“Migliorare la qualità delle politiche UE, non ridurle”. Intervista a Chiara Martinelli, direttrice di CAN Europe

CAN Europe è la coalizione di ong che offre una visione alternativa alla competitività dell’Unione Europea. Con Chiara Martinelli, direttrice di CAN Europe, abbiamo parlato di diversi temi: dai pacchetti Omnibus alle modifiche al mercato ETS. “Una transizione verso le rinnovabili è una transizione verso la pace”

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

La migliore semplificazione per l’Unione Europea? La coesione. L’apparente risposta controintuitiva arriva da Chiara Martinelli, che da ottobre 2021 è la direttrice di Climate Action Network (CAN) Europe, la principale coalizione europea di ONG impegnata nella lotta contro il collasso climatico. Con oltre 200 organizzazioni associate in 40 Paesi europei, che rappresentano più di 1700 ONG e oltre 40 milioni di persone, CAN Europe promuove politiche sostenibili in materia di clima, energia e sviluppo in tutto il continente. 

In questi anni CAN Europe ha preso spesso posizione contro le scelte dell’UE, specie della Commissione, che durante questa legislatura hanno in parte smantellato il precedente Green Deal. Dai vari pacchetti Omnibus al mantra della competitività, dalle modifiche al mercato ETS alle scelte energetiche dopo la guerra in Medioriente, CAN Europe è una voce costante che offre una visione alternativa dell’Europa: democratica, autonoma e che lega le questioni ambientali alle questioni sociali.

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D’altra parte è anche il percorso personale di Chiara Martinelli, che vanta 20 anni di esperienza nella cooperazione allo sviluppo e, prima di guidare CAN Europe, è stata in precedenza senior advisor presso CIDSE, una rete globale di organizzazioni cattoliche per la giustizia sociale. In CAN Europe, Martinelli ha guidato i negoziati sul clima a livello europeo e internazionale e ampliato l’attività della rete per renderla più inclusiva, diversificata, intersezionale e socialmente equa.

 
Dalle elezioni europee del giugno 2024 le istituzione UE, soprattutto la Commissione, hanno usato la leva della competitività per giustificare ogni semplificazione normativa. A distanza di quasi due anni è possibile trarre un bilancio di questa strategia di deregolamentazione? 

Il bilancio che possiamo tracciare è preoccupante. Quello che era stato annunciato come “semplificazione normativa” si è rivelato, nei fatti, un’agenda di deregolamentazione sistematica, che mette a rischio le protezioni climatiche e ambientali costruite nel corso di anni. In un momento in cui l’Unione Europea dovrebbe garantirsi le prospettive per le industrie del futuro, l’agenda di deregolamentazione rischia di ripetere gli errori del passato, quali ritardare gli investimenti, approfondire la dipendenza dai combustibili fossili e lasciare l’UE indietro nella corsa globale alla leadership industriale pulita, mentre blocca i cittadini europei in una continua esposizione ad alti prezzi energetici e a una crisi del costo della vita che si aggrava. 

Possiamo considerare come punto di partenza il Competitiveness Compass di gennaio 2025, dove la Commissione ha compiuto un pericoloso passo, inquadrando la regolamentazione come uno dei principali ostacoli alla competitività delle imprese: ma non sono le regole che proteggono le persone, il clima e l’ambiente a frenare le imprese, ma la mancanza di investimenti e gli alti prezzi energetici alimentati dalla dipendenza dell’UE dal gas fossile.

Da lì la situazione è precipitata, e solo nel 2025 sono stati lanciati dieci pacchetti Omnibus. Il caso più emblematico è l’Omnibus I, dove la Direttiva sulla Rendicontazione di Sostenibilità delle Imprese (in inglese CSRD) e la Direttiva sulla responsabilità – dovuta diligenza – di Sostenibilità delle Imprese (CSDDD) sono state riscritte radicalmente, riducendo il numero di aziende coinvolte, allentando gli obblighi, posticipando le scadenze ed hanno visto l’obbligo sui piani di transizione climatica semplicemente eliminato. 

Come CAN Europe, la nostra posizione in merito è  chiara: la deregolamentazione non è e non deve essere una strategia industriale. L’affermazione che la politica climatica ed ambientale sia la causa delle difficoltà industriali europee non regge all’esame dei fatti. In

L’alternativa esiste ed è credibile. Invece della deregolamentazione, l’Europa ha bisogno di direzione: mantenere l’architettura climatica efficace, mobilitare investimenti con condizionalità ambientali e sociali chiare, creare mercati pilota per i prodotti puliti e rafforzare una governance industriale basata sull’evidenza, e non sulle pressioni lobbistiche di breve periodo. 

Nel frattempo la guerra in Iran si sta facendo sentire anche in Europa attraverso un deciso aumento dei prezzi energetici. Tra le proposte al vaglio dell’UE  per attutire l’aumento dell’inflazione c’è anche la modifica del sistema di scambio delle emissioni (ETS). Quali potrebbero essere le conseguenze di questa scelta? 

Non si può parlare di prezzi energetici senza prima riconoscere che dietro questi numeri c’è una crisi umana devastante. CAN Europe è solidale con le popolazioni colpite dal conflitto e chiede all’UE di adoperarsi, insieme ai partner internazionali, per una soluzione diplomatica nel pieno rispetto del diritto internazionale. Ed è proprio questo conflitto a ricordarci, ancora una volta, quanto sia fragile e pericolosa la dipendenza europea dai combustibili fossili.

Riteniamo che il Sistema di Scambio delle Emissioni – l’ETS – vada rafforzato, non smantellato. Il punto è semplice: non è l’ETS a far salire i prezzi dell’energia, ma la dipendenza dal gas. I dati mostrano che il prezzo del carbonio incide solo marginalmente sulle bollette, mentre è il costo del gas a determinare i picchi di prezzo e l’esposizione alla volatilità internazionale. Secondo la Banca Centrale Europea, in Italia l’impatto dell’ETS sul prezzo dell’elettricità è pari solo al 6.8% per le industrie energivore e 3% per le famiglie

La proposta del governo italiano di sospendere l’ETS, così come la misura del cosiddetto “Decreto Bollette” finalizzata a compensare i produttori a gas del costo del carbonio, rischia di indebolire il principale strumento europeo per guidare gli investimenti verso tecnologie pulite, indebolire la certezza regolatoria e disincentivare gli investimenti in rinnovabili senza affrontare la vera cause dei prezzi elevati.

clima scienza energie rinnovabili

La risposta strutturale alla crisi passa necessariamente per l’accelerazione della transizione energetica: investimenti in risparmio energetico, energie rinnovabili, reti, stoccaggio ed elettrificazione. Consolidare questa transizione è nell’interesse strategico dell’Europa, non solo dal punto di vista climatico, ma anche in termini di sicurezza energetica e autonomia geopolitica.

L’avvio della guerra in Ucraina nel 2022 avrebbe potuto essere l’occasione giusta per l’UE per costruire una transizione energetica reale, basata sulle rinnovabili, sull’efficienza energetica e sul risparmio energetico. A vostro parere è la strada che l’UE sta intraprendendo con la guerra in Iran o si rischia di ripercorrere gli errori del recente passato?

La guerra in Ucraina ha messo in luce con forza le fragilità strutturali del sistema energetico europeo, ed ha posto l’Europa di fronte a una scelta che non poteva più essere rinviata: continuare a dipendere dai combustibili fossili importati o accelerare la transizione energetica.

La risposta iniziale dell’UE con il piano REPowerEU e l’impegno a eliminare progressivamente le importazioni di gas fossile russo sono stati passi importanti , seppur parziali, nella direzione giusta. Ma alcuni Stati membri hanno continuato a investire in infrastrutture fossili e a cercare nuove fonti di approvvigionamento di gas, di fatto rischiando di sostituire una dipendenza fossile con un’altra, invece di cogliere l’occasione per accelerare definitivamente la transizione. 

Oggi, con la guerra in Iran, il rischio di ripercorrere quegli stessi errori è reale. La pressione a firmare nuovi contratti fossili, in particolare per aumentare le importazioni di GNL statunitense come prevede l’accordo commerciale USA-UE ora in discussione in parlamento, insieme alle  richieste di allentare le norme climatiche in nome dell’emergenza, rischia di intrappolare l’Europa in nuove dipendenze e ritardare ancora la transizione. È esattamente il copione che abbiamo già visto. E sappiamo già come finisce. La differenza rispetto al 2022 è che oggi abbiamo ancora meno scuse. Le rinnovabili hanno già superato i combustibili fossili nella generazione elettrica europea. Gli strumenti ci sono. Come avevamo detto allora, e ripetiamo oggi: le società con energia rinnovabile accessibile a tutti non solo affrontano la crisi climatica, ma garantiscono la sicurezza energetica e rappresentano la migliore assicurazione contro i futuri aumenti dei prezzi energetici. Una transizione verso un sistema energetico al 100% rinnovabile è anche una transizione verso società più pacifiche. 

La mediatrice europea Teresa Anjinho ha avviato tre indagini nei confronti della Commissione per presunta inadeguata adesione ai principi della better regulation (sull’Omnibus I, sulla PAC e sulla lotta al traffico di migranti). Come abbiamo scritto su EconomiaCircolare.com, la mediatrice ha definito la risposta della Commissione “complessivamente costruttiva”. Qual è il parere di CAN Europe?

Le conclusioni della Mediatrice europea vanno nella direzione di quanto molte organizzazioni della società civile, tra cui CAN Europe, hanno sollevato fin dall’inizio del processo: la Commissione ha accelerato processi legislativi complessi senza adeguate valutazioni d’impatto, senza la valutazione di coerenza climatica richiesta dalla Legge europea sul Clima, e con consultazioni che hanno di fatto marginalizzato la società civile a favore dei rappresentanti delle grandi industrie.

Prendiamo atto che la risposta della Commissione sia stata giudicata “complessivamente costruttiva”. Ma le parole devono tradursi in fatti concreti. In occasione dell’ultimo Consiglio Europeo, invece, la Commissione ha promesso di rafforzare ulteriormente la spinta deregolatoria, sotto pressione degli Stati membri, Italia in testa, che hanno inserito nelle conclusioni la richiesta di nuovi pacchetti omnibus. Come CAN continuiamo a chiedere che qualsiasi modifica alla legislazione UE, anche in situazioni di urgenza, segua le procedure democratiche consolidate e rispetti standard minimi chiari, con il coinvolgimento reale della società civile e valutazioni di impatto che riflettano pienamente i costi dell’inazione, troppo spesso sottostimati a favore di una visione economica di breve periodo. 

Rinunciare a trasparenza e rigore scientifico non è semplificazione: è un danno che l’Europa infligge a se stessa e ai cittadini che rappresenta.

Nella scorsa legislatura è stato introdotto il principio DNSH, cioè il danno non significativo a livello ambientale, di cui i finanziamenti del Next Generation EU devono tener conto. In una lettera congiunta avete denunciato che tale principio non è adeguatamente presente nel bilancio a lungo termine proposto dall’UE (QFP 2028-2034). Cosa comporterebbe tale assenza? 

Al di là delle cifre principali, per garantire che il prossimo quadro finanziario pluriennale contribuisca realmente al raggiungimento degli obiettivi dell’UE in materia di clima e natura per il 2040, è essenziale basarsi sui tre principi qualitativi fondamentali stabiliti nell’attuale bilancio a lungo termine. In primo luogo, i fondi UE dovrebbero prevedere obiettivi di integrazione orizzontale precisi e stanziamenti specifici per il clima e la natura; in secondo luogo, gli investimenti finanziati tramite fondi UE dovrebbero, come minimo, evitare di compromettere gli obiettivi in ​​materia di clima e natura attraverso un’attuazione più rigorosa del principio “Non arrecare danni significativi” (DNSH), compresa l’esclusione permanente dei finanziamenti per i combustibili fossili dal bilancio UE; e in terzo luogo, i finanziamenti dedicati a una transizione socialmente equa dovrebbero essere tutelati ed ampliati. I tre principi cardine non sono pienamente rispettati in questa proposta. 

Pur accogliendo con favore un obiettivo di integrazione del clima del 35%, non sembra esserci un’esplicita e vincolante ripartizione dei fondi per la biodiversità e altri obiettivi ambientali. Complessivamente, sarebbe necessario un obiettivo di integrazione del verde del 50% per affrontare tutti gli obiettivi ambientali. Le garanzie, come il principio “Non arrecare danni significativi”, sono piene di eccezioni. La metodologia proposta per etichettare gli “investimenti verdi” comporta rischi significativi di greenwashing e le “esenzioni” aprono la porta ai sussidi ai combustibili fossili attraverso delle scappatoie. Oltre a ciò, il Fondo per una transizione giusta viene abolito e accorpato a piani di partenariato nazionali e regionali molto più ampi, senza una chiara ripartizione dei fondi per le regioni in transizione. Il prossimo bilancio dell’UE deve chiudere la porta agli investimenti inquinanti, fornire finanziamenti verdi reali e sostenere una transizione giusta per tutti.

Coi vari pacchetti Omnibus la Commissione tenta di incidere immediatamente su quello che ha definito “un contesto geo-economico globale impegnativo”. Inseguire le emergenze è la strada giusta per avere un’UE che sia più rapida o ci sono altre possibilità?

Dal punto di vista di CAN Europe, questa strategia della Commissione ha limiti molto chiari. 

Inseguire l’emergenza in nome della competitività non rende automaticamente l’UE più efficace. Piuttosto, gli Omnibus stanno indebolendo strumenti chiave del Green Deal (reporting, due diligence, piani climatici), la “semplificazione” è spesso in realtà riduzione degli obblighi e della responsabilità delle imprese e il processo è sbilanciato verso gli interessi industriali e poco trasparente.

L’emergenza di oggi deve piuttosto rimettere la bussola europea sui seguenti punti: 

    • Migliorare la qualità delle politiche, non ridurle. Ad esempio armonizzare davvero gli strumenti (evitare duplicazioni), chiarire gli standard, invece di restringerne il campo
    • Accelerare l’azione reale sul clima. Primo fra tutti la pianificazione dell’uscita dai combustibili fossili, elettrificazione ed efficienza energetica, investimenti pubblici per la transizione
    • Rafforzare trasparenza e accountability: mantenere obblighi di reporting e due diligence, garantire dati affidabili per investitori e cittadini
  • Coinvolgere di più la società civile.

Gli Omnibus puntano a velocizzare l’UE reagendo alle emergenze economiche. Noi sosteniamo che così si ottiene velocità a scapito della direzione e del cambiamento di sistema che la poli-crisi domanda. La vera alternativa è regole migliori, implementazione più rapida e maggiore ambizione climatica. La migliore “semplificazione” per l’Unione Europea è più coesione, un mercato unico e più coeso e non 27 diverse politiche e direzioni. Si inizia a riparlare oggi di una proposta per una roadmap “one Europe, one market”, sara’ questa la scelta che i 27 assieme faranno? 

Leggi anche: Morgera (Relatrice speciale ONU): “Nella transizione verde le stesse ingiustizie che hanno portato al cambiamento climatico”

Dove va l’UE? Qualche risposta al festival Le Parole Giuste

Di tutto questo e molto altro si parlerà al festival di giornalismo d’inchiesta ambientale Le Parole Giuste, che si terrà a Roma dal 27 al 29 marzo presso il locale del Monk (zona Tiburtina). Nello specifico il 28 marzo ci sarà uno specifico incontro, intitolato Bye Bye Green Deal:  deregulation e tutela ambientale in UE. Oltre a Chiara Martinelli, direttrice di CAN Europe, interverrà anche il direttore di EconomiaCircolare.com. L’incontro prevede la moderazione di Laura Greco, presidente di A Sud.

Questo talk, come tutte le iniziative che animeranno la tre giorni del festival, è ad accesso libero e gratuito.

Leggi anche: Come il pacchetto Omnibus rischia di peggiorare la tassonomia UE

 

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