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venerdì, Aprile 19, 2024

Bioplastiche, Biorepack ci scrive a proposito del nostro articolo sull’inchiesta del Time

Le replica di Biorepack al nostro articolo che racconta l'inchiesta del Time sulle bioplastiche, accompagnata dalle nostre considerazioni

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Redazione EconomiaCircolare.com

Pubblichiamo, come richiesto, la lettera a firma del presidente del consorzio Biorepack Marco Versari relativa a un nostro recente articolo. Aggiungiamo in calce alcune considerazioni nell’intento di chiarire a chi legge la condotta tenuta dal giornale, confermando la massima apertura al confronto su un tema fondamentale come quello delle bioplastiche. 

 

Gentile Direttore, 

le scriviamo riguardo all’articolo “Bioplastiche, il grande inganno? L’inchiesta di Time svela il reale apporto delle alternative alla plastica” apparso su Economia Circolare in data 17.1.2024. Evidenziamo, come atto dovuto verso i nostri associati e a tutela del pubblico che legge, che l’articolo contiene molte informazioni scorrette e lacunose, che riteniamo lesive per l’immagine e la reputazione della nostra filiera. Nel merito, l’autore dell’articolo, dopo aver accomunato le bioplastiche compostabili con altri materiali che nulla hanno a che fare con loro, afferma che esse “per soddisfare lo standard di compostabilità, devono decomporsi tra i sei e i ventiquattro mesi, in condizioni di calore e umidità attentamente regolati”. Ciò è assolutamente falso: gli imballaggi e i manufatti compostabili devono rispondere ai vincoli stringenti dello standard europeo EN13432 emesso dal Comitato europeo di normazione, che impone una compostabilità entro massimo 6 mesi, all’interno di impianti di digestione anaerobica e compostaggio. 

Lo stesso standard prevede precisi obblighi per quanto riguarda l’assenza di additivi chimici pericolosi: tra i test espressamente previsti dalla norma EN13432 c’è quello di ecotossicità, per garantire che il prodotto non rilasci sostanze tossiche o metalli pesanti in grado di compromettere la qualità del compost e la crescita delle piante. È pertanto assolutamente fuorviante e scorretto includere le bioplastiche compostabili tra i materiali che, secondo l’autore, “richiedono parecchi dei soliti additivi chimici tossici delle plastiche convenzionali per mantenerli impermeabili, flessibili e resistenti”. 

Altrettanto scorretto è indicare tra i compiti delle bioplastiche quello di contribuire a risolvere il problema del marine litter. Qualsiasi materiale va riciclato in modo appropriato e nessuno è mai stato concepito, oggi o in passato, per essere disperso e smaltito in modo incontrollato nell’ambiente, terrestre o marino (neanche una buccia di banana, materiale naturalmente biodegradabile e compostabile). Le plastiche compostabili in particolare sono progettate per essere raccolte insieme all’umido domestico e compostate negli impianti di riciclo organico. In questo modo, rappresentano specifiche soluzioni ai problemi cagionati dalla presenza nell’umido dei materiali non compostabili. I dati italiani di riciclo dei rifiuti organici dimostrano che, anche grazie ai bioshopper che hanno reso più facile la raccolta, il nostro Paese ha raggiunto risultati migliori di quasi tutti gli Stati Ue, valorizzando materiali organici che sarebbero altrimenti finiti in discarica. Una caratteristica che rende le bioplastiche compostabili un prodotto perfettamente inserito nella logica dell’economia circolare. 

Altra cosa è l’esigenza di fare corretta informazione verso l’opinione pubblica, per aiutare i cittadini a distinguere e quindi conferire correttamente i diversi materiali. Su questo fronte, il consorzio Biorepack è impegnato fin dalla sua costituzione, realizzando campagne di comunicazione su tutti i tipi di media. E il fatto che l’Italia abbia già raggiunto, con 8 anni di anticipo, l’obiettivo di riciclo delle bioplastiche compostabili fissato per il 2030, dimostra che siamo sulla strada giusta. 

L’affermazione secondo la quale “manca l’infrastruttura per garantire che si biodegradino o compostino” può semmai riguardare quei Paesi che, colpevolmente, mandano in discarica o bruciano una preziosissima materia prima che contribuisce a rigenerare il suolo. Certamente non l’Italia, che ha avviato la raccolta dell’umido oltre 25 anni, rendendola obbligatoria prima di qualsiasi altro Stato europeo. 

Per i motivi sopra espressi, le chiedo quindi ai sensi dell’art. 8 L. n. 47/48 di pubblicare nella sua interezza la presente rettifica nella stessa pagina e con le medesime caratteristiche tipografiche dell’articolo originario.

Testo firmato dal presidente di Biorepack dott. Marco Versari

 

Come riporta il titolo, “Bioplastiche, il grande inganno? L’inchiesta di Time svela il reale apporto delle alternative alla plastica”, l’articolo contestato affronta alcune delle questioni emerse dall’inchiesta realizzata dalla prestigiosa testata statunitense Time in collaborazione con l’Ocean Reporting Network, la sezione di giornalismo ambientale del Pulitzer Center, le cui inchieste sono state pubblicate sui principali quotidiani internazionali, dal New York Times, al Financial Times, dal Guardian al New Yorker. I progetti finanziati dal Centro Pulitzer hanno vinto alcuni dei più noti premi giornalistici, tra cui il Premio Pulitzer, l’Emmy Award, l’Associated Press Media Editors, per citarne alcuni. Insomma, ci è parso doveroso fornire ai lettori di EconomiaCircolare.com un punto di vista sicuramente autorevole e qualificato sul tema.

Come chiarito nel testo, l’articolo approfondisce in particolare il contesto degli Stati Uniti e l’approccio globale alle bioplastiche (non solo quelle compostabili). Non a caso citiamo espressamente gli Stati Uniti nei passaggi in cui sono evidenziati problemi nazionali legati alla gestione delle bioplastiche, mentre non appare alcun riferimento, né implicito né esplicito, all’Italia o all’Europa. Nel merito, poi, anche per la sua relativa novità il tema delle bioplastiche è comprensibilmente problematizzato, ad esempio dall’Unep e dalla Commissione europea

Peraltro quando il nostro giornale ha dato conto, in passato, di alcune criticità evidenziate da Greenpeace nel nostro Paese rispetto alla gestione dei rifiuti derivanti da prodotti in plastica compostabile, non abbiamo mancato di riportare la replica delle associazioni che rappresentano il settore. EconomiaCircolare.com ha garantito il diritto di replica dando la medesima visibilità alle posizioni di Assobioplastiche e Biorepack all’interno dell’articolo dedicato all’indagine di Greenpeace. In questo caso, invece, il contenuto riportato non riguarda in alcun modo il contesto italiano e non vi era ragione di chiamare in causa gli operatori del nostro Paese. 

 A conferma di un approccio sempre laico, aperto al confronto e costruttivo, facciamo notare che nell’articolo si citano anche i benefici delle bioplastiche e la necessità di “prepararsi per usare le plastiche alternative visto il ruolo che possono giocare nel favorire l’abbandono della plastica tradizionale, con minore impatto ambientale, climatico e sulla salute umana”.

Apprezziamo poi che la nota inviataci dal consorzio Biorepack chiarisca che lo standard europeo di compostabilità fissato dalla norma UNI EN13432/2002 è di sei mesi. In effetti l’indicazione di del range 6-24 mesi contenuta nell’articolo fa riferimento – proprio in considerazione del punto di vista “globale” proposto da Time – ad altri standard come “OK compost home” di 12 mesi (i cui requisiti hanno fatto da base per l’elaborazione di numerosi standard, come Australia AS 5810 e Francia NF T51-800), mentre i 24 mesi si riferiscono allo standard ISO 17556/EN 13432 “OK terreno biodegradabile” (e dunque non anche compostabile). Ringraziamo Biorepack per le precisazioni e per il chiarimento sullo standard in vigore in Italia: in questo articolo precedentemente pubblicato su EconomiaCircolare.com, lettrici e lettori potranno trovare indicazioni più dettagliate.

Per quanto riguarda l’aspetto degli additivi chimici, scriviamo: “La maggior parte delle plastiche a base vegetale sono, a livello molecolare, identiche alle sorelle di origine fossile e durano altrettanto a lungo nell’ambiente. Altri sostituti, invece, richiedono parecchi dei soliti additivi chimici tossici delle plastiche convenzionali per mantenerli impermeabili, flessibili e resistenti”. Parliamo dunque di “altri sostituti” della plastica: nessuno accusa i prodotti realizzati secondo lo standard EN13432 di contenere additivi tossici. Tuttavia, ci sembra necessario che chi fa informazione non rinunci a tenere questo tema sotto osservazione, dal momento che alcuni studi scientifici e articoli – tra cui quello dal titolo “Assess and reduce toxic chemicals in bioplastics”, pubblicato dalla rivista Science e un altro, dal titolo “Bio-based and biodegradable plastics are not any safer than other plastics”, realizzato da un team di ricercatori della Goethe Universität di Francoforte – sollevano il problema.

La conclusioni dello studio tedesco, dopo analisi in vitro di una serie di prodotti conclude che “la maggior parte delle bioplastiche e dei materiali di origine vegetale contengono sostanze chimiche tossiche” e che “plastiche tradizionali e bioplastiche sono similmente tossiche”.  Mentre l’articolo pubblicato su Science nota: “il PLA contiene contaminanti di interesse emergente (CEC), come il bisfenolo A, che causano un aumento dose-correlata di larve di cozza malformate. È urgente ottenere maggiori informazioni sui CEC presenti nelle bioplastiche”. Inoltre, “gli additivi come gli ftalati delle bioplastiche a base di amido e cellulosa possono riversarsi negli ambienti marini attraverso le acque reflue e il deflusso dalle discariche”.

Si tratta di studi dibattuti (che Biorepack legittimamente contesta) e preliminari, che non mettono certo la parola fine sul tema né tantomeno determinano la tossicità dei materiali immessi sul mercato. Non a caso, nel nostro articolo evidenziamo la necessità di un numero maggiore di ricerche sull’argomento. La norma EN13432 prevede test di ecotossicità, per garantire che il prodotto non rilasci sostanze tossiche o metalli pesanti in grado di compromettere la qualità del compost e la crescita delle piante e questo è rassicurante per i cittadini: ma 1) ricordiamo ancora una volta che il nostro articolo che riprende l’inchiesta di Time fa una panoramica generale sulle bioplastiche, e 2) la norma non prevede l’assenza di contaminanti ma indica requisiti e valori soglia per considerare compostabile il materiale, valori da considerare sicuri fino a prova contraria ma proprio per questo suscettibili di approfondimenti qualora la ricerca scientifica offra nuovi spunti di riflessione.

Raffaele Lupoli, direttore editoriale di EconomiaCircolare.com

 

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