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venerdì, Aprile 19, 2024

America in bilico. Doppia incertezza, sul presidente e sulle scelte economiche per il futuro

L'economia circolare è la grande assente nella campagna elettorale statunitense: un'opportunità persa per i candidati ma soprattutto per gli americani. Dalla nostra corrispondente a New York

Maurita Cardone
Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

Dispiace (anche se non sorprende) doverlo constatare, ma l’economia circolare non è comparsa né nelle agende dei due candidati alla presidenza USA né nel dibattito pubblico. Eppure lo spazio politico per iniziare a far entrare questi temi nella conversazione esiste e, se i risultati fossero a favore dei democratici, i prossimi anni potrebbero vedere un’apertura dell’economia americana verso questi modelli.

Con Trump addio agli accordi di Parigi
Nei quattro anni di amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno fatto enormi passi indietro sulle questioni ambientali: il presidente in carica si è detto spesso scettico rispetto alle cause antropogeniche dei cambiamenti climatici e predilige modelli in cui è il mercato a decidere. Il candidato democratico Joe Biden, per parte sua, propone un piano ambientale (lo puoi leggere qui) che prende spunto dal Green New Deal, limandone alcuni aspetti più radicali, ma promettendo un’economia a emissioni zero entro il 2050.

A livello nazionale, il presidente Donald Trump  ha stralciato molti dei provvedimenti adottati dal suo predecessore, Barack Obama, intesi a mitigare i cambiamenti climatici: ha aumentato i permessi di estrazione di petrolio e carbone, rialzato i limiti di emissioni consentiti alle centrali energetiche e alle automobili, allentato le procedure di revisione ambientale per le grandi opere e le infrastrutture, eliminato una serie di limitazioni contro la contaminazione delle acque e molto altro. Una riconferma di Donald J. Trump allo studio ovale significherebbe continuità con politiche nazionali permissive per i settori industriali più inquinanti e, a livello internazionale, un generale disimpegno degli Stati Uniti dallo sforzo globale di contrastare i cambiamenti climatici. Già dai primi mesi della sua presidenza, Trump aveva dichiarato l’intenzione di uscire dal Trattato di Parigi, decisione che dovrebbe essere formalizzata proprio oggi, il giorno successivo le elezioni.

Una vittoria di Biden non basta
Non c’è dubbio che una presidenza Biden potrebbe riportare gli Stati Uniti sulla strada di un condiviso impegno internazionale contro il riscaldamento globale e, a livello nazionale, ripristinare tutte quelle regole dell’era Obama intese a innescare una transizione verde dell’economia del Paese. Il candidato democratico ha promesso di rientrare nell’accordo di Parigi e, a livello nazionale, di implementare un piano basato sull’efficientamento energetico degli edifici, lo sviluppo della mobilità elettrica e del trasporto pubblico, l’imposizione di più restrittive limitazioni alle emissioni e sanzioni più rigide. Ma perché tutto questo accada non basta che Biden vinca la presidenza, bisogna che i democratici abbiano la maggioranza in Senato.

Le posizioni dei due candidati sui temi ambientali non potrebbero essere più distanti e, nel corso della campagna elettorale, la questione è venuta fuori spesso, soprattutto in relazione al tema del fracking su cui Trump ha più volte attaccato Biden sostenendo che il suo rivale volesse abolire completamente questa pratica di estrazione del gas naturale. La questione, potenzialmente in grado di spostare voti in alcuni degli stati più contesi, come Pennsylvania e Ohio dove l’industria del fracking impiega migliaia di persone, è stata strumentalizzata dal candidato repubblicano allo scopo di dipingere il suo avversario come un fanatico ambientalista che mette l’ecologia davanti ai posti di lavoro. Biden in verità ha più volte chiarito che il fracking non può essere del tutto abolito dall’oggi al domani ma che va regolato e reso più sicuro possibile, in attesa di costruire un’economia che ne possa fare a meno. Biden parla infatti (come già aveva fatto Obama) di graduale transizione verso un’economia a emissioni zero e di fonti energetiche ponte che dovrebbero traghettare l’America verso quel traguardo.

La partita delle regole 
Di mezzo c’è, appunto, l’economia. Trump, infatti, in questa competizione elettorale ha fatto delle questioni economiche il proprio motivo di orgoglio sostenendo che, prima della pandemia, l’economia americana fosse in ottima forma e vantando tassi di disoccupazione ai minimi storici e aumenti costanti del PIL. Tuttavia, osservando i dati dei precedenti anni, si scopre che la tendenza a un aumento dell’occupazione si era già innescata durante la seconda amministrazione Obama. Ciò nonostante, molti vedono ancora in Trump l’imprenditore di successo capace di riportare il Paese alle antiche glorie: make America great again, come dice il suo slogan. Nelle retorica trumpiana questi successi sarebbero direttamente collegati a un approccio meno centralizzato e più capitalista, in cui il mercato si autoregola e la nazione rifiuta gli accordi internazionali. Biden ha più volte sottolineato che il suo piano contro i cambiamenti climatici non significa restrizioni, ma crescita, una crescita orientata a un’economia sostenibile, capace di creare posti di lavoro e sviluppare nuovi settori industriali.

Non si è parlato di modelli alternativi
Ma l’America, tradizionalmente più portata verso il libero mercato e da sempre insofferente alle limitazioni internazionali, potrebbe far vincere il timore che, con la crisi generata dal coronavirus, un approccio alla Biden rischi di eliminare posti di lavoro, imporre insostenibili limitazioni e indebolire l’economia del Paese. La verità è che, seppure l’economia in queste elezioni post-pandemiche sia stata indubbiamente centrale nelle decisioni degli elettori, poco è stato approfondito durante la campagna elettorale delle reali e concrete possibilità di creare dei modelli alternativi a quelli che oggi reggono una società che sempre più mostra i propri limiti, che continua a consumare le risorse a ritmi vertiginosi e a produrre disuguaglianza e povertà. Per questo sembra che non portare l’economia circolare nella conversazione pre-elettorale sia stata un’occasione persa, perché è soltanto pianificando modelli di produzione in grado di autorigenerarsi che il cerchio si chiude e l’alternativa diventa chiara.

© Riproduzione riservata

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