Sul Circular Economy Act, la legge quadro sull’economia circolare attesa dopo l’estate, la Commissione europea sta andando nella direzione sbagliata – ma c’è ancora tempo per correggere la rotta. A dirlo è l’European Environmental Bureau (EEB), che punta il dito sull’assenza di pianificazione da parte delle istituzioni europee.
In particolare a essere messa sotto accusa è il processo di consultazione che ha portato alla definizione di una bozza che ha imposto, scrive l’EEB, “una visione ristretta”. Col risultato che in questo modo si mettono da parte “gli aspetti che hanno il più grande potenziale per creare posti di lavoro di qualità e offrono i più alti rendimenti sia per l’industria che per i consumatori al minor costo ambientale: prevenzione, riutilizzo e riparazione dei rifiuti”.
Per Marco Musso, vice responsabile politico per l’economia circolare presso l’European Environmental Bureau, e che che ha partecipato al confronto con la Commissione europea, “quello che stiamo vedendo assomiglia molto più a una legge sulla gestione dei rifiuti che a un vero e proprio atto di economia circolare. Il riciclo ha il suo posto ma è un’ultima risorsa, non l’unica strategia. Una vera economia circolare – ha aggiunto Musso – inizia con la prevenzione, il riuso e la riparazione, ma mancano quasi del tutto dell’approccio della Commissione. Se questa è la direzione di marcia, la legge rimarrà una promessa infranta”.
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Di cosa parla la bozza del Circular Economy Act
Al momento la bozza del Circular Economy Act è nella fase del Trilogo, il confronto a tre tra Commissione, Parlamento e Consiglio. Recentemente al Parlamento europeo la Commissione ha spiegato che le misure incluse nell’accordo quadro sull’ambiente potrebbero basarsi su tre pilastri: la modifica della direttiva quadro sui rifiuti e della direttiva sulle discariche, la modifica della direttiva sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche e la valutazione di misure aggiuntive (ad esempio l’armonizzazione delle imposte ambientali e dei requisiti per la gestione dei rifiuti di estrazione).

L’obiettivo dichiarato è di “raddoppiare il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’UE al 24% entro il 2030, rendendo la circolarità un elemento centrale del completamento del mercato unico, della resilienza industriale e dell’autonomia strategica”. In pratica si vorrebbe creare un mercato unico per i 27 Stati membri dell’UE, relativamente alle materie prime seconde, in modo da ridurre la dipendenza strategica dell’UE dalle risorse provenienti da Paesi terzi.
Sono tante le sfide strutturali che il Circular Economy Act dovrà provare ad affrontare (e che abbiamo raccontato molte volte anche sul nostro portale): dalla filiere delle prime critiche, dove l’UE è ancora molto indietro, alla scarsa riduzione nel consumo assoluto delle risorse naturali, dall’efficienza ancora bassi in molti settori della circolarità (come dimostra il mancato scatto in avanti della responsabilità estesa del produttore, specie sul tessile) ai rischi per la salute che comporta un eccessivo affidamento sul riciclo.
Ma appunto, secondo l’European Environmental Bureau, le istituzione europee sulla circolarità rischiano di scontare una sorta di bias cognitivo, oltre ovviamente alle pressioni industriali di chi vuole depotenziare la carica innovativa e di trasformazione sistematica dell’economia circolare.
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Troppa attenzione al riciclo e al mercato
In questi mesi sono stati tanti gli appelli alla Commissione europea per migliorare il Circular Economy Act. Una vasta gamma di organizzazioni della società civile, imprese e persino Stati membri dell’UE hanno chiesto che la prevenzione, il riutilizzo e la gestione responsabile delle risorse siano aspetti cruciali della nuova, e tanto attesa, legge quadro sull’economia circolare.
Al contrario, finora l’attenzione della Commissione è stata fortemente orientata al riciclo e all’armonizzazione del mercato, mentre si è limitata ad accennare questioni fondamentali come la sovrapproduzione, il consumo eccessivo e l’uso insostenibile delle risorse. Tuttavia, avverte l’EEB, “queste sono le stesse questioni che espongono l’UE a nuove vulnerabilità geopolitiche e dipendenze materiali che minacciano la resilienza delle nostre società e la competitività a lungo termine dell’industria europea”.
Prima la guerra in Ucraina e poi la guerra in Iran hanno confermato, se mai ce ne fosse bisogno, che il modello di sviluppo in cui viviamo non è riformabile, e che serve sostituirlo con visioni e metodi ed economie di scala che sono già note e immediatamente applicabili. Già nel 2024, tra l’altro, l’Agenzia europea dell’ambiente aveva esortato i responsabili politici ad andare oltre un approccio basato sulla gestione dei rifiuti e ad affrontare l’uso delle risorse in modo più diretto.

Secondo l’European Environmental Bureau la Commissione ha ascoltato il messaggio ma la questione è “se agirà su di esso”. In ogni caso l’EEB lascia ancora spazio all’ottimismo. “C’è ancora tempo per correggere la rotta – afferma Marco Musso, vice responsabile politico per l’economia circolare presso l’European Environmental Bureau – La legge non è stata ancora pubblicata. La Commissione può ancora ampliare la sua ambizione, ascoltare il coro di voci che chiedono un’autentica circolarità e fornire una legislazione che affronti i reali motivi della gestione insostenibile delle risorse”.
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Il focus a “Intelligenza circolare”
Di questi e altri temi si parlerà nel corso della seconda edizione di Intelligenza Circolare, l’evento internazionale in programma il 1° ottobre 2026 a Roma, che EconomiaCircolare.com organizza con ISIA Roma Design come espressione del lavoro del proprio osservatorio sulla transizione ecologica e digitale.
L’edizione 2026 dedicherà particolare attenzione ad alcuni passaggi europei decisivi — dal futuro Circular Economy Act all’attuazione del Regolamento Ecodesign, fino alla Strategia per la Bioeconomia — proseguendo un confronto che nella prima edizione ha già coinvolto imprese, istituzioni, società civile e centri di ricerca anche da Belgio, Argentina, Brasile ed Ecuador, valorizzando più di quaranta best practice ecoinnovative.
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