L’Unione Europea (o UE) rischia di essere sconfitta nella guerra in Iran scatenata da Stati Uniti e Israele. Un paradosso solo apparente quello segnalato da più di un’analisi all’indomani dell’attacco israeliano-statunitense del 28 febbraio scorso. Le conseguenze energetiche dell’ennesimo conflitto bellico, infatti, potrebbero ripercuotersi in maniera più evidente proprio sul vecchio continente. In particolare questa settimana è diventata cruciale la discussione attorno al mercato ETS, il sistema europeo per lo scambio di quote di emissione di gas serra.
In vista del Consiglio europeo del 19-20 marzo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è recata nella giornata di ieri al Parlamento europeo per fare il punto della situazione di fronte alle deputate e ai deputati di Bruxelles. In merito agli aspetti energetici, von der Leyen ha indicato che ebbene l’Europa sia ora molto meno esposta alle importazioni di combustibili fossili grazie alla diversificazione, “non significa che siamo immuni agli shock dei prezzi”.
La presidente della Commissione ha riconosciuto che i 27 Stati membri dell’UE importano una “una quota significativa di combustibili fossili da regioni instabili” e ciò li rende “vulnerabili e dipendenti”‘. Allo stesso tempo i prezzi di rinnovabili e nucleare sono rimasti pressoché invariati. Ecco perché, ha sostenuto von der Leyen, “sarebbe un errore abbandonare la strategia a lungo termine (decarbonizzazione e diversificazione degli approvvigionamenti) così come tornare ai combustibili fossili russi”.
Tuttavia il focus del discorso in questi giorni è un altro. Ed è relativo al mercato ETS. Come scriveva il 10 marzo IlSole24ore, gli Stati UE sono spaccati e hanno intrapreso una sorta di “battaglia della CO₂”, come la definisce il quotidiano di Confindustria. “La Commissione UE, pur difendendo lo strumento, ha già preannunciato un aggiornamento delle regole entro luglio. Era invece previsto nel 2027 ma è slittato al 2028 il debutto dell’ETS2 che riguarderà il settore dei trasporti su strada e la climatizzazione degli edifici – scrive il quotidiano economico – Intanto la scorsa settimana l’Europa ha aperto ufficialmente il dossier: il tema della riforma dell’Ets sarà in agenda al vertice Ue del 19 e 20 marzo. I leader chiederanno che il riassetto riduca la volatilità e l’impatto sui prezzi dell’elettricità”.
C’era dunque molta attesa ieri per le parole di von der Leyen. La presidente della Commissione, come al solito, ha oscillato tra aperture a una nuova revisione e tentativo di mantenere le ambizioni ambientali. “Senza l’ETS consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas in più – ha detto von der Leyen – il che ci renderebbe ancora una volta più vulnerabili e più dipendenti. Quindi abbiamo bisogno dell’ETS, ma dobbiamo modernizzarlo”.
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Cos’è il mercato del carbonio ETS
Per comprendere l’ETS2 occorre fare un salto indietro, esattamente al 2005 quando fu introdotto l’EU ETS, che oggi è il più grande mercato del carbonio al mondo. Il funzionamento si basa sul cap-and-trade: l’Unione Europea fissa un tetto massimo alle emissioni e distribuisce o mette all’asta permessi (EUA), ciascuno equivalente a una tonnellata di CO₂. Le imprese devono restituire ogni anno permessi pari alle proprie emissioni: chi emette più del consentito deve acquistarne altri, chi riduce le emissioni può vendere quelli in eccesso.

Questa logica di mercato in teoria permette di raggiungere l’obiettivo di riduzione nel modo più efficiente: le riduzioni avvengono (dovrebbero avvenire) dove i costi sono minori, senza vincoli rigidi, con le aziende inquinanti che pagano e quelle virtuose che ne guadagnano in competitività. Dal 2005 il sistema si è ampliato e copre produzione energetica, industrie energivore, trasporti aerei e, dal 2024, il settore marittimo. La quarta fase punta a ridurre le emissioni del 62% entro il 2030 rispetto al 2005.
I ricavi delle aste — 2,56 miliardi di euro per l’Italia nel 2024 — dovrebbero essere reinvestiti in energie rinnovabili, efficienza energetica e sostegno alle fasce vulnerabili. E qui il condizionale è d’obbligo dato che, come dimostra proprio l’Italia, ciò non avviene spesso. Dal 2026 è entrato in vigore anche il CBAM, un “dazio climatico” sui prodotti importati, già contestato e allo stesso tempo difeso. Su questo impianto si innesta ora l’ETS2, che porta il principio del “chi inquina paga” direttamente nelle case delle persone.
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Cosa chiedono oltre 100 imprese per salvaguardare l’ETS
Un mercato del carbonio solido, vitale per la sovranità e la sicurezza dell’Europa: così oltre 100 imprese hanno scelto negli scorsi giorni di prendere posizione attraverso una lettera aperta. Sono operatori dei settori dell’industria pesante, della manifattura, della distribuzione, dell’energia e della tecnologia di tutta Europa, che hanno esortato i leader dell’UE a mantenere un mercato del carbonio europeo forte e prevedibile, avvertendo che le proposte di indebolire il sistema europeo per lo scambio di emissioni (EU ETS) rappresentano “una diagnosi gravemente errata del problema“.
Tra le aziende e gli investitori che hanno firmato questo appello ci sono nomi di spicco come Volvo e IKEA. “Nell’attuale contesto geopolitico, la sicurezza e la sovranità dell’Europa dipendono dalla costruzione di un’economia più competitiva e resiliente, che si allontani dalla volatilità delle importazioni di combustibili fossili per valorizzare il nostro potenziale di energia pulita, dalla formazione di una forza lavoro altamente qualificata e dalla capacità di innovazione – si legge nella lettera […] A nostro avviso, un EU ETS robusto è fondamentale per raggiungere questo obiettivo”. Inoltre nella lettera si fa menzione delle voci contrarie al mercato, nel nome della competitività, ma si rovescia il loro ragionamento.
“Invece di concentrarsi sulle cause strutturali dell’erosione economica — i prezzi dell’energia più elevati determinati dai combustibili fossili, la concorrenza sleale derivante dalla sovraccapacità globale in alcuni settori, l’integrazione insufficiente del mercato unico — il dibattito è stato dirottato verso la modifica o addirittura la sospensione dell’EU ETS. Questa sarebbe una diagnosi gravemente errata del problema” si legge ancora.
La lettera evidenzia infine gli elementi chiave necessari per garantire un’industria UE che sia davvero competitiva, grazie anche a un utilizzo efficace dei proventi dell’EU ETS. Ecco i suggerimenti provenienti dal mondo dell’industria e dell’innovazione:
- proseguire nel dispiegamento di energia pulita abbondante, stabile e accessibile, abbinato a investimenti a lungo termine nelle reti, nella flessibilità, nell’efficienza e nello stoccaggio per consentire l’elettrificazione su larga scala;
- valutare opzioni a breve termine per sostenere l’industria, che potrebbero includere l’utilizzo dei proventi ETS degli Stati membri per supportare contratti di fornitura di energia pulita a lungo termine, al fine di garantire una prevedibilità sufficiente per gli investimenti in decarbonizzazione industriale ad alta intensità di capitale. Ciò potrebbe anche comportare la rimozione degli ostacoli che impediscono alle imprese industriali di avere la produzione di energia pulita in loco, batterie e stoccaggio termico in attesa dell’espansione della rete, nonché l’accelerazione del collegamento alla rete elettrica;
- garantire che il CBAM funzioni efficacemente e, ove giustificato, venga esteso per prevenire la fuga di carbonio nella catena del valore e in settori aggiuntivi;
- garantire che i proventi dell’ETS, il Fondo per l’innovazione e il Fondo per la modernizzazione siano erogati efficacemente per il potenziamento delle tecnologie pulite.
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Per il governo Meloni l’ETS è un “meccanismo controproducente”
Abbiamo accennato più volte a posizioni contrarie al mercato EU ETS. Indovinate chi c’è in testa al gruppo di Stati contro questa normativa ambientale? Esatto, proprio l’Italia. Il governo Meloni, su spinta di Confindustria, ha svelato la maschera e ha chiesto ripetutamente lo scorso mese di rivedere il sistema di scambio di quote di emissioni di gas serra. Sia l’1 – per il quale si chiede una sospensione – che il 2 – per il quale si chiede un rinvio per l’entrata in vigore. C’è di più: con il recente, e cosiddetto, decreto Bollette il governo Meloni ha inserito una misura di scorporo dell’ETS dal costo del gas per la produzione elettrica, stimando un risparmio di 3 miliardi di euro all’anno per famiglie e imprese. La misura, al vaglio della Commissione, entrerà in vigore dal 2027.
Ed è tale misura che la premier ha rivendicato nella giornata di ieri. Quasi in contemporanea con von der Leyen, Meloni è intervenuta in Senato. Dove ha spiegato che in Italia il sistema europeo di tassazione del carbonio “gonfia artificialmente il prezzo dell’elettricità, con punte che per la nostra nazione toccano i 30 euro per megawatt-ora, un quarto dell’intero costo dell’elettricità”. Secondo Meloni, il sistema che dovrebbe penalizzare le fonti fossili, ritenute più inquinanti, finisce per penalizzare anche le rinnovabili perché è il prezzo del gas a fissare quello dell’elettricità, anche se da tempo non è la fonte di energia prevalente per la produzione di energia elettrica.
“Con lo scoppio della crisi in Medio Oriente, il tema dei prezzi dell’energia ha evidentemente assunto ancora maggiore rilevanza ed è per questo che, a livello europeo, stiamo anche chiedendo – in attesa proprio di questa necessaria revisione annunciata per la seconda metà di quest’anno – di sospendere urgentemente l’applicazione dell’ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico” ha detto Meloni a Palazzo Madama. “Si tratta di un provvedimento che serve subito, e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente. La nostra aspettativa è che l’Unione Europea ci consenta di correggere rapidamente, e in maniera strutturale, questo meccanismo controproducente”.
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“La vera causa del caro bollette è il gas, non l’ETS”
In seguito all’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Parlamento sulla crisi energetica legata alla guerra in Iran, il think tank italiano per il clima ECCO ha rilasciato un commento critico sulla proposta di sospendere il sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS). Secondo ECCO, l’ETS non è la causa dell’aumento dei prezzi dell’elettricità: la vera vulnerabilità dell’Italia resta l’elevata dipendenza dal gas.
“L’Italia paga bollette più care perché è il Paese europeo più esposto al gas. Non è l’ETS a far salire i prezzi, ma la dipendenza dai combustibili fossili. Sospendere il sistema europeo delle emissioni non ridurrebbe le bollette e ritarderebbe lo sviluppo delle rinnovabili, la vera soluzione di lungo periodo alla volatilità dei prezzi” afferma Matteo Leonardi, co-fondatore e direttore di ECCO.

Secondo il think tank, l’ETS non deve essere visto solo come una tassa ma come un’entrata fiscale chiave dello Stato, i cui ricavi – circa 4 miliardi all’anno – dovrebbero essere interamente restituiti a imprese e consumatori, come da normativa europea, sotto forma di investimenti e politiche pubbliche per la transizione per ridurre i prezzi dell’energia e innovare i sistemi produttivi, i due aspetti cruciali della competitività.
Leonardi sottolinea inoltre che “il governo Meloni non indica con quali strumenti intende sviluppare le rinnovabili, la cui crescita è solo la metà di quella prevista dagli obiettivi nazionali. Altri Paesi europei, che hanno investito nelle rinnovabili, oggi non subiscono gli effetti dello shock causato dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Nonostante questo, non si vede da parte del governo la volontà e le azioni necessarie per rimuovere lo sviluppo e un’accelerazione della produzione di energia da fonti rinnovabili in Italia”.
Secondo i dati della Banca Centrale Europea, riporta ancora ECCO, “l’ETS pesa solo per il 6,8% sul prezzo dell’elettricità per le industrie energivore e circa il 3% sulle bollette delle famiglie italiane. Inoltre la quota dell’ETS sul prezzo dell’Italia è inferiore a Germania (9,5%) e Paesi Bassi (8,5%), e paragonabile alla Spagna (6,5%). Il vero driver dei prezzi energetici resta invece il costo della materia prima, il gas, il cui prezzo in Italia è aumentato del 50% tra febbraio e marzo, esponendo il sistema energetico europeo alla volatilità dei combustibili fossili e agli shock geopolitici”.
Per ridurre immediatamente le bollette, scrive ancora il think tank, i soldi ci sono già. Ben 10 miliardi di euro, tra gettito ETS (circa 4 miliardi l’anno), il maggiore gettito IVA legato all’aumento dei prezzi del gas (4,3 miliardi) e i dividendi delle imprese energetiche partecipate dallo Stato (2,4 miliardi). Questi miliardi potrebbero “essere utilizzati per ridurre rapidamente gli oneri di sistema presenti nelle bollette elettriche, che incidono per circa il 10% sulle utenze domestiche e per il 20% sulle piccole e medie imprese”. Invece di attendere la revisione del sistema ETS, prevista per la seconda metà del 2026, il governo Meloni ha scelto la strada della misura unilaterale, allo scopo dichiarato di tornare a fare da capostipite per l’intera Unione Europea, come già avvenuto nell’ambito del fenomeno migratorio. Funzionerà anche sull’energia?
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