.

È una differenza sostanziale rispetto all’approccio europeo, che punta invece sulla prevenzione progressiva e sul miglioramento continuo. Secondo il rapporto OCSE, questa frammentazione rischia di creare un sistema estremamente oneroso per le imprese multinazionali. Cambiano le definizioni di supply chain, i criteri di priorità dei rischi, gli standard di tracciabilità e persino il concetto stesso di “mitigazione”.
Uno dei nodi più delicati riguarda proprio la tracciabilità. Ad esempio le nuove norme europee sulla deforestazione richiedono informazioni estremamente dettagliate sull’origine delle materie prime. L’OCSE ricorda però che tracciabilità e due diligence non coincidono: un prodotto può essere perfettamente tracciato e continuare comunque a essere associato a violazioni ambientali o sociali.
La questione diventa particolarmente critica nelle filiere dei minerali strategici, delle batterie e del tessile, dove le supply chain sono lunghe, frammentate e spesso opache.
Un altro tema centrale riguarda il cosiddetto responsible disengagement. Quando un’impresa scopre violazioni ambientali o diritti umani da parte di un fornitore, deve interrompere immediatamente il rapporto commerciale oppure restare coinvolta per favorire il miglioramento?
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Che fare?
L’OCSE insiste sul fatto che il disimpegno dovrebbe rappresentare l’ultima opzione disponibile. Interrompere i rapporti commerciali senza percorsi di accompagnamento può infatti produrre effetti sociali ancora peggiori, soprattutto nei Paesi più vulnerabili.
Qui emerge una delle tensioni più profonde dell’intero sistema normativo: alcune legislazioni chiedono alle imprese di dimostrare “rischio zero”, altre invece valutano la qualità del processo di prevenzione e miglioramento. Per molte aziende questo significa navigare tra obblighi potenzialmente contraddittori.
Anche il ruolo degli stakeholder diventa decisivo. Il rapporto OCSE sottolinea che sindacati, comunità locali, organizzazioni civiche e difensori dei diritti umani devono essere coinvolti nei processi di due diligence. Ma le normative divergono profondamente su chi coinvolgere, quando e con quali modalità.
Secondo il centro Business & Human Rights Resource Centre, il vero rischio è che la due diligence si trasformi in un esercizio burocratico invece che in uno strumento di trasformazione industriale. In questo scenario, l’OCSE propone un maggiore coordinamento internazionale. Non tanto per uniformare completamente le normative, quanto per costruire definizioni comuni, criteri interoperabili e strumenti condivisi di verifica e reporting.
La partita riguarda quindi il modello stesso di globalizzazione. Perché la nuova stagione della due diligence ridefinisce il rapporto tra commercio internazionale, diritti umani e limiti ambientali.
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