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Per anni l’economia circolare è stata raccontata come una politica ambientale. Una sorta di estensione “verde” del sistema economico: più riciclo, meno rifiuti, maggiore attenzione ai consumi. Ma oggi qualcosa sta cambiando profondamente nel dibattito europeo. E il Circular Economy Act – di prossima pubblicazione – dell’Unione Europea rischia di diventare molto più di una semplice normativa ambientale.
Potrebbe essere, invece, il primo vero tentativo di costruire una politica industriale europea fondata sulla scarsità delle risorse. È questo il punto centrale emerso nelle ultime settimane da una serie di documenti, analisi e prese di posizione coordinate dalla Ellen MacArthur Foundation insieme non soltanto a ONG o centri di ricerca, ma a grandi imprese internazionali come LEGO Group, SAP e TOMRA. Aziende che chiedono apertamente alla Commissione Europea di accelerare sulla costruzione di un mercato unico della circolarità.
L’industria prima della politica?
Sembra che le imprese – alcune – abbiano capito qualcosa che la politica europea continua ancora a trattare in modo troppo timido: il modello lineare non è più economicamente stabile.
Abbiamo intervistato Filippo Montalbetti, VP Public Affairs for Central Europe di TOMRA (leader nella produzione di macchinari per la selezione dei rifiuti, per il deposito su cauzione e per il food) sui temi legati al Circular Economy Act. “Se l’Europa vuole che materiali riciclati di alta qualità circolino oltre i confini nazionali e competano con le risorse vergini, il primo requisito è un accesso affidabile a flussi di materiali puliti e ben caratterizzati. Questo parte da sistemi di raccolta efficaci e da una selezione avanzata” osserva Montalbetti.

L’Europa, infatti, importa enormi quantità di materie prime critiche. Dipende da catene di approvvigionamento fragili, geopoliticamente esposte e sempre più costose. Le crisi energetiche, la guerra commerciale globale e le tensioni internazionali hanno reso evidente una vulnerabilità strutturale del sistema produttivo europeo.
Ed è qui che la circolarità cambia significato. Non è più soltanto una questione ambientale. Può diventare una strategia industriale.
L’occasione del Circular Economy Act
Secondo la Commissione Europea, il Circular Economy Act punta a creare un vero mercato unico per le materie prime seconde, aumentando la disponibilità di materiali riciclati di alta qualità e stimolando la domanda interna europea. L’obiettivo dichiarato è raddoppiare il tasso di circolarità europeo: dal 12% attuale al 24% entro il 2030.
Dietro questa percentuale apparentemente tecnica si nasconde però una trasformazione enorme. Vuol dire ridurre la dipendenza europea dall’estrazione di nuove risorse, trattenere valore materiale dentro il continente, accorciare le filiere e ripensare completamente il rapporto tra produzione, consumo e scarti.
La vera novità è che oggi la Commissione Europea sembra voler collegare la circolarità direttamente alla competitività industriale. Un cambio di approccio evidente anche nel linguaggio utilizzato nei documenti ufficiali, dove il Circular Economy Act viene associato al Clean Industrial Deal e alla strategia europea per l’autonomia industriale.
Rischi e potenzialità
Ma c’è un problema enorme: l’Europa continua a essere frammentata.“Il principale ostacolo è la frammentazione – continua ancora Montalbetti, di TOMRA – Oggi le imprese si confrontano ancora con interpretazioni diverse tra gli Stati membri in materia di rifiuti, sottoprodotti, cessazione della qualifica di rifiuto, obblighi di responsabilità estesa del produttore e requisiti di rendicontazione. Questa frammentazione crea incertezza giuridica, aumenta i costi di transazione e scoraggia gli investimenti in infrastrutture circolari su larga scala”.
Uno dei punti più critici evidenziati dalla Ellen MacArthur Foundation riguarda proprio la mancanza di armonizzazione normativa tra gli Stati membri. Un materiale che in un Paese viene considerato “risorsa” in un altro può essere classificato come rifiuto. Un prodotto rigenerato può incontrare ostacoli burocratici enormi semplicemente attraversando i confini interni dell’Unione. In altre parole: il mercato unico europeo, quando si parla di economia circolare, oggi non è realmente unico. E questa frammentazione produce una conseguenza precisa: rende difficile scalare i modelli circolari.
Per anni l’Europa ha prodotto eccellenti sperimentazioni: startup innovative, distretti industriali avanzati, nuove tecnologie di recupero, sistemi di riciclo sofisticati. Ma troppo spesso queste esperienze restano isolate, incapaci di trasformarsi in infrastruttura economica continentale.
La circolarità europea rischia così di vivere in una dimensione permanente di progetto pilota. È esattamente qui che il Circular Economy Act potrebbe rappresentare un passaggio decisivo.
Montalbetti immagina potenzialità e rischi del Circular Economy Act. “Può certamente diventare una leva di competitività industriale, ma solo se sarà concepito e attuato come politica industriale, non soltanto come politica ambientale. L’Europa comprende sempre più che la circolarità riguarda resilienza, sicurezza delle risorse, decarbonizzazione e competitività. Un Circular Economy Act ben progettato può contribuire a creare un vero mercato unico delle materie prime secondarie, ridurre la dipendenza dalle risorse importate, rafforzare le catene del valore europee e rendere i materiali riciclati un input industriale più affidabile.”
Di contro, osserva ancora Montalbetti, “il rischio, tuttavia, è reale se l’Act resta concentrato soprattutto sugli obiettivi di gestione dei rifiuti senza affrontare la progettazione del mercato. Se la circolarità viene trattata solo come una questione di conformità ambientale, l’Europa potrebbe migliorare obblighi e rendicontazione senza risolvere le barriere strutturali che impediscono ai materiali circolari di crescere nel mercato.”
Il nuovo paradigma del Circular Economy Act
Nel white paper pubblicato dalla Ellen MacArthur Foundation vengono indicate tre direttrici molto chiare: creare un vero mercato unico europeo per prodotti e materiali circolari, utilizzare leve fiscali e di domanda per rendere le soluzioni circolari economicamente più convenienti e trattare la circolarità come una strategia industriale centrale.
Ed è proprio quest’ultimo punto a cambiare radicalmente il quadro. Perché considerare l’economia circolare una politica industriale significa accettare che il mercato, da solo, non correggerà le proprie inefficienze materiali.
Oggi le materie prime vergini continuano spesso a costare meno dei materiali riciclati. Non perché siano più efficienti, ma perché il loro prezzo non incorpora i costi ambientali e geopolitici reali. È una distorsione economica gigantesca che continua a favorire il modello lineare.
Per questo molte imprese chiedono nuove regole europee capaci di agire sui segnali economici: fiscalità, standard comuni, appalti pubblici, incentivi alla progettazione circolare, criteri armonizzati per i materiali secondari. “Per le aziende che cercano di costruire modelli circolari industriali a livello europeo, l’assenza di regole armonizzate significa che il mercato resta più piccolo, più rischioso e meno prevedibile di quanto dovrebbe essere,” afferma ancora il VP Public Affairs for Central Europe di TORMA.
Anche BusinessEurope sottolinea come la competitività industriale europea dipenderà sempre più dalla capacità di integrare efficienza delle risorse e innovazione industriale.
Il punto centrale diventa allora un altro: la circolarità non può essere ridotta al riciclo. Anzi, il rischio è proprio questo.

Continuare a raccontare l’economia circolare esclusivamente attraverso la gestione dei rifiuti significa perdere il cuore del problema. La vera trasformazione si gioca molto prima: nella progettazione dei prodotti e nella catena durabilità/riparabilità/modularità/riutilizzo/ remanufacturing. Sono questi gli elementi che determinano la possibilità di mantenere valore economico e materiale nel tempo.
La circolarità e la logica del valore a lungo termine
Nel white paper pubblicato dalla Ellen MacArthur Foundation, il design circolare viene definito una “precondizione” per il riuso di qualità e per l’effettiva circolazione dei materiali. Ed è qui che emerge una contraddizione profonda del capitalismo contemporaneo. Per decenni abbiamo costruito economie basate sull’accelerazione continua dei cicli di consumo. Prodotti progettati per essere sostituiti rapidamente. Obsolescenza tecnica e culturale. Massimizzazione delle vendite attraverso la riduzione della durata.
La circolarità, invece, propone una logica opposta: mantenere valore il più a lungo possibile. E non è un caso che proprio settori come packaging, elettronica, batterie e tessile siano oggi al centro del dibattito europeo. Sono filiere ad altissimo consumo di materiali, enormemente dipendenti dalle importazioni e strategiche per la transizione energetica e digitale.
Come sottolinea anche Packaging Europe, molte aziende chiedono strumenti concreti per creare domanda stabile di materiali riciclati e garantire standard comuni di qualità. Per questo la questione non riguarda più soltanto la sostenibilità ambientale. Riguarda il controllo delle risorse, afferma Montalbetti di TOMRA, “la circolarità viene spesso riconosciuta come strategicamente importante, ma non sempre trattata con la stessa priorità politica e finanziaria riservata ad altri obiettivi industriali. Servono incentivi regolatori e fiscali allineati, una semplificazione dell’attuazione della responsabilità estesa del produttore e criteri armonizzati per la cessazione della qualifica di rifiuto, così da rendere scalabili i modelli di business circolari”.
Possibili scenari
In questo scenario, il Circular Economy Act potrebbe diventare il tentativo europeo di costruire un nuovo modello produttivo dentro i limiti materiali del pianeta. La vera domanda è se l’Europa riuscirà a farlo in fretta. I competitor a livello globale si stanno muovendo rapidamente. La Cina investe massicciamente nel recupero strategico delle materie prime critiche e gli Stati Uniti stanno rilanciando politiche industriali aggressive. L’economia di guerra e le tensioni globali stanno trasformando le risorse in strumenti di potere geopolitico.
Anche EuRIC — la confederazione europea delle industrie del riciclo — insiste sulla necessità di creare condizioni economiche favorevoli ai materiali secondari e di eliminare le barriere interne alla loro circolazione.
Un punto critico e allo stesso tempo interessante è che oggi la richiesta di accelerazione arriva dal cuore stesso del sistema industriale. Non certo per idealismo, ma per necessità economica. Molte imprese stanno comprendendo che la competitività futura dipenderà sempre meno dalla capacità di estrarre nuove risorse e sempre più dalla capacità di conservare valore materiale dentro i sistemi economici.
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