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sabato, Aprile 20, 2024

Sviluppo sostenibile e uguaglianza di genere: donne lontane dai traguardi in vista del 2030

Il report di UN Woman, “Progress on the Sustainable Development Goals. The Gender Snapshot 2022”, misura le distanze dagli obiettivi dell’Agenda 2030, con focus sulla prospettiva di genere. Il mondo è indietro su quasi tutti gli indicatori dell’obiettivo 5, specie nei paesi fragili e in conflitto

Nicoletta Fascetti Leon
Nicoletta Fascetti Leon
Giornalista pubblicista, allevata nella carta stampata. Formata in comunicazione alla Sapienza, in giornalismo alla Scuola Lelio Basso, in diritti umani all’E.ma (European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation) di Venezia. Ha lavorato a Ginevra e New York nella delegazione UE alle Nazioni Unite. Vive a Roma e da nove anni si occupa di comunicazione ambientale e progetti di sostenibilità

L’orizzonte globale dello sviluppo sostenibile è lontano, e la zavorra della disparità di genere rende il percorso più accidentato. L’eguaglianza di genere, infatti, non è solo al numero 5 degli obiettivi dell’Agenda 2030 della Nazioni Unite, ma è un aspetto trasversale e fondamentale per il raggiungimento di ciascuno dei 17 obiettivi di sostenibilità individuati dalla comunità internazionale, come evidenzia il report “Progress on the Sustainable Development Goals. The Gender Snapshot 2022”.

Senza istruzione femminile non c’è sviluppo

L’analisi, pubblicata da UN Woman, racconta con i numeri quanto siano distanti gli obiettivi che il mondo dovrebbe raggiungere entro il 2030, a partire da una adeguata formazione per le più giovani, indicatore essenziale per tutti i traguardi all’orizzonte. “Decenni di ricerca non lasciano dubbi sui benefici diretti e indiretti dell’istruzione di ragazze e giovani donne – si legge nel report – inclusa la riduzione dalla povertà, il miglioramento della salute, una minore mortalità infantile, la prevenzione dell’HIV e la riduzione della violenza contro le donne. Il diritto delle ragazze all’istruzione è parte integrante praticamente di ogni aspetto dello sviluppo, compresa la crescita economica e la prosperità”.

Il ricatto del controllo del corpo

Molte analisi riconoscono che la prospettiva di genere è indispensabile nella creazione di un modello orientato ad una transizione giusta e inclusiva, che sia coerente sotto il profilo ambientale, sociale e di governo.

Secondo Ida Dominijanni, da contro, in tutto il mondo la conflittualità geopolitica e sociale sta provocando una stretta del controllo sul corpo, la sessualità e la libertà femminili. “Più l’ordine patriarcale traballa e degenera – scrive la giornalista su Internazionale – più si vendica tentando di ripristinare il dominio maschile sulle donne: è un elemento centrale e cruciale, non accessorio o marginale, della crisi di civiltà che stiamo attraversando”. Questa considerazione trova riscontro, sia pure in misura diversa, in tutti i regimi politici, autocratici e democratici, laici e fondamentalisti.

Il gap tecnologico e scientifico frena la transizione

Se da un lato, dunque, si riconosce la centralità del ruolo delle donne nel processo trasformativo ed innovativo della società, dall’altro, le si trova ancora una volta ai margini dello sviluppo.

Il report delle Nazioni Unite ricorda come, a livello globale, le donne rappresentino solo il 19,9% dei professionisti nel campo della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica. Una rappresentanza bassa, che è aggravata da un ambiente di lavoro tipicamente maschile, inflessibile ed esclusivo, che rende questi settori – cruciali per la transizione ecologica – meno attraenti per le donne e altri gruppi sottorappresentati.

Le condizioni peggiorano se il genere si combina con altre vulnerabilità

Le lacune nell’istruzione e nell’occupazione nei settori indicati dall’acronico STEM (science, technology, engineering, mathematics), inoltre, vedono donne e ragazze doppiamente svantaggiate in caso di intersezione del genere con altre vulnerabilità. Per esempio, negli Stati Uniti le donne nere e ispaniche che svolgono lavori STEM guadagnano circa 20.000 dollari all’anno in meno rispetto alla media e 33.000 dollari in meno rispetto ai loro colleghi maschi bianchi.

Oltre al tema centrale dell’istruzione, il report passa in rassegna i dati relativi a tutti i 17 obiettivi di sostenibilità, inclusi, s’intende, quelli più propriamente legati alla transizione energetica ed ecologica. Anche in questi campi, le buone notizie non sono molte, mentre si rileva, più in generale, un peggioramento delle condizioni delle donne a causa della pandemia da Covid19. In seguito ad essa, si stima che le donne, globalmente, abbiano perso 800 miliardi di dollari di reddito.

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La carenza idrica ostacola l’emancipazione delle donne (Obiettivo 6: acqua pulita e servizi igienico-sanitari)

Se prendiamo l’obiettivo numero 6 relativo all’accesso all’acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari, si rileva che lo stress idrico in aumento in molti paesi, come Iraq e India, si risolve in un peggioramento delle condizioni di vita di donne e ragazze. Sono loro, infatti, ad essere molto spesso le deputate all’approvvigionamento dell’acqua potabile per gli usi domestici, costrette a percorrere lunghe distanze, dedicando a questa attività molto tempo sottratto all’istruzione. Nel Nepal rurale, ad esempio, un aumento di un’ora del tempo dedicato alla raccolta dell’acqua diminuisce la probabilità delle ragazze di completare la scuola primaria di circa 17 punti percentuali.

Inoltre, il ridotto accesso all’acqua pulita ha ricadute sulla salute delle donne, quando hanno le mestruazioni, in caso di gravidanza e allattamento.

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L’elettrificazione può migliorare la vita (obiettivo 7: energia pulita e accessibile)

Se passiamo all’obiettivo 7, che tratta l’energia pulita e accessibile, la situazione non migliora. L’obiettivo, fondamentale per le cure salvavita e la produttività, rimane fuori dalla portata di milioni di donne e ragazze in Asia e nell’Africa subsahariana. Si stima che 2,4 miliardi di persone debbano ancora cucinare con combustibili inefficienti e inquinanti. Più della metà delle donne e ragazze che non hanno accesso all’elettricità, si trovano in paesi fragili o teatro di conflitti.

In Sud Sudan, dove il tasso di mortalità materna è di 1.150 per 100.000 nati vivi, le donne spesso partoriscono a lume di candela, poiché i generatori hanno una capacità limitata e le interruzioni di corrente sono di routine. Come nel caso dell’acqua pulita anche l’elettrificazione può ridurre il tempo delle donne dedicato al lavoro domestico non retribuito, aumentare la loro capacità decisionale, l’autonomia finanziaria, la libertà riproduttiva e la partecipazione sociale e lavorativa.

Sempre più vittime del clima (Obiettivo 13: lotta contro il cambiamento climatico)

Le donne, inoltre, in particolare quelle delle comunità povere ed emarginate, sono colpite in modo sproporzionato dai cambiamenti climatici e dalla devastazione delle risorse naturali, come oceani e foreste. Nel 2022 si sono verificate ondate di caldo da record in Europa, parti della Cina e Stati Uniti d’America, inondazioni improvvise in Bangladesh e siccità seguita da incessanti stagioni di piogge che hanno ridotto 18,4 milioni di persone a rischio di fame in Etiopia, Kenya e Somalia.

La vulnerabilità delle donne deriva dal limitato accesso e controllo della terra e dei beni ambientali, dall’esclusione dal processo decisionale e dalla maggiore probabilità di vivere in condizioni di povertà. Si pensi che solo 4 dei 52 paesi con dati disponibili per il 2019-2021 dispongono di quadri giuridici che garantiscono alle donne pari diritti alla proprietà o al controllo della terra.

Protagoniste di mitigazione e adattamento

Le donne, tuttavia, svolgono ruoli trasformativi nell’adattamento e nella mitigazione ai cambiamenti climatici nonostante i molti ostacoli. A Yap, negli Stati Federati di Micronesia, sono protagoniste nella piantumazione delle palme nelle zone allagate, per fornire materiale da tessitura e costruzione di case e per proteggersi dalle inondazioni costiere. Ancora, le donne gestiscono un vivaio di piante autoctone che genera semi per cibo e medicinali e aiutano a ricostruire le aree danneggiate dalle inondazioni.

Ad Antigua e Barbuda, è una donna a guidare lo sviluppo del primo piano di zonizzazione oceanica nei Caraibi. La premessa di queste iniziative è semplice: la conservazione dell’ambiente deve andare di pari passo con la giustizia sociale.

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Senza diversità di genere non c’è innovazione e sviluppo

Il peggioramento della conflittualità globale e l’aumento delle spese militari, a discapito di quelle sanitarie, non migliora la situazione. Nel 2022, 511 milioni di donne e ragazze vivono in paesi fragili o teatro di conflitti. Un numero quasi raddoppiato rispetto al 2019. Sullo specifico obiettivo 5, il report UN afferma chiaramente un ritardo su quasi tutti gli indicatori i cui dati sono disponibili. Per non parlare della parità nelle istituzioni politiche, lontana dall’essere raggiunta specie nelle più alte sfere del potere esecutivo e legislativo.

Nel luglio 2022 si contavano solo 27 stati con una donna a capo del governo.

Eppure, secondo lo studio “Women as levers of change. Unleashing the power of women to transform male-dominated industries, dati alla mano, aumentare la diversità di genere ai vertici anche dell’industria, tradizionalmente dominata dagli uomini, può essere un’efficace strumento per affrontare le sempre crescenti sfide della produzione e per accelerare le necessarie trasformazioni verso uno sviluppo sostenibile globale.

Senza le donne, la trasformazione ecologica e sostenibile, non sembra avere chance.

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