È ancora aperta la partita sul futuro della chimica di base italiana. Il prossimo appuntamento è fissato nuovamente per il 30 luglio (dopo un primo rinvio ad inizio mese), quando al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) si terrà il tavolo di monitoraggio sul piano di riconversione di Versalis, alla presenza delle Regioni Puglia e Sicilia e dei soggetti firmatari del protocollo del 10 marzo 2025. All’incontro, però, non è stata convocata la Filctem Cgil, il sindacato che più di tutti ha contestato il piano di trasformazione industriale presentato da Eni.
Proprio la composizione del tavolo è diventata un nuovo terreno di scontro. Il ministero sostiene infatti che saranno presenti tutti i firmatari del protocollo del 10 marzo, escludendo Filctem Cgil perché non avrebbe sottoscritto l’accordo, mentre il sindacato contesta l’esclusione affermando che neppure la Regione Puglia avrebbe firmato ma sarebbe stata comunque convocata.
Secondo il segretario generale della Filctem, Marco Falcinelli, non esistono precedenti di una simile esclusione nella storia delle relazioni industriali italiane, come ha ricordato durante l’incontro “Chimica: quale futuro per l’industria delle industrie?”, organizzato dalla CGIL a Brindisi il 19 giugno.
La rappresentanza dei lavoratori, sostengono i sindacati, viene stabilita dal consenso espresso nelle fabbriche e non può essere determinata né da Eni né dal Ministero.
Al centro della discussione c’è infatti il destino del polo industriale di Brindisi, dove l’impianto di cracking di Versalis, che produceva etilene, è stato definitivamente chiuso lo scorso 13 luglio.
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L’addio di Eni alla chimica arriva da lontano
Dopo la decisione di Eni di fermare l’impianto e metterlo in conservazione, infatti, il consulente JP Morgan (la più grande banca statunitense e una delle principali istituzioni finanziarie a livello globale, nda) è stato incaricato come advisor di valutare eventuali investitori interessati a rilevare l’attività. Una richiesta – quella di individuare un acquirente internazionale – rivendicata dal sindacato fin dal protocollo di marzo 2025 e accolta dal governo solo ad aprile 2026, di fronte alla volontà netta di Eni di chiudere gli impianti. Ma come ha sottolineato il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, durante l’evento che si è svolto a Brindisi, “JP Morgan non si è ancora recato a vedere l’azienda”. Il timore è quindi che al 30 luglio non ci siano novità da condividere con i lavoratori.

Si tratta di una vicenda che racconta molto di come il governo stia affrontando la politica industriale dell’Italia: senza pianificazione e dalla parte delle imprese. Per i sindacati, infatti, non si tratta soltanto della chiusura di un impianto ma dell’ultimo capitolo di un progressivo ridimensionamento della chimica italiana iniziato decenni fa. Bisogna ascoltare il resoconto delle vicissitudini dell’industria chimica italiana che il presidente dell’Istituto di Ricerca Economica e Sociale Emilia-Romagna, Giuliano Guietti, restituisce alla platea di lavoratrici e lavoratori riuniti a Brindisi per farsi un’idea.
Guietti afferma che “dal fallimento di Enimont in avanti, Eni ha considerato l’industria chimica una zavorra di cui liberarsi”, e ricorda alcuni episodi storici chiave del comparto legato a Eni. “Nei primi anni 2000 si è tentata la cessione integrale agli arabi della Sabic. Più recentemente è fallita invece l’operazione con il fondo americano SK Capital e in questo caso possiamo dire che forse è stata una fortuna perché a quel fondo si voleva affidare il compito di dismettere e svendere”.
Già nel 2002 Eni stava riorganizzando le attività nella nuova Polimeri Europa e aveva avviato una trattativa con il gruppo saudita SABIC per la cessione della quota di maggioranza. La trattativa, confermata anche in sede parlamentare, non arrivò però a conclusione e Polimeri Europa rimase nel perimetro del gruppo. Oltre dieci anni dopo Eni avrebbe tentato nuovamente di trovare un acquirente, questa volta con il fondo americano SK Capital, anche questa volta senza successo per mancanza di garanzie da parte del fondo e con soddisfazione da parte dei sindacati.
“Anche quando sono stati avviati o più che altro annunciati, alcuni timidi piani di investimento”, continua il presidente dell’Ires, “lo si è fatto non per lo sviluppo industriale ma per rendere appetibile qualche comparto e quindi poterlo vendere più facilmente”.
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La versione a sei zampe sulla chimica
Ascoltato il 16 luglio in Commissione attività produttive alla Camera, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha affermato che la chimica di base tradizionale europea, fondata sul cracking e sulla produzione di polimeri da materie prime fossili, è ormai fuori mercato. L’amministratore delegato di Eni ha attribuito la crisi del settore agli elevati costi energetici, sostenendo che il gas in Europa arrivi a costare fino a sette volte più che negli Stati Uniti, e a una scala produttiva non più competitiva rispetto ai grandi operatori globali.
Ma nel suo intervento ha puntato il dito anche contro le istituzioni europee, affermando che la Commissione avrebbe “fatto di tutto per distruggere la chimica”, attraverso un quadro regolatorio che, a suo giudizio, ha reso sempre meno conveniente produrre in Europa.
Secondo Descalzi, Versalis ha accumulato circa 9 miliardi di euro di perdite negli ultimi vent’anni. Da qui la scelta di chiudere progressivamente la chimica di base e riconvertire il gruppo verso la chimica circolare, la biochimica e nuove produzioni, come la gigafactory per sistemi di accumulo che è stata inaugurata il 6 luglio a Brindisi. Un percorso che, assicura Eni, consentirà di mantenere i livelli occupazionali senza licenziamenti, “come già avvenuto nelle riconversioni delle raffinerie di Gela e Porto Marghera”.
Quello che non quadra
Secondo quanto riportato da Guietti durante l’evento della Cgil, però, a causa di decenni di ristrutturazioni, gli addetti della chimica di Eni sono già passati da oltre 30mila a circa 7mila, con una perdita enorme di competenze qualificate.
Inoltre Versalis ha fatto comunque ricorso di aiuti di Stato: secondo il registro nazionale degli aiuti di Stato, dal 2018 a oggi Versalis avrebbe risparmiato quasi 82 milioni grazie alle agevolazioni a favore delle imprese a forte consumo di energia elettrica.
Si tratta di riduzioni degli oneri generali di sistema, crediti d’imposta specifici e l’accesso a forniture di energia a prezzo calmierato che le aziende energivore possono richiedere allo Stato in caso di difficoltà come durante la crisi sui prezzi dell’energia che stiamo vivendo.
Nel frattempo, l’inaugurazione della gigafactory di accumuli stazionari, sviluppata da Eni in collaborazione con la società Seri Industrial a Brindisi, non garantisce da sola i livelli occupazionali, almeno secondo i sindacati esclusi dal tavolo di lavoro.
Da parte sua l’azienda ha assicurato che il piano di trasformazione sarà attuato entro cinque anni e prevede investimenti per oltre 2 miliardi di euro, con una riduzione di circa 1 milione di tonnellate di CO₂, pari al 40% delle emissioni di Versalis in Italia.
Il Mimit ha garantito il massimo supporto all’operazione, istituendo, d’intesa con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, un tavolo di coordinamento e monitoraggio per l’attuazione del Piano Eni. L’obiettivo è garantire il rispetto di tutti gli impegni assunti, inclusi i tempi di realizzazione, la tutela dei livelli occupazionali e l’impatto sulla filiera a valle e sull’indotto.
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L’effetto domino della chiusura del cracking
Tutto bene? Non proprio. Il timore è che la chiusura del cracking possa far collassare l’intera filiera industriale e provocare un progressivo svuotamento del polo petrolchimico. I principali rischi occupazionali e industriali evidenziati riguardano l’effetto domino sulle altre imprese.
Come ha denunciato la Cgil, con la chiusura di Versalis viene meno la produzione dell’unità di polietilene che consente le forniture essenziali necessarie per far funzionare gli altri stabilimenti, sia nella stessa area industriale, come quello di LyondellBasell, altro petrolchimico specializzato nella produzione delle resine di propilene, che quelli nelle altre regioni italiane come l’Emilia-Romagna, dove ci sono ancora impianti di Versalis attivi.
Come riporta IlSole24ore, proprio Basell lascerà Brindisi entro la fine dell’anno. “Lo spegnimento dell’impianto di cracking di Eni Versalis ha privato il sito dell’azienda della materia prima necessaria alla sua attività, determinando una sorta di effetto domino ampiamente previsto per questo polo dove tutte le attività sono fortemente integrate e collegate tra loro. A rischio, così, anche altre aziende presenti nel petrolchimico che occupa quasi 2.500 lavoratori, tra diretti e indotto”, riporta il giornale economico.

“Se si prosegue lungo questa direzione dopo Brindisi, è facile immaginare quale sarà la prossima vittima designata: Ferrara e in particolare le sue produzioni di poliolefine”, profetizza tristemente Guietti. “Anche in questo caso, come Basell per Versalis, a farne le spese sarà in qualche misura anche il Centro Ricerche Giulio Natta di Ferrara, uno dei siti di ricerca chimica più importanti del mondo. Il luogo dove è stato inventato il polipropilene. E poi l’effetto domino, è facile immaginare, non si fermerebbe qui. Forse, come ha scritto qualcuno, la storia del petrolchimico di base italiano è giunta davvero ai titoli di coda, con tutte le conseguenze pesanti che questo comporterebbe per l’insieme del sistema economico industriale del nostro Paese”, sostiene il presidente dell’Ires.
D’altra parte, Marco Falcinelli, segretario generale della Filctem Cgil, ha espresso una condanna durissima verso il governo per la gestione della vertenza Versalis, accusando da un lato i vertici aziendali di propinare “misere bugie” riguardo ai piani per sostenere il settore, e lo Stato di essere doppiamente assente, sia come azionista di maggioranza di Eni che come garante della competitività nazionale, appaltando alle imprese le politiche industriali del Paese.
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