giovedì, Maggio 26, 2022

Cementifici e centrali elettriche: quando i rifiuti non sono bruciati nei termovalorizzatori

Il CSS è un prodotto ricavato dal trattamento dei rifiuti non riciclati e viene impiegato come fonte di energia all’interno dei processi produttivi. Ma il suo utilizzo lascia gli stessi interrogativi dell’incenerimento per quanto riguarda i principi europei e i rischi ambientali

Tiziano Rugi
Giornalista, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri e dirige il quotidiano online "Il caffè di Baia Domizia". Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

Non sono solo gli inceneritori a bruciare rifiuti in Italia. Esiste, infatti, tutta un’altra serie di impianti utilizzati per il recupero di energia nel contesto delle attività produttive: il cosiddetto coincenerimento. E anche qui, ci si divide tra chi ritiene sia una tecnologia complementare con la chiusura del ciclo dei rifiuti e chi accusa il coincenerimento di essere poco lungimirante dal punto di vista ambientale e ancora più dannoso dell’impiego di termovalorizzatori.

Come funziona il coincenerimento

Per fare chiarezza, conviene partire dall’aspetto tecnologico. “Oltre alla termovalorizzazione, una ulteriore possibilità di recupero di energia da rifiuti non preparati per il riutilizzo e non riciclabili è la produzione di un Combustibile Solido Secondario (CSS) da utilizzare in impianti produttivi in sostituzione di combustibili fossili”, spiega il docente di ingegneria dell’Università di Perugia ed esperto di trattamento dei rifiuti Francesco Di Maria.

Il combustibile derivato dai rifiuti (definito con l’acronimo CDR, più recentemente ha lasciato il posto al CSS – cambiano parametri tecnici e processo di lavorazione) è un combustibile ottenuto dalla componente secca (plastica, carta, fibre tessili, ecc.) dei rifiuti non pericolosi, sia urbani sia speciali, tramite appositi trattamenti di separazione da altri materiali non combustibili, come vetro, metalli e inerti.

Dopodiché il combustibile viene trasportato in appositi stabilimenti, con un funzionamento simile ai termovalorizzatori, nei quali dopo un processo di combustione il materiale si trasforma in calore ed energia. Questa fonte energetica costa poco ed è utilizzata in vari settori, in particolare i cementifici, le acciaierie e le centrali termoelettriche.

Tra i benefici elencati dai sostenitori del coincenerimento, c’è da considerare il minore utilizzo di combustibili fossili, e dunque minori emissioni di inquinanti gassosi, una quota bassa di emissioni di microinquinanti rispetto alla produzione di altre forme di energia, il “riciclo” delle ceneri nel clinker (componente di base per la produzione di cemento) e il contributo alla chiusura del ciclo dei rifiuti, riducendo lo smaltimento in discarica.

Leggi anche: Termovalorizzatori, l’Unione europea è d’accordo o no sulla costruzione di nuovi impianti?

I dati Ispra sul coincenerimento dei rifiuti urbani

Prima di approfondire tali benefici, contestati da associazioni ambientaliste, esperti ambientali e medici, è bene inquadrare la dimensione del fenomeno. Nel rapporto annuale curato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), è stato fatto un censimento di questo tipo di impianti.

Nel 2019, oltre 367mila tonnellate di rifiuti provenienti dal circuito urbano sono stati inviati ad impianti produttivi quali i cementifici e le centrali termoelettriche per essere utilizzati all’interno del ciclo produttivo per produrre energia.

“Si tratta di circa dell’1 per cento dei rifiuti urbani prodotti ogni anno, una quota marginale rispetto all’incenerimento, che copre il 18 per cento del totale”, spiega Chicco Testa, presidente di Fise Assoambiente, che rappresenta le imprese private nella gestione dei servizi ambientali. I rifiuti recuperati sono costituiti da rifiuti combustibili (CSS) e frazione secca, prodotti prevalentemente in impianti di trattamento meccanico biologico (77,4%).

La maggior parte dei rifiuti coinceneriti sono speciali

Ci sono poi gli impianti produttivi di coincenerimento che bruciano rifiuti speciali. Sempre in un rapporto ISPRA, si legge che tali impianti in Italia sono 304, di cui 255 utilizzano una quantità di rifiuti superiore a 100 tonnellate ogni anno, mentre i restanti 49 trattano piccoli quantitativi di rifiuti esclusivamente per il recupero di energia termica/elettrica funzionale al proprio ciclo produttivo.

La maggior parte, oltre il 70 per cento, si trova nelle regioni del Nord. Il quantitativo complessivo di rifiuti speciali, non pericolosi e pericolosi, destinato a coincenerimento è pari a circa 2 milioni di tonnellate. “Anche in questo caso si tratta di un apporto residuale pari all’1,2 per cento del totale”, fa notare Chicco Testa.

I settori industriali che hanno utilizzato le maggiori quantità di rifiuti in sostituzione di combustibili convenzionali sono il settore della produzione di energia elettrica, con quasi 526mila tonnellate (25,7 per cento), seguito dal settore della fabbricazione di prodotti in legno, con 486mila tonnellate (23,8 per cento), dal settore della produzione di cemento, con 304mila tonnellate (14,9 per cento), da quello della raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti con oltre 291 mila tonnellate (14,2 per cento) e dal settore della produzione della calce con circa 163 mila tonnellate (8 per cento).

Leggi anche: Termovalorizzatori, per gli ambientalisti meglio investire nell’economia circolare

Le difficoltà nell’utilizzare il CSS

“La conta dei cementifici per bruciare rifiuti è virtuale”, sostiene tuttavia Antonio Massarutto, docente di economia ed esperto di trattamento dei rifiuti dell’Università di Udine: “Bisogna vedere se i cementifici vogliono utilizzare questi rifiuti, e non mi risulta sia così. Da vent’anni si parla di bruciare combustibile da rifiuti nei cementifici, ma questa opzione non è mai veramente decollata, mentre abbiamo una notevole esportazione di CSS verso i Paesi dell’Europa Centro-orientale”, spiega Massarutto.

Infatti, “mentre in Germania tale pratica è molto diffusa, in Italia ancora oggi questa opzione trova grandi difficoltà ad essere implementata”, conferma il collega Di Maria. Secondo Massarutto il motivo sarebbe da cercare in ulteriori complicazioni legate al CSS. “Se devo ottenere un combustibile da usare in impianti già esistenti in sostituzione di altri combustibili solidi, devo ottenere un livello di raffinazione e omogeneità del potere calorifero che richiede specifici trattamenti e una serie di impianti per farlo”, premette il docente di economia.

“Tutto questo ha un costo. Ci sono moltissimi impianti di selezione e di trattamento meccanico biologico che magari hanno una linea per ottenere CSS, ma non sempre viene attivata perché se poi non c’è nessuno che lo acquista per bruciarlo in un impianto dedicato, tanto vale bruciare direttamente i rifiuti così come sono, senza ripulirli dalle impurità come è necessario fare con il CSS”, spiega Massarutto.

Le normative di riferimento in Ue e in Italia

Il coincenerimento ha dunque un apporto marginale nella chiusura del ciclo di rifiuti nel nostro Paese. Questo, però, non significa non sia necessario valutare con attenzione l’impatto ambientale degli stabilimenti dedicati alla combustione del CSS ed eventuali pericoli per la salute dei cittadini.

Secondo Chicco Testa, rischi ambientali e sanitari con il coincenerimento non ce ne sono: “L’uso del combustibile da rifiuti nei cementifici o nelle centrali termoelettriche deve rispettare i limiti di emissioni previsti per l’incenerimento e quindi i valori emissivi sono persino più bassi rispetto a qualsiasi altra attività produttiva”, sostiene il presidente di Fise Assoambiente.

A livello di regolamentazione europea, il coincenerimento deve osservare i requisiti richiesti dalla Direttiva Emissioni industriali e gli impianti hanno l’obbligo di lavorare nel rispetto del principio BAT sulle “migliori tecnologie applicabili”. Spetta poi ai singoli stati membri, in linea con la Direttiva Qualità dell’aria ambiente, fissare gli standard specifici.

In Italia, la materia è regolata dal Decreto End-of-Waste per il CSS combustibile, in cui sono individuati valori limite di emissioni per gli impianti di coincenerimento (come ad esempio per quanto riguarda gli ossidi di azoto) sono previsti sistemi di misurazione e controllo delle emissioni e individuati i criteri in base ai quali alcune tipologie di CSS cessano di essere rifiuti e sono da considerare un prodotto a tutti gli effetti (end of waste, appunto).

Leggi anche: “No a inceneritori ed estrazioni di gas nel Pnrr”. Gli orientamenti della Commissione UE

I rischi ambientali e sanitari del coincenerimento

Eppure non tutti sono d’accordo. Anzi, secondo molte associazioni ambientaliste, prima tra tutte Zero Waste Italia, ma anche associazioni a difesa della salute come Medicina Democratica, bruciare CSS nei cementifici è una pratica più inquinante rispetto alla termovalorizzazione e comporta “maggiori emissioni di metalli pesanti: mercurio, cadmio, tallio e piombo, senza poi considerare le emissioni dei composti organici persistenti, i policlorobifenili, le diossine ed altri composti tossici”, come si legge in una recente lettera rivolta ai ministri dell’Ambiente e della Salute e controfirmata, oltre alle due associazioni citate, anche dall’ISDE (International Society of Doctors for Enviroment) e da alcune sezioni locali del WWF e di Legambiente.

Il problema principale, sostiene il WWF Italia in un altro documento inviato alla Camera in cui si parla anche di coincenerimento, è che “a differenza dei combustibili tradizionali, che sono costituiti da catene chimiche sufficientemente titolate (come ad esempio, il metano, il carbone o il petrolio), il CSS-combustibile viene determinato da una congerie indefinita e indefinibile di materiali soprattutto artificiali. Gli unici limiti sono dati da un livello minimo di potere calorifico, dall’esclusione dell’utilizzo di rifiuti pericolosi e da tetti massimi di concentrazione per soli dodici differenti metalli. Insomma, del CSS-combustibile possiamo sapere solo quello che – e quanto – non c’è, ma nessuno è in grado di dire quale sia la sua reale composizione”.

Quello che sappiamo, però, è che i combustibili ottenuti dai rifiuti sono derivati principalmente dagli scarti del petrolio, più economici rispetto ad altri, e dunque il CSS non porta sostanziali benefici nemmeno per quanto riguarda l’inquinamento da CO2. Secondo i dati citati dal medico Agostino Di Ciaula dell’ISDE e ripresi da Zero Waste Italia, gli impianti di coincenerimento producono almeno il doppio di emissioni di CO2 e un quinto in più di ossido di azoto. Insomma, come sostiene il medico, “minori emissioni non significa basse emissioni”.

Leggi anche: “Termovalorizzatori sempre meno inquinanti, ma attenzione anche agli aspetti sociali”

Il problema delle autorizzazioni del Dl semplificazioni

Infine, di coincenerimento si è occupato anche il cosiddetto Decreto semplificazioni del 31 maggio 2021, convertito in legge il 29 luglio successivo. L’articolo 35, comma 3, permette la libera circolazione del CSS anche negli impianti non autorizzati di coincenerimento, come le centrali elettriche turbogas. Una decisione che, secondo il WWF, “potrebbe avere conseguenze negative sulla salute e sull’ambiente“.

Non solo perché “l’incremento di combustibile non titolato può causare malfunzionamenti o usure degli impianti”. Accrescere l’utilizzo del CSS-combustibile rispetto alla quota stabilita in fase di autorizzazione, potrebbe anche aumentare l’impatto inquinante dello stabilimento: “Non basta affermare come fa il governo – scrive il WWF – che l’impianto rispetti i limiti di emissioni, ma occorre accertare se l’utilizzo, o il maggior utilizzo, di CSS-combustibile comporti un aumento delle emissioni rispetto all’autorizzazione rilasciata”.

Infine, conclude il WWF, “il regolamento sulla Tassonomia dell’Unione europea ritiene un incremento della pratica dell’incenerimento dei rifiuti un danno ad un obiettivo ambientale, nello specifico a quello dell’economia circolare”. È la stessa obiezione fatta per i termovalorizzatori. Bruciare rifiuti è in linea con il principio Dnsh (Do Not Significant Harm)?

Cosa pensa l’Europa del coincenerimento

Ai sensi dell’articolo 17 della Tassonomia, un’attività economica arreca un “danno significativo” se comporta un aumento sostanziale della produzione, dell’incenerimento o dello smaltimento dei rifiuti, ad eccezione dell’incenerimento di rifiuti pericolosi non riciclabili. L’articolo, ha precisato la Commissione europea, “si applica alle misure relative all’incenerimento e al coincenerimento dei rifiuti, segnatamente nei termovalorizzatori e nei cementifici”.

Una presa di posizione che lascia spazio a pochi dubbi, sebbene l’Unione europea al tempo stesso non si sia mai espressa “contro” questo tipo di trattamento dei rifiuti, e anzi riconosca come “il recupero di energia da rifiuti non riciclabili evita lo smaltimento in discarica ed è in linea con gli obiettivi della gerarchia europea e con l’economia circolare”. Insomma, la Commissione europea, sebbene non incentivi queste pratiche di produzione di energia non chiude neppure la porta.

C’è però da ricordare che il principio guida comunitario sul tema è la cosiddetta “gerarchia dei rifiuti”. In base alla quale, al primo posto tra le soluzioni auspicate nella gestione dei rifiuti si trovano le politiche di prevenzione, seguite dal riciclo, dalla termovalorizzazione e, solo come ultima opzione, lo smaltimento in discarica. E riflettere, quindi, se investire in altre direzioni rispetto a prevenzione e riciclo sia una scelta lungimirante sul medio-lungo periodo.

© Riproduzione riservata

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie