fbpx
sabato, Aprile 20, 2024

Urbanistica di genere: cambiare modello per città femministe, sicure e attente all’ambiente

Nuovi progetti sull'urbanistica di genere stanno dando impulso a politiche innovative. Tra Bologna, Vienna, Umeå e Barcellona, ripercorriamo la storia recente per capire come può cambiare il nostro modo di vivere la quotidianità

Barbara Leda Kenny
Barbara Leda Kenny
Senior gender espert della Fondazione G. Brodolini. Si occupa di politiche di genere e comunicazione, è la coordinatrice di inGenere.it portale di economia e società in una prospettiva di genere che si occupa di divulgazione della ricerca e dei saperi tecnici. È socia fondatrice di Tuba, la libreria delle donne di Roma aperta nel 2007 e dal 2017 una delle ideatrici e curatrici di inQuiete Festival di scrittrici a Roma.

Il Comune di Roma ha appena lanciato la sua prima indagine sullo spazio urbano e il genere per indagare come le donne vivono la città e quali sono le loro priorità. È un’iniziativa che si inserisce sulla scia di un dibattito pubblico crescente e dell’affermarsi di pratiche e riflessioni femministe intorno alla città.

Le riflessioni sull’urbanistica di genere non sono nuove, ma di recente ci sono stati progetti che stanno dando impulso a nuove politiche. Per fare solo due esempi recenti, nel 2022 Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola (Sex and the city) pubblicano il Milano Atlante di Genere in cui realizzano una ricerca che comprende una mappatura dei dati di genere disponibili su Milano e un’indagine sulla vita delle donne nella città diviso in cinque capitoli: spazio pubblico/violenza e sicurezza, spazio pubblico/la sfera simbolica, spazio pubblico/usi della città, sex work, sanità e prevenzione.

Sempre nel 2022 parte Bologna libera e sostenibile un progetto di raccolta e analisi di dati per definire e adottare linee guida per una pianificazione urbanistica in un’ottica di genere e di sostenibilità ambientale. Le linee guida verranno testate su due progetti strategici per la Città: il nuovo polo scolastico Dozza nel quartiere Borgo Panigale-Reno; la Via della Conoscenza un percorso ciclabile e pedonale che connette i luoghi della ricerca, nuovi insediamenti urbani, spazi pubblici e verdi. Questi tre progetti sono accomunati dalla produzione e sistematizzazione di dati di genere, e rappresentano, si spera, il primo passo per un’urbanistica di genere.

Cos’è l’urbanistica di genere?

Cosa significa parlare di urbanistica di genere? La geografa canadese Leslie Kern ne La città femminista, un libro pubblicato in Italia nel 2019, racconta, capitolo dopo capitolo, in maniera molto chiara, come le città in cui viviamo siano state pensate e costruite per rafforzare una divisione dei ruoli di genere in cui lo spazio pubblico è connotato come maschile, e lo spazio privato come femminile. La strada quindi è degli uomini, la casa delle donne.

Questa separazione tra maschile e femminile, pubblico e privato che organizza la città e il suo funzionamento è la stessa su cui si fonda la distinzione tra lavoro retribuito e lavoro di cura, tra produzione e riproduzione. La città progettata, pensata, raccontata e governata dagli uomini è la città della produzione, è la città centro del potere, dei commerci, del lavoro in cui le donne non sono previste.

“Le donne – scrive Kern – vivono ancora la città con una serie di barriere – fisiche, sociali, economiche e simboliche – che modellano la loro vita quotidiana attraverso dinamiche che sono profondamente (sebbene non solo) di genere. Molte di queste barriere sono invisibili agli uomini, perché raramente rientrano nelle loro esperienze”.

Nonostante i grandi cambiamenti sociali in corso, ancora oggi, i principali decisori nelle città sono uomini che scelgono cose grandi e piccole: da come è fatta una stazione della metropolitana, a come è collegato un nuovo quartiere, come è organizzato il trasporto urbano, a che ora pulire le strade, senza interrogarsi su come queste decisioni influenzino la vita delle donne.

Leggi anche: Non c’è economia circolare se non si rimuove il divario di genere

Cambiare il punto di vista

Questo scenario sta cambiando, sempre più pensatrici si interrogano su cosa significa una città per tutte e tutti e alcune città hanno pratiche di urbanistica femminista sperimentate e avanzate. A partire dagli anni ’70, infatti, in corrispondenza con l’affermarsi dei movimenti delle donne e l’acquisizione di nuovi diritti, anche l’urbanistica e l’architettura vengono messe in discussione dal pensiero di genere: ricercatrici e urbaniste hanno iniziato a mettere in luce come le città rispecchiano le strutture di potere delle società.

Come dicono le urbaniste Xaida Muxi Martinez e Chiara Belingiardi: “Sindaci, urbanisti, architetti, ingegneri sono storicamente uomini e questo ha portato ad assolutizzare il loro punto di vista e legittimarlo come universale nascondendo, o comunque sottovalutando, le esigenze di altri gruppi sociali. Gli uomini che nel tempo hanno ricoperto questi ruoli consideravano, infatti, altri, e quindi minoritari, i punti di vista e le esigenze che derivavano da una diversa esperienza della città (donne, bambini e bambine, persone anziane e persone con disabilità)”.

Nuovi modi di progettare

L’approccio femminista all’urbanistica rompe l’universalità del pensiero unico della “città degli uomini” e apre a nuovi modelli e proposte che cambiano anche il modo di progettare.

A fare da apripista è stata la città di Vienna dove le urbaniste Eva Kail e Jutta Kleedorfer nel 1991 organizzarono una mostra fotografica per mostrare come le donne vivevano la città e sollevare il tema degli spazi sicuri e la libertà di movimento per le donne. Il successo riscosso dalla mostra indusse la politica a seguire il tema, in primo luogo costruendo e raccogliendo dati a cui seguì Frauen-Werk-Stadt I, il progetto che dà il via alla pianificazione urbanistica di genere. Il progetto venne avviato nel 1992 con un bando di concorso aperto solo a progettiste, fondato sul principio di un abitare pensato “dalle donne per le donne”. Vinse il concorso il Masterplan di Franziska Ullmann caratterizzato dalla varietà delle unità proposte, dalla contiguità tra spazi privati e condivisi come cortili, piazza centrale, villaggio comune, strade residenziali e per il gioco, campi di gioco e giardini, dalla dotazione di attrezzature e servizi pubblici. Il successo del primo progetto porterà poi la città di Vienna a realizzare oltre sessanta progetti riconducibili a un’idea di urbanistica di genere facendone una città pioniera e, ad oggi, la più avanzata in Europa.

Leggi anche: Le donne fulcro della lotta alla crisi climatica. Ma le imprese facciano sul serio

L’esempio di Barcellona

All’esempio di Vienna hanno dato seguito altre città, tra cui Umeå in Svezia e Barcellona dove nel 2004 viene approvata la Ley de barrios (legge dei quartieri) in cui venivano identificati otto punti fondamentali di cui il numero sei era quello sull’uguaglianza di genere nell’uso dello spazio urbano e delle sue infrastrutture. Sulla scia della legge nasce un gruppo interdisciplinare e internazionale che avrà un grande impatto sull’urbanistica di genere che prende il nome proprio dall’articolo sei: il Colectiu Punt6 che nel tempo diventerà una cooperativa e che ad oggi ha più di quattrocento progetti all’attivo. Uno dei contributi fondamentali di Punt6 è la sistematizzazione di pratiche e metodi in guide e libri che possano diventare patrimonio per nuovi progetti, per attiviste e per chi ha ruoli di responsabilità politica. Tutta la metodologia di Punt6 è orientata a un ribaltamento del paradigma della città degli uomini, ossia della città pensata per la produzione, mettendo, invece, al centro la vita quotidiana e la cura.

La città femminista è una città pensata per tenere insieme i tempi della produzione, la riproduzione, il tempo per sé e il tempo “comunitario” dedicato alla socialità e alla partecipazione che passa dal ripensamento della cura come una responsabilità sociale condivisa e non come un destino e priorità delle donne. Di pari passo, l’obiettivo è di rompere la continuità tra casa e lavoro prevedendo tempi e spazi sociali e condivisi, acquisisce importanza per esempio il gioco, ridisegnando le piazze e le loro dotazioni. La metodologia per un’urbanistica femminista è basata sulla partecipazione e la co-progettazione in un’ottica intersezionale e sulla convinzione che possa essere un metodo che riconosce i bisogni di tutte le persone, che, nel pensare la città come un’infrastruttura per la cura, diventa più sostenibile per la salute e per l’ambiente.

Una città diversa, dopo l’emergenza pandemica

Sempre da Barcellona, subito dopo Covid, dopo un momento di grande crisi sociale, economica e ambientale, arriva il documento collettivo Proposte ecofemministe per reimmaginare la città che propone nove politiche pubbliche ecofemministe essenziali affinché la sostenibilità sociale e ambientale siano i cardini intorno a cui ripensare città. Le autrici, in apertura dichiarano: “Le città sono spazi paradigmatici in questa dimensione sociale, economica e climatica, spazi in cui i diritti fondamentali sono violati, e la mentalità estrattiva del modello capitalista e patriarcale trova spazio. Per questo sono determinanti le proposte per il ripristino della sovranità della riproduzione sociale. Con questo intendiamo le proposte per la gestione delle risorse come energia, acqua, cibo, casa, trasporto e pianificazione urbanistica, salute, educazione e cura, che garantiscono la dimensione universale dei servizi pubblici e la protezione dei beni comuni”.

Leggi anche: Sviluppo sostenibile e uguaglianza di genere: donne lontane dai traguardi in vista del 2030

© Riproduzione riservata

spot_img

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie