venerdì, Maggio 27, 2022

Termovalorizzatori, l’Unione europea è d’accordo o no sulla costruzione di nuovi impianti?

Da anni le istituzioni comunitarie hanno stabilito una serie di priorità nella gestione dei rifiuti: incenerimento e smaltimento in discarica sono in fondo alla lista. Prima bisogna pensare alla prevenzione e al riuso. Ma l'argomento resta complesso. Per capirne di più abbiamo intervistato alcuni esperti sul tema

Tiziano Rugi
Giornalista, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri e dirige il quotidiano online "Il caffè di Baia Domizia". Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

Il tema dei termovalorizzatori periodicamente entra nel dibattito pubblico italiano. Matteo Salvini in più occasioni ha parlato della necessità di realizzare nuovi impianti e lo stesso ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha avuto posizioni giudicate quantomeno ambigue, se non di completa apertura, sull’argomento.

Tanto che si parla di possibili misure nella prossima legge sulla concorrenza prevista nel Def (Documento Economico Finanziario) volte alla “semplificazione delle procedure autorizzative e meccanismi di incentivazione e compensazione per gli enti locali” per favorire la costruzione di nuovi termovalorizzatori, come chiede l’Antitrust al governo in un documento preparatorio.

Non tutte le amministrazioni locali sembrano, però, della stessa opinione, visto che, ad esempio, il nuovo “Piano rifiuti” della Toscana accantona definitivamente gli inceneritori. Del resto, il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha recentemente ribadito che incenerimento e coincenerimento non si potranno finanziare con il Pnrr.

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Inquadrare e definire il problema

Una presa di posizione netta che lascia intendere come la questione non possa essere liquidata con le cosiddette sindromi Nimby e Nimto, acronimi presi in prestito dall’inglese traducibili come “Non nel mio cortile” e “Non durante il mio mandato” per spiegare le resistenze, sia locali sia politiche, a determinate opere.

Un punto di partenza per capire sulla necessità di investire in altri impianti per il recupero energetico attraverso la combustione dei rifiuti è senza dubbio vedere cosa dicono le regole europee in materia. Paolo Ghezzi, ingegnere ambientale specializzato nel ciclo integrato dei rifiuti, non ha contrarietà ideologiche ad impianti che termovalorizzino i rifiuti.

Con una doverosa premessa. “L’Unione europea è chiara”, precisa l’ingegnere. “Gli impianti di trattamento con recupero energetico vengono in seconda battuta rispetto a strategie più virtuose: prevenzione, riuso, riciclo, recupero e energetico e, solo in ultima ipotesi, smaltimento in discarica”. Il recupero energetico, occupa dunque il penultimo posto della gerarchia europea sui rifiuti.

L’errore da evitare, sostiene Antonio Pergolizzi, analista ambientale e saggista, sarebbe invece “rovesciare” la piramide. “Solo quando tutte le politiche al vertice sono state messe in campo – spiega Pergolizzi – si può parlare di recupero energetico attraverso termovalorizzatori”. Una questione di prospettiva, da affrontare “senza demonizzazioni che vedono negli inceneritori il male assoluto, ma all’interno di una strategia complessiva con l’obiettivo di chiudere il ciclo dei rifiuti”, conclude.

Citando la stessa comunicazione della Commissione europea sul ruolo dei termovalorizzatori, “i processi di termovalorizzazione possono svolgere un ruolo nella transizione a un’economia circolare a condizione che la gerarchia dei rifiuti dell’Ue funga da principio guida e che le scelte fatte non ostacolino il raggiungimento di livelli più elevati di prevenzione, riutilizzo e riciclaggio”. Concetto ribaditi anche nell’ultima direttiva sulle energie rinnovabili del 2018 e nel Piano d’azione per l’economia circolare del 2020.

Fise Assombiante, che riunisce le imprese del settore ambientale, sottolinea tuttavia come nessuna norma europea, nel rispetto della gerarchia, proibisca i termovalorizzatori: “E non finanziarli con il Pnrr non significa che non debbano essere costruiti: gli impianti di termovalorizzazione, con investimenti diretti delle imprese costruttrici e sostenuti dalle tariffe e dagli incentivi, servono per una equilibrata gestione dei rifiuti ovunque in Europa”, sostiene Enrico Testa, presidente di Fise-Assoambiente.

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Utilizzare altre forme di recupero energetico

In ogni caso, “se c’è una gerarchia strategica, non la si può sovvertire”, ribadisce Ghezzi. “Però la rivoluzione culturale deve innescarsi veramente. La dobbiamo pretendere. La prevenzione nella produzione e, aggiungo, la lotta allo spreco devono trovare strategie efficaci anche assumendo scelte drastiche nel pubblico e nel privato. Tuttavia – conclude l’ingegnere ambientale – strutturare la raccolta differenziata ha senso se, poi, a valle si trovano gli impianti che valorizzano il gesto del cittadino”.

Ci sono, poi, altre forme di recupero energetico oltre alla combustione di rifiuti, ad esempio “attraverso la gestione anaerobica delle funzioni organiche che possono servire per ottenere biometano e produrre gas in maniera naturale, senza importarlo dalla Russia o dalla Libia, da utilizzare in sostituzione dei combustibili fossili”, fa notare Pergolizzi. “Anche la Commissione Europea – aggiunge Ghezzi – considera gli impianti di digestione anaerobica con produzione di biogas e digestato più circolari dei termovalorizzatori che, soprattutto se non performanti, dovrebbero essere addirittura dismessi o adeguati”.

E, invece, in Italia, per quanto riguarda i 281 impianti di compostaggio presenti che trasformano i rifiuti organici in fertilizzante compost e i 58 impianti integrati di digestione anaerobica, secondo le stime fatte nel 2020 dal Consorzio Italiano Compostatori, c’è un gap impiantistico. Che rende complicato gestire la raccolta prevista, a regime, di oltre 7 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, di cui solo 3,3 milioni sono trattati secondo canoni avanzati che permettono il recupero combinato di materia (compost) e di energia (biogas).

Sempre secondo il CIC, oltre il 35 per cento del deficit nazionale si concentra tra Lazio, Campania, Sicilia e Puglia e, a livello di singole Regioni, supera il 700 per cento in Campania e il 500 per cento nel Lazio. In tutti questi casi, secondo Ghezzi, sarebbe necessario velocizzare gli iter autorizzativi e le gare di affidamento ed esecuzione dei lavori, che altrimenti richiedono anni.

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Lo smaltimento in discarica in Italia

Quello da evitare assolutamente, in ogni caso, è che i rifiuti finiscano in discarica. E in Italia sono ancora troppi. Secondo l’ultimo censimento effettuato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) sui dati del 2019, lo smaltimento interessa in Italia il 21 per cento delle 30 tonnellate di rifiuti urbani prodotti in un anno.

Sebbene il miglioramento dell’Italia è stato notevole, visto che trent’anni fa si arrivava all’85 per cento, siamo comunque ben al di sopra dell’obiettivo del 10 per cento entro il 2035 fissato dall’ultima direttiva europea. Per fare un paragone all’interno dell’Ue, la nazione più virtuosa è la Germania con il ricorso alla discarica per lo 0,2 per cento dei rifiuti, seguita da Svezia, Belgio, Danimarca e Olanda. Il tasso di conferimento in discarica registrato dall’Italia nel 2019 è trenta volte più alto della media dello 0,69 per cento dei Paesi più virtuosi come Svizzera, Svezia, Germania, Belgio e Danimarca.

Se non vanno demonizzati i termovalorizzatori, però, per Enzo Favoino, dell’associazione Zero Waste Europe, vale lo stesso discorso per la discarica. “L’Italia si sta avviando verso un ricorso residuale della discarica. Inoltre – spiega Favoino – la discarica comporta seri problemi quando si tratta di luoghi di raccolta di materiale non pre-trattato. Ma la direttiva europea del 1999 impone l’obbligo del pre-trattamento, e se questo viene fatto correttamente, la discarica ha un impatto ambientale paragonabile alle scorie o alle ceneri prodotte dal termovalorizzatore”.

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Il dibattito sul “landfill cap”

Il cosiddetto “landfill cap” del 10 per cento, tuttavia, non convince Enzo Favoino. O meglio: rischia, secondo Favoino, se non interpretato correttamente, di danneggiare l’economia circolare, tanto che lo stesso Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di rivedere la norma.

“Non bisogna concentrarsi solo sul limite del 10 per cento, ma su tutta una serie di azioni che hanno lo scopo di erodere la quota dei rifiuti che finisce in discarica”, spiega il rappresentante di Zero Waste. Dunque, soprattutto sull’economia circolare. “Altrimenti, per raggiungere l’obiettivo si pensa all’immediato e a livello locale si incoraggia la costruzione di nuovi termovalorizzatori e non, ad esempio, a migliorare la raccolta differenziata, anche oltre il 65 per cento, come invece chiede la stessa Europa”, aggiunge Favoino.

“È vero che l’obiettivo del 65 per cento di riciclaggio è un obiettivo minimo e si può far meglio, fino al 70-75 per cento – ribatte il presidente di Fise Chicco Testa – ma è anche vero che l’obiettivo del 10 per cento in discarica si può migliorare e portare al 5 per cento. Resta sempre un gap tra i due valori, alimentato anche dal quantitativo di rifiuti ad oggi non riciclabili e dagli scarti del riciclo, che invece del conferimento in discarica deve poter essere valorizzato, per quanto possibile, con il recupero di energia”.

Insomma, meglio trasformare in energia quanto non può essere riciclato. “Lo ha detto con estrema chiarezza Mattia Pellegrini, il Capo unità Economia circolare della Direzione generale Ambiente della Commissione europea, affermando che gli inceneritori svolgono un ruolo complementare rispetto al riciclo”, conclude il presidente di Fise Assoambiente.

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