giovedì 26 Marzo 2026

Come è cambiata la legge europea sul clima

Dopo l’approvazione del Parlamento, si attende l’ok del Consiglio per l’approvazione della legge sul clima. Viene mantenuto l’obiettivo della riduzione delle emissioni del 90% nel 2040 rispetto ai livelli del 1990. Ma con un ampio ricorso ai crediti di carbonio. E dando priorità alla salvaguardia della competitività

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

Alla fine l’Unione Europea sta riuscendo a dotarsi di una legge sul clima. Imperfetta, modificata a più riprese, figlia di quest’epoca storica di retromarcia ambientale, ma almeno è un punto di partenza. Dopo il voto del Parlamento europeo degli scorsi giorni sulla proposta della Commissione europea, adesso si attende il pronunciamento del Consiglio europeo. Ma questo passaggio appare poco più che una formalità, dato che i capi di stato e di governo hanno già ampiamente inciso sul provvedimento legislativo. Una volta che il Consiglio avrà approvato il testo, entrerà in vigore 20 giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE.

Della cosiddetta legge sul clima o, meglio, di diritto europeo sul clima già a partire dal 2020. L’obiettivo primario di quella proposta è stato mantenuto, cioè l’UE dovrà ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 90% nel 2040 rispetto ai livelli del 1990, per raggiungere un’UE climaticamente neutrale entro il 2050. Ciò che è profondamente cambiato in questi sei anni, e che fa tutta la differenza del mondo, è il modo in cui si intende raggiungere tale obiettivo.

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La  posizione del Parlamento UE sul clima

Con 413 voti favorevoli,  226 voti contrari e 12 astensioni, il Parlamento europeo si è espresso nel mese di febbraio in merito soprattutto agli obiettivi intermedi sul clima da qui al 2040. Come ricorda lo stesso Parlamento europeo in un briefing, “all’inizio del 2024 la Commissione ha pubblicato la comunicazione sul traguardo climatico per il 2040, accompagnata da una valutazione d’impatto, raccomandando un obiettivo netto del 90%. La proposta legislativa ha subito successivamente ritardi a seguito delle richieste dei responsabili politici e degli Stati membri di garantire flessibilità in tutti i settori e di tenere in debita considerazione la competitività industriale dell’UE”.

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Già la Commissione all’inizio del 2025 aveva introdotto una “formulazione sulla flessibilità in tutti i settori e consentendo l’uso di crediti internazionali di carbonio fino al 3% delle emissioni nette del 1990 ai fini del conseguimento dell’obiettivo”; tale quota sull’uso dei crediti di carbonio, nelle fasi del Trilogo (il confronto a tre tra Commissione, Parlamento e Consiglio), è stata poi portata al 5% dal Consiglio. Su questa modifica si sono scontrate le diverse posizioni del Parlamento. In particolare le deputate e i deputati hanno accettato la proposta del Consiglio, inserendo comunque “garanzie supplementari e più rigorose per garantire un elevato livello di integrità ambientale nel potenziale utilizzo dei crediti internazionali di carbonio”.

L’uso dei crediti di carbonio fino a una quota del 5% per ridurre le emissioni di gas serra potrà essere adottato a partire dal 2036. Appare un passaggio formale e propagandistico l’introduzione di una clausola di garanzia “per impedire il finanziamento di progetti contrari agli interessi strategici dell’UE“. Mentre ben più sostanziali sono le modifiche apportate al sistema ETS (Emissions Trading System), cioè il mercato di scambio di quote di emissioni di gas serra. Viene introdotta, scrive il Parlamento, una “maggiore flessibilità all’interno, nonché tra i settori e gli strumenti, per raggiungere obiettivi il più efficaci possibile in termini di costi, poiché la transizione verde e il miglioramento della competitività dell’UE dovrebbero andare di pari passo. Anche l’introduzione dell’ETS2 dell’UE è rinviata di un anno, dal 2027 al 2028”. Vale la pena ricordare che il mercato ETS2 coprirà le emissioni di anidride carbonica di settori cruciali, derivanti dalla combustione di combustibile negli edifici e nel trasporto su strada.

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Le prospettive UE sul clima

Fermo restando l’obiettivo giuridicamente vincolante per l’UE di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, la sensazione che si ha leggendo il testo della risoluzione approvata dal Parlamento è di profonda mestizia. Sembrano passati secoli dal Green Deal, quando le istituzioni europee avevano dato centralità politica alle questioni legate al clima. Adesso, invece, si parla di clima come se fosse una questione tra tante, da assoggettare all’interesse delle imprese e alle congiunture economiche.

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“La Commissione valuterà i progressi verso l’obiettivo ogni secondo anno, in vista di dati scientifici aggiornati, sviluppi tecnologici e lo stato della competitività industriale dell’UE – rende noto non a caso il Parlamento – Prenderà inoltre in considerazione le tendenze dei prezzi dell’energia e le loro ripercussioni sia per le imprese che per le famiglie e valuterà lo stato degli assorbimenti netti a livello dell’UE rispetto a quanto necessario per raggiungere l’obiettivo del 2040. A seguito della revisione, la Commissione può proporre un emendamento al diritto dell’UE in materia di clima, che potrebbe comportare la modifica dell’obiettivo del 2040 o l’adozione di misure supplementari per rafforzare il quadro di sostegno, ad esempio per salvaguardare la competitività, la prosperità e l’unità sociale dell’UE”.

Insomma: il clima può attendere. Peccato che in realtà è il collasso climatico ad apparire irreversibile, ancor di più con questo approccio “ingegneristico” e finto-tecnico, attento ai bilanci e non alle esigenze del pianeta e chi lo abita.

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