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lunedì, Luglio 26, 2021

Ridare vita ai suoli: la scelta di campo dell’agricoltura rigenerativa

Gli antichi saperi delle comunità rurali latinoamericane si intrecciano con le migliori tecniche agronomiche e con le conoscenze scientifiche per ridare fertilità al suolo e centralità al ruolo degli agricoltori

Alessandro Coltré
Giornalista pubblicista, si occupa principalmente di questioni ambientali in Italia, negli ultimi anni ha approfondito le emergenze del Lazio, come la situazione romana della gestione rifiuti e la bonifica della Valle del Sacco. Dal 2019 coordina lo Scaffale ambientalista, una biblioteca e centro di documentazione con base a Colleferro, in provincia di Roma. Nell'area metropolitana della Capitale, Alessandro ha lavorato a diversi progetti culturali che hanno avuto al centro la rivalutazione e la riconsiderazione dei piccoli Comuni e dei territori considerati di solito ai margini delle grandi città.

Nel mondo contadino marzo è sinonimo di cura, di protezione e di preparazione del terreno. In questo momento, tra i filari di un vigneto, o nelle vicinanze di un albicocco, ci sarà certamente qualcuno che avrà deciso di non bruciare sfalci e rami secchi ma di sminuzzarli e interrarli, concedendo così agli scarti della potatura invernale la possibilità di contribuire a una missione importante: nutrire il suolo. Quella appena descritta è una pratica di agricoltura organica-rigenerativa, e la spiegazione di questo termine poteva essere affidata soltanto a un esempio concreto. Del resto, come racconta nel suo libro l’agronomo Matteo Mancini dell’Ong milanese Deafeal, l’agricoltura organica e rigenerativa “è nata prima nei campi, nelle vigne, negli uliveti di tante aziende e poi, maturando, ha deciso chi era, dove voleva andare e come si chiamava”.

Cos’è l’agricoltura organica e rigenerativa

Uscito nel 2019 per Terra Nuova Edizioni, “Agricoltura organica e rigenerativa, oltre il biologico: le idee, gli strumenti e le pratiche per un’agricoltura di qualità” di Matteo Mancini ha il pregio di condensare in un unico volume le riflessioni, i principi e le tecniche di una disciplina che gli esperti di Deafal hanno valorizzato e praticato durante tanti progetti di cooperazione internazionale per la difesa e la diffusione dell’agricoltura contadina. Attiva da quasi venti anni con programmi di sviluppo sociale ed economico dei piccoli produttori in Sud America, Deafal ha portato in Italia una serie di teorie e pratiche agricole diffuse e studiate da Jairo Restrepo Rivera, agronomo colombiano di Mashumus, una rete di ricercatori internazionali esperti di produzione organiche che aiuta a svincolare i piccoli produttori dall’utilizzo di fattori di produzione esterni. “La proposta dell’agricoltura organica è molto dinamica perché non prevede solo l’utilizzo della tecnologia. L’agricoltura organica non è una sommatoria di tecniche applicate, ma utilizza degli strumenti per fare un’agricoltura locale, puntuale e culturale, dove c’è dinamismo e diversità. Senza la materia organica non c’è vita ed è importante custodire la relazione tra chi abita il suolo e chi lo coltiva”.

Lavorare per nutrire un ecosistema

Le parole di Rivera, rilasciate qualche anno in un’intervista per Terra Nuova, restituiscono la filosofia contenuta nell’agricoltura rigenerativa: conservazione profonda della terra, cultura, lavorare per nutrire un ecosistema, considerando il suolo come una risorsa e non una mera superficie d’azione per le attività umane. “All’inizio, una decina di anni fa, non sapevamo di star praticando l’AOR (agricoltura organica-rigenerativa, ndr.), perché avevamo scelto di non imbrigliarci dentro marchi disciplinari, ma volevamo apprendere senza restrizioni e imposizioni, mettendo sul fuoco tutta la conoscenza che avevamo a disposizione”, racconta Mancini nel libro. Così, gli antichi saperi delle comunità rurali latinoamericane si sono intrecciati con le migliori tecniche agronomiche e con le conoscenze scientifiche; un innesto di approcci e di esperienze agricole differenti capace di ridare fertilità al suolo e centralità al ruolo degli agricoltori. “Rigenerare i suoli per rigenerare la società” rappresenta infatti l’impegno, l’orizzonte e la visione delle ricercatrici e dei ricercatori di Deafal in ogni attività di assistenza alle aziende agricole. Ma come fa un produttore del nostro Paese a praticare gli insegnamenti dell’agronomo colombiano? Possibili risposte le troviamo nelle attività dei quasi 3.000 produttori italiani che Deafal ha formato e seguito negli ultimi dieci anni. Conoscere alcune di queste aziende è anche il modo migliore per entrare in confidenza con un po’ di pratiche di agricoltura rigenerativa.

L’allarme della Fao

Garante del 95 % della produzione del cibo mondiale, custode di oltre un terzo della biodiversità e grande bacino di stoccaggio di carbonio, secondo soltanto agli oceani, il suolo concede una serie di servizi ecosistemici indispensabili per la vita sulla terra, eppure il suo stato di salute rivela quanto questa risorsa sia trascurata e semplicemente calpestata. Secondo la Fao il 30% dei suoli mondiali è fortemente degradato, reso infertile anche per colpa del modello agricolo intensivo, dove l’omogeneità dei campi coltivati in modo industriale coincide spesso con l’utilizzo massiccio di pesticidi, prodotti di sintesi e con l’impiego di mezzi agricoli pesanti. Un eccessivo compattamento del suolo condiziona negativamente molte delle sue funzioni tra cui l’alterazione e l’abbassamento dei livelli di porosità del terreno, con una conseguente diminuzione della crescita delle radici e una scarsa capacità di assorbimento dell’acqua. Un terreno lasciato spoglio e troppo compatto dall’aratura accelera la decomposizione della sostanza organica e libera CO2 in atmosfera. Non solo: oltre ad essere un alleato indebolito contro il cambiamento climatico, “un terreno scoperto – ricorda Nora Levi di Deafal su ortodacoltivare.it – è più esposto a pioggia e vento, aumentando l’erosione e il rischio di dissesti idrogeologici, soprattutto se in pendenza”.

Le colture di copertura e il sovescio tra le uve cesanesi

Ma a proteggere la terra arrivano in soccorso le colture di copertura, ossia una serie di specie vegetali che non sono destinate alla raccolta ma vengono coltivate per sostenere la fertilità del suolo. Questa pratica di agricoltura organica e rigenerativa stende e fa crescere un lenzuolo verde di leguminose, di graminacee e di altre specie vegetali che contribuirà ad arricchire lo strato di sostanza organica, a trattenere l’acqua e ad aumentare la biodiversità.

Le colture di copertura, dette anche cover crops, possono essere utilizzate su un terreno “a riposo”, oppure in un frutteto o in un vigneto, formando così un percorso erboso ai piedi delle coltivazioni perenni. Una dimostrazione dell’efficacia di questo metodo ci arriva dalle terre del vino cesanese del Piglio, in provincia di Frosinone. È qui che Gabriella Grassi e Stefano Matturro, titolari dell’azienda vitivinicola l’Avventura hanno sperimentato l’utilizzo delle colture di copertura nei loro 18 ettari di vigna, coltivata interamente con l’approccio organico e rigenerativo. Grazie a un percorso formativo e a tante missioni sul campo curate da Matteo Mancini di Deafal, le viti dell’Avventura hanno condiviso la propria terra con le piante di orzo e di favino, messe a dimora tra i filari e successivamente interrate nel suolo con la tecnica del sovescio. Queste colture hanno donato all’azienda ciociara un concime naturale, un apporto di biomassa prezioso, una diminuzione delle erbe spontanee e soprattutto hanno ridotto il problema dell’erosione del suolo legato principalmente alla pendenza degli appezzamenti. Oggi le bottiglie nate nella cantina dell’Avventura partecipano a fiere importanti del settore vinicolo, si posizionano nei mercati internazionali, vincendo premi e riconoscimenti importanti per la loro qualità e per i livelli di sostenibilità. E ogni etichetta DOCG è la dimostrazione di quanto un ecosistema sano, con un suolo più ricco e protetto, sia anche una concreta opportunità lavorativa e di economia locale.

Il pascolo razionale Voisin tra le colline reatine

Per introdurre un’altra tecnica organica e rigenerativa dobbiamo dirigerci verso Rieti e raggiungere la collina di Ponzano di Cittaducale, tra le valli dei fiumi Salto e Velino, dove nel centro di produzione sostenibile dell’agriturismo Tularù troviamo una ventina di bovini che donano un esempio di pascolo razionale. Questa tecnica prevede uno spostamento permanente del bestiame, con delle soste su uno stesso appezzamento di terra che non superano i due giorni. Gli animali torneranno una seconda volta sul medesimo terreno dopo uno o due mesi, cioè soltanto quando il manto erboso sarà di nuovo adatto al pascolo. Senza mucche che brucano, l’erba e le varie colture saranno libere di crescere, mentre gli amici erbivori si avvicineranno maggiormente al loro comportamento naturale, ossia a un movimento costante su terreni differenti. Con questa pratica si migliora il pascolo, si ottiene un concime naturale di grande qualità, si aumenta la capacità di trattenere CO2 e si eliminano le arature, gli interventi invasi e i fertilizzanti chimici. Il pascolo razionale viene spesso associato al nome del biochimico francese André Voisin, pioniere di questa teoria (tanto che oggi si parla anche di pascolo Voisin) che nel 1957 nel suo volume “La produttività dell’erba” consegnò una riflessione sull’impatto ambientale dei sistemi di allevamento e sui pericoli della degradazione del suolo causata dall’agricoltura intensiva, proponendo un cambio di paradigma nella gestione del bestiame.

Questo modello intelligente e integrato di allevare consente alla realtà del reatino di produrre una carne rossa Grass Fed, ossia proveniente da bovini che restano al pascolo per l’intera vita. Una carne sostenibile che fa del benessere animale un valore imprescindibile. Insieme agli agronomi di Deafal, in qualità di consulenti, la sperimentazione del pascolo razionale Voisin fatta a Tularù è anche al centro di un progetto di ricerca coordinato dall’Università della Tuscia che punta a introdurre questa tecnica negli allevamenti bovini e ovini nella Regione Lazio. Grazie al lavoro quotidiano dei difensori del suolo, l’agricoltura organica e rigenerativa fa dunque scuola e si diffonde anche nel cuore dell’Italia.

Economia qualitativa e di comunità

A prendersi cura dei pascoli e della mandria ci sono Alessandra Maculan insieme al marito Miguel Aceseb Tosti, giovane coppia che anima Tularù. Il loro primo incontro con l’agricoltura rigenerativa è avvenuto nel 2016, quando Miguel decide di ridare vita alla fattoria e ai 40 ettari di terra dei suoi nonni, recuperando varietà di grani antichi e facendo germogliare relazioni tra produttori locali, in una zona che ha dovuto fare i conti prima con lo spopolamento e poi con il sisma. Miguel e Alessandra hanno seminato il “Rieti”, un’antica varietà di grano locale, oggi protagonista della “Filiera dei Grani Antichi del Reatino” che coinvolge 25 aziende agricole, 2 forni e un pastificio, uniti per la valorizzazione dei prodotti del territorio. “Tularù nasce con la voglia di raccogliere la sfida del cambiamento e della transizione da un’economia basata sulla produzione intensiva a un’economia qualitativa e di comunità. Vogliamo creare un centro in cui il valore economico risulti dalla considerazione ed espressione del valore culturale e sociale che ogni processo produttivo e ogni atto di consumo porta con sé, un luogo di sperimentazione per modelli sociali virtuosi” spiegano Miguel e Alessandra sul loro sito. Parole che si trasformano in materie prime di qualità per un cerchio produttivo sostenibile e a chilometro zero. E così Tularù, il richiamo usato della nonna di Miguel per farlo venire a tavola, adesso evoca una storia di rigenerazione territoriale; di una comunità che sa unire e avvolgere, come solo il pane sa fare.

Tutto il potere del compost, un tool per le aziende 

La presenza del compost in un’azienda agricola rappresenta una condizione necessaria per offrire sostanza organica al terreno. In un approccio organico e rigenerativo si cerca di prediligere l’utilizzo di compost autoprodotto con i residui delle varie attività: ramaglie, paglia e potature si mescolano agli scarti dei raccolti, al letame e al cippato, in una cooperazione circolare che porta alla creazione di un cumulo prezioso per la fertilità dei suoli. I materiali che formano il compost vengono di solito divisi in strutturanti, nutrizionali e additivi. Gli scarti degli ortaggi sono un esempio di materiale nutrizionale, mentre tipici strutturanti possono essere i rami e i piccoli pezzi di legno che finiscono nella miscela, fornendole porosità e circolazione d’aria, dunque di ossigeno. Gli additivi sono preparati naturali che stimolano l’attività dei batteri e dei lombrichi, che per il loro lavorio richiedono un buon rapporto tra azoto e carbonio, prestando attenzione a equilibrare le quantità di materiali usate per il compost.

Per aiutare le aziende che coltivano biologico a scegliere il compost adatto a una specifica coltura, il Consorzio italiano compostatori – realtà che riunisce più di cento produttori di compost e di gestori di impianti di compostaggio – ha di recente lanciato un tool online: in base alle informazioni sulla tipologia di suolo inserite sul portale del consorzio, questo strumento calcola il quantitativo e la modalità di distribuzione del compost sul campo.

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